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By TiTo Ciotta
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Continua il nostro viaggio alla ricerca di giovani drammaturghi. Questa volta vi presentiamo Tobia Rossi, diplomato prima presso la Civica Scuola D’Arte Drammatica Paolo Grassi, dopo presso la scuola d’alta formazione Centro di Drammaturgia Performativa e Comunitaria, promossa dal CRT di Milano. Mettetevi pure comodi perché nonostante la giovane età di Tobia, nasce nel 1986, di seguito non parleremo solo di uno spettacolo, ma ben tre.

Appena concluso (11 marzo) lo spettacolo M.A.D. Mamme Adottive Disperate presso lo Spazio Avirex Tertulliano di Milano ecco l’imminente debutto con il testo vincitore della V edizione del Bando di concorso Una commedia in cerca di autori presso il Teatro Martinitt;

FREDDY AGGIUSTATUTTO
dal 15 marzo al 1 aprile 2018
Teatro Martinitt / Via Pitteri, 58 – Milano
di Lorenzo Riopi e Tobia Rossi
regia di Roberto Marafante
con Giuseppe Cantore, Giulia Carpaneto, Matteo Nicoletta, Alessia Punzo, Alessandra Schiavoni

Ciao Tobia, con questo spettacolo fotografi in modo cinico il mondo televisivo. Quando e perché nasce Freddy Aggiustatutto, ma soprattuto chi è Freddy?

Circa un anno fa avevo tre desideri: scrivere qualcosa ambientato nel mondo delle Real TV, mettermi alla prova con un genere popolare come la commedia e collaborare col mio amico e bravissimo collega Lorenzo Riopi, che allora viveva in Inghilterra. Ho provato a mettere insieme queste tre pulsioni ed è nato questo progetto. Freddy Aggiustatutto è il protagonista dell’omonima trasmissione al centro della pièce, il prototipo del macho mediterraneo forte e sicuro di sé che – nel programma – soccorre le casalinghe in difficoltà riparando lavatrici e rubinetti. Questo stereotipo vivente agisce nell’ambito di un format che conferma e celebra un luogo comune retrogrado e sinistro: quello della donna fragile e del maschio risolutore. Chiaramente poi nella commedia viene fuori che tutto non è come sembra: il “vero” Freddy è diverso dal personaggio che la producer Cora gli ha cucito addosso. Nella storia tutti amano, desiderano e “followano” una persona che di fatto non esiste. Questa è un po’ l’idea della commedia, si ride sulle maschere che ci mettono gli altri e talvolta noi stessi, il tutto ambientato nella strampalata redazione di un programma della tv satellitare.

 

Credi che la televisione riesca ancora a condizionare le nostre scelte oppure i social che spopolano sul web stanno avendo la meglio?

Oh,sì. Senz’altro i valori promossi dalla tivù, i modelli estetici e comportamentali che propina impattano sulla società, influenzano (per non dire determinano) in modo significativo quelli della vita vera. I social senz’altro da un po’ di tempo a questa parte stanno operando in modo simile, probabilmente per le generazioni più giovani. Lì c’è un altro elemento interessante con derive inquietanti: la rappresentazione che facciamo di noi stessi su Instagram o Facebook è una narrazione di noi, il nostro “migliore io possibile” che vogliamo presentare al mondo, nascondendo imperfezioni e sconfitte, nascondendo la nostra parte umana. Non vorrei sembrare moralista, lungi da me riferirmi allo smartphone come “quel maledetto aggeggio” o altro, i social sono una risorsa comunicativa incredibile, anche per il teatro. È uno strumento, un linguaggio, bisogna essere coscienti di come lo si adopera, cavalcarlo e mai esserne sopraffatti.

 

Secondo te è possibile che il teatro possa aggiungere un elemento nuovo e corrosivo, che incrinerà la visione patinata del mondo televisivo a cui ci siamo assuefatti?
Se sì, un’anticipazione su questo elemento?

