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NO! Anche Zaha Hadid lo aveva dimostrato.arch_e_moda_3

E’ un tema che nei secoli ha sensibilizzato Grandi Personaggi rendendoli protagonisti in maniera attiva sia con proprie opere d’Arte che in maniera teorica e sociologica, come Walter Benjamin su Parigi capitale del XIX secolo. E’ uno continuo scambio di tecniche e segreti tra Moda e Architettura, che portano al confronto architetti e stilisti, come presenta la mostra al Centre for Architecture dell’AIA New York Chapter, intitolata The Fashion of Architecture, in cui anche opere di Zaha Hadid, purtroppo scomparsa il mese scorso, si trovano  in sintonia con abiti e oggetti disegnati da stilisti come Yamamoto.

 

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Scarpe Zaha Hadid

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Dubai Performing Arts Center, firmati Zaha Hadid

Si intrecciano e convivono in funzione di quel «collettivo» sempre inquieto e in movimento dettate dalle esigenze dell’ uomo e dalle sue evoluzioni, facendosi mezzo delle sue espressioni. Si integrano come stile di vita, come libro in cui poter leggere facilmente le storie di tutti in quel tempo. E’ una dimensione che viene tematizzata anche da Helen Castle e Martin Pawley con un testo pubblicato nel 2000 per AD, Fashion + Architecture.

Questa passionale dualità la si è sempre riscontrata in molte epoche e forme sociali in svariate manifestazioni: ricordiamo cosa avveniva con le cariatidi e i telamoni, in cui l’ abito è parte integrante della struttura architettonica – corpi rivestiti nei quali l’abito svolgeva anche una funzione estetica richiamando le vesti del tempo.
Tale relazione continua a coinvolgere ed affascinare il Novecento in tutta la sua complessità, quando Moda e Architettura indagano sulle funzioni, sui materiali e sulle stesse forme che Eleonora Fiorani chiama l’ «Abitare il corpo», a cui si accosta il «vestire la città».

Moda e Architettura – circoscrivibili entro anche il consumo, si baciano di forme, emozioni, vibrazioni, strutture, materiali che coinvolgono e attraggono architetti nella scoperta di una dimensione profondamente concettuale della moda stessa, percepita come flusso del corpo. Così la moda segue il senso dell’architettura che la interpreta e l’architettura accoglie l’espressione della moda. Per capire gli anni Sessanta basterebbe osservare gli abiti ed i palazzi del tempo, che esprimono perfettamente la tensione al cambiamento, in maniera concettualmente identica, sia nelle facciate dei palazzi che sembrano oggetti di design, sia nelle minigonne. Gli stessi occhiali da sole esprimono la stessa pulsione radicale dei finestroni colorati. L’architettura utilizza da sempre tecniche trafugate alla sartoria, (il drappeggio o la piegatura), così come la moda usa la statica o la scienza delle costruzioni, e ne è un esempio la forma a spirale usata per realizzare strutture sia costruttive che d’abbigliamento, come una scala o una gonna. Nella moda, d’altro canto, si moltiplicano le presenze di metalli pieghevoli, di membrane, di plastiche flessibili, di vetri, di materiali comunque utilizzati al contempo in architettura, e di forme attraverso cui tali materiali trasformano sensibilmente l’aspetto del corpo rivestito.

Uno stilista, come spesso un architetto, si distingue grazie ad una filosofia, un’interpretazione propria della realtà, un gusto, un metodo, uno stile che lo fa riconoscere, che delinea e caratterizza anche lo spazio che gli appartiene, il luogo che sceglie per mostrare le sue creazioni. E’ una comunicazione tra espressione stilistica e ambiente, spiegata da forme, materiali, colori, luci, combinati nella formula giusta per ottenere lo spazio giusto, che mi racconta l’ispirazione, l’atteggiamento e l’input che generano tali creazioni e la loro anima.

Arch. Alessandro Alessandrello