Teatro On Air promuove un teatro più accessibile

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Siamo a Follonica, cittadina nata nel 1835. La nascita di Follonica coincide con la costruzione delle Reali e Imperiali Fonderie volute da Leopoldo II di Toscana, funzionanti fino agli anni ’50. Nei primi anni del 2000 un sindaco ha trovato le risorse europee per poter recuperare tutta l’area delle Fonderie (anziché lasciarle in mano a speculazioni edilizie) per far nascere la Fonderia Principale, la Uno, dove si realizzano molti eventi, la Palazzina Granducale dove solitamente ci sono mostre o esposizioni, una Biblioteca Comunale e il Museo del ferro e della ghisa. “Noi ci troviamo nella Fonderia Due – a fare da cicerone è Sandro Petri – dove oggi sorge un bellissimo teatro completamente ristrutturato, ma a causa delle attuali restrizioni non possiamo utilizzarlo quanto vorremmo”. Gli amici del Teatro Fonderia Leopolda non si sono scoraggiati e in una sala adiacente al bar hanno montato un palco, l’americana (una particolare struttura utilizzata nell’allestimento scenico delle arti performative che permette di sollevare l’apparato illuminotecnico rispetto al palcoscenico) e, grazie ad una struttura semplice ma geniale, una serie di sedie con il giusto distanziamento. Chiaramente tutto questo prima del nuovo DPCM del 25 ottobre 2020.

Tutto nasce da una volontà da parte di Sonia Lenzi, nata vedente oggi non più, dell’Associazione Liber Pater alla ricerca di amiche che leggessero ad alta voce per lei. Sonia ha contattato Massimiliano Gracili, tra i due si crea da subito una bella sinergia, e assieme cominciano ad organizzare una serie di laboratori di lettura che nel tempo hanno avuto un enorme successo. Nel 2019 nasce Teatro On Air, iniziativa culturale per un teatro più accessibile ma soprattutto un teatro pensato per un pubblico impossibilitato, a causa della propria disabilità (ma anche i tanti malati o i nostri amati vecchi), ad essere presenti fisicamente in teatro, ma che grazie alla rete potrà condividere nello stesso istante le suggestioni delle parole lette durante gli spettacoli.

L’obiettivo di Teatro On Air, di fatto nato prima dell’emergenza sanitaria da coronavirus, è di mettere al centro la parola e il suo suono sul palco. Per questo motivo gli artisti in scena non animano il loro racconto ma puntano tutto sulla suggestione vocale, proponendo spettacoli  accessibili e inclusivi anche per persone ipovedenti e non vedenti e perché no, grazie al web far avvicinare sempre più i giovani al teatro attraverso la messa in scena di libri che raccontano il contemporaneo. Dopo le rappresentazioni de Il mio nome è Caino del giornalista e scrittore Claudio Fava e La freccia azzurra di Gianni Rodari al terzo appuntamento, andato in scena il 23 ottobre scorso, c’eravamo anche noi per assistere al monologo tratto del libro di Fabio Geda Nel mare ci sono i coccodrilli con Paolo Briguglia, attore divenuto celebre grazie al film I cento passi di Marco Tullio Giordana e visto recentemente nella fiction Non mentire. Chiuderà la rassegna (data da rivedere, forse a dicembre, dobbiamo aspettare il prossimo DPCM) l’attrice Donatella Finocchiaro che leggerà Cecità di Jorge Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998.

Leggere Nel mare ci sono i coccodrilli di Geda è stato un vero e proprio sollievo per l’anima, specie in un’epoca caratterizzata da un’ondata di odio verso lo straniero che non ha precedenti. Fabio Geda ci racconta una delle tematiche più toccanti e attuali, ma non solo, riesce a farci vivere il viaggio di uno dei tanti migranti (in questo caso Enaiatollah Akbari, un bambino di soli 10 anni lasciato dalla madre in Pakistan per poter aver salva la vita e nella speranza di un’esistenza migliore.) che cercano disperatamente un approdo sicuro.

“Io ed Enaiat – queste le parole di Geda – ci siamo incontrati durante una presentazione del mio primo romanzo. Lui era stato invitato a fare da controcanto, con la sua storia vera, alla storia da me inventata di un ragazzino romeno che viaggiava da solo, in Europa, per cercare suo nonno. Quando l’ho sentito parlare, e raccontare, ho percepito una grande sintonia tra il suo sguardo leggero, persino ironico, sulle proprie drammatiche vicende, e quello che io tentavo di fare con la mia scrittura. In quel momento, quella sera stessa, Nel mare ci sono i coccodrilli ha cominciato a nascere. Nel mare ci sono i coccodrilli nasce da questa considerazione – continua Geda – il fatto che quel giorno, su quella spiaggia, in Turchia, ci fosse qualcuno che aveva paura dei coccodrilli (quando c’erano molte cose vere di cui avere paura, come la polizia o i traghetti enormi) è la prova definitiva che quella persona era un bambino. Perché avere paura delle cose che non ci sono, tipo il mostro nell’armadio, è un atteggiamento tipico dell’infanzia. Ma di solito i bambini hanno gli adulti a dirgli che il mostro nell’armadio non c’è. Quel giorno, su quella spiaggia, gli adulti non c’erano. Noi, non c’eravamo. Ecco, il titolo è un grido di allarme: perché gli adulti, in certi posti del mondo, continuano a essere assenti?