Quello che il teatro può fare è raccontare questa inquietudine e queste contraddizioni, senza la pretesa di cambiare il mondo, dare risposte assolute o fornire soluzioni. Senz’altro la commedia brillante è un buon contenitore per raccontare tematiche spinose o sgradevoli. Arriva a un pubblico ampio è può funzionare come un Cavallo di Troia che diffonde e rende digeribili questione oscure e controverse, che altrimenti il pubblico rigetterebbe. Bisogna ringraziare per questo La Bilancia Produzioni che col concorso Una Commedia in cerca di autor” investe e produce ogni anno una commedia di autori under 40. Quest’anno è toccato a Freddy.

 

Cosa vorresti che si portasse a casa lo spettatore a fine serata?

Una fotografia di una certa Italia e del modo che la tivù ha di raccontarla. Ma anche l’idea che siamo molto di più di quello che gli altri ci vogliono far credere…

L’instancabile Tobia a maggio debutta, questa volta presso il Teatro Libero di Milano, con un altro suo testo Premio Hystrio 2016:

LA COSA BRUTTA
dal 18 al 20 maggio 2018
Teatro Libero / Via Savona, 10 – Milano
di Tobia Rossi
regia Manuel Renga
con Francesca Vitale, Matthieu Pastore, Ilaria Marchianò

Abbiamo già parlato dello spettacolo La Cosa Brutta dal punto di vista del regista Manuel Renga. A te chiedo, chi è Martina?

È lei che avvia tutta la storia, una ragazzina mentalmente ritardata che scappa di casa e si avventura in un bosco, di notte, armata di fucile per uccidere il mostro che – lei crede – ha rapito suo padre, in realtà morto suicida pochi giorni prima. È un personaggio allo stesso tempo tragico e divertente, vive in un mondo tutto suo, fatto di mappe del tesoro, avventure e creature selvagge… i problemi arrivano quando le piomba addosso la brutale realtà.

Cos’è La Cosa Brutta?

Un mostro. Un misto tra il Babau, La Cosa di Carpenter e il Demogorgone di Stranger Things. Forse esiste, forse no, senz’altro esiste nella testa di Martina, in un certo senso rappresenta la depressione: oscuro, misterioso, potente, violento, inafferrabile.

Cosa ti ha spinto ad affrontare una tematica come la depressione, una malattia di cui non sempre si vuole parlare?

Proprio il fatto che non se ne voglia parlare. Mi affascina questo tabù della tristezza, una cosa che ho osservato molto anche nella mia famiglia. È faticoso riconoscere di essere malati di infelicità, richiede maturità e coraggio, soprattutto in una società che ci vuole infallibili, produttivi e allegri. In qualche modo chi è triste viene un po’ emarginato. Ti ricordi Tristezza di Inside Out? Gioia traccia intorno a lei un cerchio e le dice: “Non muoverti da qui!”. Quest’estate ho sentito dire a un bambino: “Ecco, siamo in vacanza e sei triste!”. Fin da piccoli ci viene detto che essere tristi è una colpa, forse da qui la difficoltà a parlarne. Da queste riflessioni è nata l’idea de La Cosa Brutta.

Mentre con questo spettacolo cosa vorresti lasciare allo spettatore a fine serata?

Mi piacerebbe che in Davide e Fiore, i protagonisti del dramma, qualcuno possa riconoscersi, riconoscere le proprie fragilità, paure, i propri desideri, anche le meschinità, le piccole e grandi bugie che diciamo a noi stessi e agli altri. Mi piacerebbe anche che qualcuno considerasse l’idea che accettarci per quello che siamo – così meravigliosamente imperfetti – non sia poi tanto male.

Tobia chiuderà poi la stagione teatrale con:

DOVE CRESCONO LE ORTICHE
dal 14 al 19 giugno 2018
Teatro Libero / Via Savona, 10 – Milano
di Tobia Rossi
regia Alessandro Castellucci
con Monica Faggiani, Paola Giacometti
e la speciale partecipazione di Justine Mattera nel ruolo di Jacqueline Kennedy

Tutta un’altra storia; due donne, rispettivamente zia e cugina di Jacqueline Kennedy. Cosa ti ha spinto verso queste donne e perché?

