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Woody Neri (attore, cantante e regista) si diploma alla Scuola Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone nel 2005, e nello stesso anno vince il Premio Hystrio alla Vocazione. Inizia la sua attività prima col Teatro della Tosse di Genova, poi con Jurij Ferrini (Riccardo III, Macbeth e Locandiera) e infine con Nuova Scena – Arena del Sole di Bologna. Oggi Woody è uno tra gli attori di punta del Teatro ì di Milano e dopo il successo di critica e pubblico dello spettacolo L’indifferenza, torna a Teatro ì con lo spettacolo:

 

ITACA PER SEMPRE

dal 29 gennaio al 3 febbraio 2020
Teatro ì
via Gaudenzio Ferrari 11– Milano
di Luigi Malerba
drammaturgia Maria Teresa Berardelli
regia Andrea Baracco
con Woody Neri, Maura Pettorruso

 

Sinossi

Ulisse nello spettacolo Itaca per sempre è un uomo stanco. Una volta tornato a casa, viene assalito da molteplici dubbi ed è condannato a non essere mai riconosciuto. Diciamo che la storia di Penelope e Ulisse la conosciamo un po’ tutti. Ulisse, nella versione di Omero, partito per la guerra di Troia, venne atteso per anni dalla fedele moglie Penelope, la quale, minacciata dai proci, promise che avrebbe contratto un nuovo matrimonio solo al completamento del sudario per Laerte. La famosa tela di Penelope. Con questo stratagemma, Penelope, per non addivenire a nuove nozze, vista la prolungata assenza da Itaca di Ulisse, la notte disfaceva ciò che tesseva durante il giorno. L’obiettivo era quello di non sposare un altro uomo, e di aspettare fedele il ritorno di Ulisse.

Woody ringraziandoti per aver accettato il nostro invito, ci racconti cosa succede, nella versione di Luigi Malerba, una volta che ritorna a casa Ulisse?

Il romanzo prende le mosse proprio dall’ultima parte dell’Odissea Omerica: finalmente Ulisse è approdato sulle coste di Itaca e si accinge a riprendere possesso della sua casa; scopre che è stata occupata dai Proci, che Penelope è assediata dai pretendenti, che il suo ritorno non sarà affatto semplice e che non può fidarsi di nessuno. Decide quindi di presentarsi a corte travestito da mendicante e di non rivelarsi a nessuno, se non a suo figlio Telemaco, nascondendo la sua identità persino a Penelope. Quello che Malerba aggiunge al canone Omerico nasce da una considerazione di sua moglie Anna: “Com’è possibile che Penelope non lo riconosca?”. Malerba dà voce ai pensieri di Penelope e al suo senso di tradimento per il marito che le sta mentendo in maniera così sciocca, e a quelli di Ulisse che subisce la sua sottile vendetta.

 

Ma è lui che è davvero irriconoscibile o sono gli occhi degli altri a non riconoscerlo?

Direi che il gioco di Malerba aggiunge addirittura un altro piano: è lo stesso Ulisse a non riconoscere più sé stesso all’interno di quella vita che ha lasciato vent’anni prima: chi sono davvero queste persone adesso? Suo figlio è un estraneo cresciuto in sua assenza e chi è diventata sua moglie? E lui è davvero quel padre, quel re, quel marito che tutti si aspettano? Il suo travestimento in realtà è forse più veritiero di quanto lui stesso creda: quel povero mendicante è davvero il modo in cui si sente entrando in questa casa ormai così estranea.

 

Anche Ulisse, però, fatica a riconoscere in Penelope.

Certo: chi è quella donna così forte e indurita dalla vita? Non è più la giovane sposa amorevole che ha lasciato vent’anni prima, è qualcos’altro: tutto è esattamente com’era e tutto è profondamente trasfigurato dal tempo e dalla vita trascorsa.

 

Dunque, siete riusciti a rendere contemporanea una storia d’amore tra le più belle della storia, in una storia (perdona il gioco di parole) del riconoscimento di sé e dell’altro e sull’accettazione di ciò che sembra ai nostri occhi un estraneo, solo perché diverso da come lo avevamo pensato?