Cosa succede nella vita di un bambino quando l’adulto è assente?

Succede che nessuno gli presenterà il mondo e il bambino dovrà andare ad esplorarlo da solo, rischiando quindi di farsi molto più male.


In questo viaggio Enaiat è più Omero, Oliver Twist o Pinocchio?

Omero non saprei, ma sicuramente è Oliver Twist perché porta su di sé l’incapacità di parte del mondo adulto di proteggere i propri figli, e in certi casi, addirittura, l’orrore di sfruttarli. Pinocchio sì, anche, ma più per il tono del racconto che per il personaggio in sé. Al contrario di Pinocchio Enaiat è di una dirittura etica e morale mostruosa.


Nel mare ci sono i coccodrilli, è la fusione tra letteratura e vita reale. Fabio Geda a distanza di 10 anni a chi consiglierebbe oggi la storia di Enaiatollah Akbari?

Ai ragazzini e ai giovani soprattutto, certo. Ma non credo ci sia una età in cui non dovrebbe essere letta una storia come questa. Letta e abitata. Il mio unico scopo, quando scrivo una storia, è raccontarla, diffonderla, perché ho una grande fiducia nel potere della narrazione. Ogni storia porta dentro di sé delle verità e se la gente ha voglia può permettere a quelle verità di entrare nella propria vita. Ogni storia è come un paio di occhiali: una volta indossati, non puoi più guardare il mondo come prima. Ecco, io spero che questa storia cambi lo sguardo ai suoi lettori. Molti mi dicono che dopo aver letto la storia di Enaiat non riescono più a guardare i migranti con gli stessi occhi di prima.  Ecco, questo è esattamente il risultato che speravo di ottenere.


Fabio cosa vorresti che si portasse a casa lo spettatore dopo aver visto in scena il tuo libro?

La voglia di interrogarsi, di indagare quel pezzo di mondo che magari conoscono poco. La voglia di uscire per strada e fare qualcosa per rendere questo pianeta un posto migliore.


Per cominciare a rendere un posto migliore, portarci a casa i tre comandamenti che la madre fa a Enaiat: non usare le droghe, non usare le armi e non rubare, ci renderebbe persone migliori. A proposito di queste tre raccomandazioni, un politico al quale consiglieresti la visione dello spettacolo
Nel mare ci sono i coccodrilli e perché?

Qualunque. Per ricordare a se stesso il motivo della sua missione. Sempre che quel motivo, ossia mettersi a disposizione della polis, ci sia mai stato.

Lo spettacolo Nel mare ci sono i coccodrilli è un piccolo gioiello proprio come il libro, non destinato solo ai bambini, come in apparenza potrebbe sembrare ma anche e soprattutto agli adulti, in particolare a quelli che, in preda a un odio cieco e compulsivo, vogliono negare ad altri esseri umani il diritto di vivere. Paolo Briguglia, con la sensibilità di un padre di tre figlie, ci restituisce l’ingenuità e la freschezza di un bambino che piano piano impara a crescere e a lavorare in un paese dove le regole le fanno i grandi e dove l’infanzia spensierata dura poco, quasi un attimo. “Una volta ho letto – queste le parole di Enaiatollah Akbari – che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare”. A Paolo abbiamo girato questa frase come domanda. Ci ha risposto che è un’esigenza che nasce da un bisogno ancora più radicale, che è il bisogno di sopravvivere.


Paolo, cos’hai provato quando hai letto per la prima volta
Nel mare ci sono i coccodrilli?

Dovevo realizzare un audiolibro e mi proposero questo libro, che non conoscevo. Dovendo preparare la registrazione l’ho letto e alla fine ho provato quello che provano tutti: un’emozione fortissima. Perché è una storia vera. Perché ti costringe a immaginare cosa avresti fatto tu a 10 anni se tua madre ti avesse abbandonato in un paese che non conosci, con una lingua che non capisce e miracolosamente sopravvivere, lavorare e spostarti clandestinamente da un paese all’altro ed essere, nonostante tutto, felice. Perché questa è la forza di Enaiatollah.