Dove Crescono le Ortiche chiuderà la stagione del Teatro Libero. Qualche anno fa un amico mi mostrò Grey Gardens, un documentario del 1975 in cui i due registi, i fratelli Maysles, mostravano la vita di Big e Little Edie Bouvier Beale, zia e cugina di Jacqueline Kennedy, cadute nel dimenticatoio dopo un passato fastoso e costrette a vivere nella povertà e nel degrado, nutrendosi di ricordi e cibo per gatti. Questa bizzarra coppia madre-figlia mi ha subito ispirato da un punto di vista teatrale. Mi ricordavano un po’ Hamm e Clov di Finale di partita di Beckett ma anche e soprattutto le protagoniste delle Serve di Genet. Sono andato avanti a prendere appunti sulle due fino a che non ho condiviso il progetto con Paola Giacometti e Monica Faggiani, meravigliose attrici e amiche che si sono fidate dell’idea e, guidate dal regista Alessandro Castellucci, hanno dato forma alla cosa. Al gruppo si è poi aggiunta Justine Mattera, un altro incontro splendido. Una donna piena di ironia e voglia di mettersi in gioco. Lei, nota sosia di Marilyn Monroe, qui si cimenta nel ruolo della sua nemesi: Jacqueline Kennedy. Dà vita a una Jackie malinconica e dolente. Sono molto contento di questa black comedy che parla di fama e di oblio, di famiglia e di violenza, di fallimento e di rivalsa.

 

Il teatro ha un costo, magari uno spettatore ‘tipo’ non può permettersi tre spettacoli. Tobia Rossi quale dei tre spettacoli consiglierebbe e perché?

Diciamo che sono tipi di esperienze diverse. Vado con la metafora culinaria. Freddy Aggiustatutto è un party pieno colorato pieno di gente in cui ci si ride e ci si diverte con spensieratezza. Dove Crescono le Ortiche è un tè delle cinque coi pasticcini dove ci si lanciano frecciatine al vetriolo e si parla male dei parenti. La Cosa Brutta una cena intima e sobria, a lume di candela, dove ci si espone, si parla di sé senza maschere né filtri. Sta allo spettatore scegliere quale tipo di evento gli garba di più. Dai, concedimi questa risposta vagamente diplomatica.

Come nascono le storie che poi fai diventare copioni per il teatro?

Sembrerà banale ma semplicemente mi guardo intorno, vedo quello che mi tocca in profondità, commuove, fa arrabbiare o riflettere, insomma, quello che mi fa provare un’emozione, vivere un’esperienza. Ci lavoro, lo approfondisco, lo trasformo in storytelling per condividere quell’esperienza con gli spettatori. Cerco di stare attento a quanto accade dentro di me e attorno a me, di restare permeabile alle intemperie di questo mondo. Interrogarsi sulla drammaturgia significa interrogarsi sulle relazioni tra gli esseri umani.
Tutto sommato noi autori non inventiamo niente, modelliamo una materia che già c’è: la vita e il suo mistero. Poi, chiaro, subentrano le strutture, i dispositivi narrativi, i generi che creano un canale comunicativo per mostrare al pubblico quel frammento di umanità che si è scelto di raccontare, il tutto attraverso un nostro personale punto di vista.

 

Secondo te in Italia manca la cultura della drammaturgia?