Gli occhi degli altri ci danno una collocazione e un ruolo. Quanto ci costa indossare i panni che gli altri ci cuciono addosso e che la vita ci richiede? A quanto di noi stessi dobbiamo rinunciare per andare incontro all’altro e per accettar le responsabilità che la maturità esige? Ulisse torna cambiato. Penelope è cambiata. Sono adulti il cui amore è vissuto nel ricordo della loro giovinezza. Sono cresciuti e hanno cominciato a invecchiare divisi nello spazio e nel tempo. Il loro amore, se può ancora esistere, dovrà farlo su altre basi e dopo l’accettazione della realtà e dei compromessi che questa impone.

Hai avuto delle difficoltà nell’interpretare un Ulisse di oggi?

Si ha a che fare con un mito, nel vero senso etimologico della parola. Ma i miti sono impossibili da rappresentare, possiamo mostrare solo donne e uomini. Ulisse, qua, è un uomo che per l’appunto non riesce a stare al passo col proprio mito e mostra tutte le debolezze di un uomo che la storia vuole eroe, che ha fatto del suo trasformismo la sua forza e che, proprio per il suo essere quel “Nessuno” con cui si presenta a Polifemo, si scoprirà totalmente inadatto a indossare l’identità che ha lasciato nel luogo del riconoscimento per antonomasia: la casa. Dovrà scegliere “chi” essere e questo lo metterà di fronte ad una scelta. Ed è con quella scelta che smette di essere “eroe” e inizia a essere “uomo”. Il lavoro è stato quello di lasciare il mito dove lo lascia Malerba: appena fuori dalla soglia. Abbiamo indagato “l’essere umano” Ulisse, un uomo il cui nome è sinonimo di astuzia e conoscenza del mondo, ma che è curiosamente (e quasi comicamente) del tutto disarmato tra le mura domestiche di fronte allo sguardo di sua moglie e di suo figlio.

Perché la gente ha ancora tanta paura della diversità?

Credo si abbia paura non della diversità in sé, ma di sé stessi in relazione alla diversità. C’è molta ambiguità di fronte al concetto di “diverso”. Si può esserlo ma solo entro i limiti da noi stabiliti. Limiti precisi e non pericolosi. Se mi trovo davanti a qualcosa di radicalmente diverso e che trascende quei limiti la mia identità vacilla perché vacillano le certezze su cui essa poggia. È un processo per certi versi naturale e che ha a che fare colla conservazione e la difesa del proprio “branco” di appartenenza, un retaggio animale. L’essere umano, per essere tale, deve accettare la crisi che l’altro gli offre colla sua esistenza peculiare, per potersi evolvere.

Un politico al quale consiglieresti la visione di Itaca per sempre e perché?

A tutti, ovviamente. Se è vero che ci sono politici che non apprezzano molto il teatro (e la cultura in generale), d’altra parte mi pare difficile trovarne qualcuno che lo ami, lo comprenda e lo sostenga nel modo giusto. E se c’è, e sono sicuro di sì, è certo che fa molta fatica ad imporre politiche mirate e sensate.


Grazie a Itaca per sempre vorresti che mi portassi a casa qualche domanda in più (visti i tanti interrogativi nelle tue risposte) o qualche spunto in più su cui riflettere?

Personalmente non credo il teatro sia necessariamente il luogo della riflessione intesa come dibattito su temi, ma che sia per elezione quello dell’”accadimento”. Vorrei che quello che “accade” in scena permettesse a tutti di riconoscere qualcosa di noi stessi in questi Penelope e Ulisse, con tutte le loro umane fragilità e insicurezze, rendendoci più sopportabili e forse comprensibili le nostre.


Vuoi dare l’appuntamento ai nostri lettori con il tuo spettacolo?

Vi aspetto tutti dal 29 gennaio al 3 febbraio a Teatro ì con Itaca per sempre.