Dopo aver registrato l’audiolibro…

Ho pensato che potesse essere bello farne uno spettacolo in teatro. Alla prima occasione, esattamente il Festival a Palermo, l’ho proposto. L’idea fu accolta e dopo tanti anni eccomi ancora qua!


Cosa significa raccontare, oggi, la storia di Enaiatollah a teatro?

Questo spettacolo può essere uno strumento per ricordare che dietro queste persone ci sono esseri umani, nel caso di Enaiatollah, un nostro figlio. Provare a capire, attraverso la sua storia, la necessità che spinge queste persone ad abbandonare tutto, lasciare la propria casa, il proprio paese, le proprie origini per affrontare un viaggio pericoloso che comporta anche la morte… e per chi ce la fa, sapere di non essere accolti come si dovrebbe. Di fronte a tutto questo dovrebbe almeno cadere l’ostilità nei confronti di questi esseri umani e guardare il prossimo con occhi diversi. Questa storia insegna a farlo. Dopo aver letto Nel mare ci sono i coccodrilli, oggi, quando incontro un emigrato e mi viene incontro anziché infastidirmi se mi chiede una monetina, se ho il tempo di fermarmi a parlare con lui mi interessa conoscere da dove viene e qual è la sua storia. Sapere che qualcuno li ascolta, ma li ascolta per davvero, è un modo meraviglioso per evitare loro attacchi di panico, crisi d’identità o di cadere in depressione. Ma sai cosa? aldilà di tutto questo è che le loro storie sono realmente interessanti!


Quant’è difficile interpretare le emozioni di un ragazzino afghano?

Questo monologo richiede una grande disponibilità, mettere da parte la propria vanità da attore e rendersi trasparenti. Ti faccio un esempio, una volta un attore in scena ad inizio spettacolo disse che noi attori siamo come un fattorino che deve consegnare una pizza. La storia è la pizza e il nostro dovere è di consegnare questa pizza calda e appetitosa Siamo un veicolo e dobbiamo assicurarci che la storia che noi veicoliamo arrivi al cuore delle persone. Tutto il resto non conta!


C’è un politico che vorresti stasera a teatro?

È impossibile risolvere questa situazione politicamente. Io mi rivolgo più ai cittadini che ai politici. I politici devono trovare una soluzione, mentre i cittadini devono cambiare atteggiamento verso lo straniero.


Ma, nel mare, ci sono i coccodrilli?

Ad un certo punto si legge che nel mare i coccodrilli esistono, probabilmente grazie allo sfociare di qualche fiume…


… non intendo quei coccodrilli!

(ride, ndr) È vero qui parliamo di altri tipi di coccodrilli. Nel mondo esistono persone che hanno la vocazione per il male e non si fermano davanti alla fragilità di un bambino. Da padre di tre bambine i sentimenti che provo davanti a questi coccodrilli sono molto brutte. I coccodrilli sono animali e il loro istinto è un istinto sano, hanno bisogno di uccidere per nutrirsi. Gli uomini sono peggio!

C’è un momento del libro che hai voluto mettere maggiormente in risalto?

Non è stato facile fare l’adattamento perché il libro è talmente bello, pieno di episodi che ridurlo ad un’ora di racconto è stato frutto di grandissime discussioni e sacrifici tra me e Edoardo Natoli. Io aggiungevo, lui tagliava… Ma ti assicuro che tutto quello che vedrai questa sera è tutto quello che volevamo dire.


Ha la stessa struttura del libro?

No, abbiamo cercato di costruire un andamento più lineare rispetto al libro. È un dialogo aperto con il pubblico, di fatti mi rivolgo allo spettatore come se io fossi Enaiatollah.


Lo spettacolo sta per cominciare. Cosa vorresti che mi portassi a casa a fine serata?

Vorrei che ti portassi a casa la voce di questo ragazzino che attraversa l’inferno, che attraversa il dolore ma alla fine mantiene sempre accesa dentro di sé una luce. Non la spegne mai. Questa voce io vorrei che chiunque se la portasse dentro.


Tu cosa ti porti a casa?

Anch’io mi porto a casa la voce di Enaiatollah. La sua vita è, e deve essere, una bella testimonianza!

La storia di Enaiatollah non è solo uno spettacolo utile. Ci fa riflettere meglio su quanto sia difficile sfuggire ad un destino di sangue. Ci fa capire quanto, a volte, basta così poco; donare una camicia, un paio di jeans e un paio di scarpe da tennis per renderci delle persone migliori. E grazie a un sorriso, che non costa nulla, salvare una vita.


“Siamo rimasti così, in silenzio, fino a quando la comunicazione si è interrotta.
In quel momento ho saputo che era ancora viva. E forse, lì, mi sono reso conto per la prima volta che lo ero anch’io”

Enaiatollah Akbari