È un discorso complesso. Forse negli ultimi decenni l’Italia ha prediletto un tipo di teatro più di regia e meno di testo. Dipende un po’ dai momenti storici, dalle culture e – perché no? – anche dalle mode. In Italia, a partire dal periodo strehleriano, abbiamo conosciuto un’epoca d’oro del teatro di regia; ciò non vuol dire che non abbiamo avuto grandi drammaturghi: Testori, Scaldati o come il troppo poco ricordato (e rappresentato) Franco Brusati, che adoro. Tornando al contemporaneo, oggi abbiamo un genio libero e anarchico come Massimo Sgorbani, con cui ho la fortuna di confrontarmi ogni tanto. Tutti grandi intellettuali, oltre che drammaturghi raffinatissimi. In Inghilterra i drammaturghi sono il centro dell’industria teatrale, il suo motore, sono seguiti come popstar, coltivati fin da giovanissimi. A loro vengono forniti strumenti, contesti in cui crescere e la possibilità di farsi conoscere dal grande pubblico. Anche noi però abbiamo una bellissima varietà di autori teatrali giovani, esistono iniziative importanti come i premi e i workshop specifici, i progetti internazionali. Per fortuna vi sono anche registi caparbi appassionati di nuove storie che studiano e mettono in scena gli autori del presente, come Manuel Renga, con cui collaboro abitualmente, e Silvio Peroni, che ho avuto modo di conoscere di recente grazie al Contesto dei Filodrammatici. Insomma, c’è fermento, certo, è importante che a esso si accompagni una volontà da parte di istituzioni pubbliche e private di investire e promuovere questi giovani testi, che magari non hanno il richiamo di Shakespeare o Pirandello ma hanno senz’altro il pregio di parlare del presente attraverso i linguaggi del presente.

 

Pensi che l’autore teatrale, rispetto al passato, abbia meno rilevanza rispetto al regista o all’attore? Della serie: “ce ne freghiamo della drammaturgia”?

Anche qui, dipende dai contesti. Nella storia, si sa, ci sono corsi e ricorsi; è così anche nelle arti. Prendiamo, ad esempio, il cinema. Là un tempo l’autore assoluto di un film era il regista, lo sceneggiatore una sorta di impiegato, uno scribacchino. E.T è un film di Spielberg, ma senza la geniale penna di Melissa Mathison non ci sarebbe stato nessun E.T. Eppure sfido chiunque a riconoscere E.T. come un film di Melissa Mathison. Con l’avvento delle serie tv la questione si sta capovolgendo, gli sceneggiatori tornano a essere considerati gli “autori”, sono loro la scaturigine di tutto, le star della situazione: pensiamo a personalità come Vince Gillighan o Ryan Murphy: è la loro storia quella che viene pagata a peso d’oro perché la storia appassiona e interessa il pubblico, peraltro dall’alba dei tempi. Vedersi rappresentato, questo è fondamentale per l’essere umano, non importa se su un palco, sullo schermo o su Netflix, ma in tutta la sua complessità e attraverso una chiave di interpretazione del reale, quella proposta dall’autore.

 

Il teatro gode di ottima salute?

Non lo vedo in gran forma, a essere sincero. Sul teatro si investe poco e niente, sia dal punto di vista del denaro pubblico che dell’iniziativa privata. Senza contare che spesso è una realtà totalmente scollata dalla società dei “non teatranti.” In molti paesi stranieri il teatro (e con esso la drammaturgia) è considerato anche un business, nel senso buono, anche i teatranti sono portati a essere più duttili, più versatili, più consapevoli del mercato in cui sono immersi. Nel nostro teatro conta molto il senso di appartenenza, da che scuola vieni, che esperienza hai fatto, che tipo di teatro fai, il che è bello, fonda un’identità, il problema è quando diventa un’etichetta, una gabbia che ti paralizza. Quello che mi piace dei drammaturghi inglesi, ad esempio, è proprio la loro versatilità e capacità di spaziare, di andare oltre i paletti e le definizioni. Il grande Dennis Kelly è uno degli autori di maggior spessore della nostra epoca ma è anche il librettista del musical Matilda, tratto da Roald Dahl, campione d’incassi nel West End londinese, l’americano David Linsay-Abaire, autore Premio Pulitzer di decine di pièce lodate dalla critica e tradotte in tutto il mondo, ha scritto il libretto del musical Shrek e sceneggiato il cartone animato Le Cinque Leggende. Lo stesso discorso si può fare per Tony Kushner, Tracy Letts, Mike Bartlett. Questo è quello che io chiamo essere liberi dalle etichette, essere sé stessi. Insomma, le istituzioni potrebbero fare di più, ma credo che anche noi potremmo provare a essere un po’ più aperti al cambiamento e al pubblico, in generale.

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