Una bisbetica da sogno…o realtà?
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By Luca Forlani
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Uno spettacolo potente che non può lasciare indifferenti. Il mito di Medea rivive in una pièce che racconta la tragicità contemporanea. “Ti porto con me” è in scena ogni venerdì, sabato, domenica e lunedì sera al Teatro Eliseo di Roma.

Il testo scritto da Arianna Mattioli ha aperto la stagione 2018 di Eliseo Off, una rassegna inedita e originale che esplora il teatro d’autore contemporaneo. «”Ti porto con me” è una messa in spazio dell’anima per poter raccontare la banalità del male, la sostituzione dell’io e dell’impossibilità di poter raggiungere il proprio doppio che ci precede per poterlo fermare e che quando finalmente lo raggiungiamo e lo guardiamo negli occhi siamo costretti a sostituirlo con qualcos’altro per non guardare dentro noi stessi quello che siamo», sottolinea il regista Lorenzo Lavia.

Il 13 maggio 1978, con l’approvazione della Legge Basaglia, l’Italia dice addio alla struttura manicomiale abolendo anche i Manicomi Criminali, quelli in cui venivano rinchiuse e costrette le persone che commettevano reati e venivano giudicate incapaci al momento dell’azione delittuosa. «In Italia esiste un posto in provincia di Mantova che è l’OPG di Castiglione delle Stiviere. Ospita anche le mamme assassine. Quelle che non hanno ucciso con dolo. Perché non possedevano l’elemento soggettivo, la coscienza, quando l’hanno fatto. È questo posto che ho voluto raccontare: una giornata uguale a tutte le altre dentro ad una stanza del piano terra dell’OPG. L’umanità che lo abita si identifica con un numero di procedimento, un fascicolo, un’ordinanza, una sentenza, una terapia. Ha i giorni contati ed intravede in lontananza il momento dell’uscita, del ritorno alla vita», racconta l’autrice Arianna Mattioli.

Una ricerca disperata di una via di fuga da quel ricordo troppo violento per essere dimenticato. Colpisce la recitazione delle due “madri” Lucia Lavia e Giulia Galiani. Due attrici molto giovani che riescono con sensibilità a raccontare lo strazio di una vita distrutta. Un’onta atroce per cui non esiste redenzione. Vivono l’oblio di un’esistenza dolorosa e faticosa; nelle loro giornate sempre uguali, combattono contro i ricordi di quella che era la loro vita prima che si conoscessero. Pensano, parlano, cercano, litigano, soffrono e amano. «Ci sono solo i loro ed i nostri occhi di fronte ad uno dei lati dell’essere umano. I nostri occhi che hanno l’aspetto – anche loro – di donna. Come nella tradizione classica, tra due eroine si inserisce il coro. Il coro ha le sembianze di una donna», aggiunge l’autrice.

Una terza donna interpretata da Giovanna Giuda, un’anima nera che ascolta e guarda. È il giudizio che incombe sulle madri assassine, forse. Un giudizio che non emerge mai nel testo scritto da Arianna Mattioli, e che lascia all’etica e alla morale dello spettatore il compito di costruirsi una propria percezione personale. Un racconto serrato, asciutto e moderno. Una messa in scena di stampo “brechtiano”. Degno di nota l’intelligente e originale lavoro di ricerca fatto sul linguaggio. Un plauso al Teatro Eliseo di Roma per una rassegna assolutamente necessaria, e a questo spettacolo che racconta una storia drammatica e inquietante senza cedere a clichè e pietismi. In scena fino al 26 febbraio.