Shakespeare Showdown – Un videogioco a teatro

Bianca Senatore – Nutrirsi di creatività
1 Dicembre 2020

By Tito Ciotta
1 Dicembre 2020

Si può mettere in scena un videogioco? Ma soprattutto, si può videogiocare con un testo di Shakespeare? La risposta è sì. Ci hanno pensato i ragazzi della compagnia teatrale, di recentissima formazione con sede a Torino, Enchiridion. Frutto di una serie di esperienze molto diversificate in ambito teatrale e artistico, ma anche nella didattica e nella formazione, la compagnia Enchiridion prosegue il lavoro quindicinale della precedente Compagnia Dei Demoni, nata a Genova da un gruppo di attori diplomati alla scuola di recitazione del Teatro Stabile, due dei quali sono ora soci fondatori della nuova compagnia. Enchiridion: dal greco antico, “manuale”, o meglio, libro tascabile. È questo il format che Matteo, Francesca e Mauro (le tre lumache) vorrebbero idealmente attribuire alla loro attività: esperienze artistiche da condividere ovunque, tanto nei teatri che in spazi non convenzionali e con ogni tipo di pubblico.


Cerchiamo di capire meglio cosa tratta questo interessante progetto. Marzo 2020. Una delle tre
lumache, Matteo, scopre, durante i 60 giorni di internamento, il mondo del codice videoludico. Decide che userà i giorni della quarantena per sviluppare in solitaria un intero gioco in 2d. L’operazione fallisce miseramente man mano che Matteo apprende che la mole di lavoro supera le sue forze e neanche due quarantene di fila (e ci siamo!) probabilmente gli permetterebbero di terminare quello che aveva in testa. Così, sconsolato, Matteo continua pigramente le sue linee di codice, sapendo che come I Prigioni di Michelangelo Buonarroti, rimarranno incompiute. Da lì due fortunati eventi decidono di susseguirsi e cambiare il destino, dei mesi a venire, per queste tre lumachine. Il primo: il bando di Kilowatt Festival che si tramuta in una call per Residenze Digitali, ampio spazio a progetti di innovazione performativa.


Il secondo: salta fuori che la lumachina Francesca non era nuova al mondo dello sviluppo videoludico. Dieci anni fa con il suo team di allora, a Roma, si era decisa nell’utilizzare il mondo di Shakespeare per costruire un videogioco punta e clicca con cui approfondire la conoscenza del Bardo e delle sue opere. Il terzo: le lumachine fanno due più due e cominciano a stilare il progetto di quello che nei mesi a seguire diventerà proprio
Shakespeare Showdown, un videogioco 2d con visuale platform ed estetica pixel art. Un po’ come Super Mario, per citarne uno. La pixel art è una forma d’arte digitale che deriva dai primi giochi sviluppati, in cui, per questione di spazio, i personaggi non potevano essere disegnati ed animati in ogni loro dettaglio, perché il gioco e le tecnologie del tempo non ne avrebbero digerito il peso. La pixel art è il riuscire a fare arte utilizzando dei quadrati di colore, i pixel appunto, che affiancati in un certo modo, simboleggiano qualcosa. Se ci pensiamo è la stessa magia che accade in teatro dove un telo può diventare il mare.


Il gioco prende la storia di Romeo e Giulietta (Romeo e Juliet nella versione di
Shakespeare Showdown) e la utilizza per raccontare qualcosa in più, una riflessione sull’amore, sulla mancanza d’amore e sulla memoria. All’inizio del gioco viene chiesto al giocatore se ha intenzione di iniziare la sua avventura come Romeo o come Juliet, e dipendentemente dalla sua scelta il giocatore si troverà davanti a vari modi di completare il livello e scenari diversi tra loro. All’interno del gioco Romeo e Juliet incontreranno personaggi chiave della loro storia, ma anche personaggi provenienti da altri universi shakespeariani, personaggi che i giovani amanti di Verona non hanno mai incontrato, e che nel videogioco Shakespeare Showdown invece, metteranno loro i bastoni fra le ruote, li aiuteranno, o faranno crescere in loro il dubbio.

Ragazzi, in inglese quando ci si riferisce ad un’opera si dice play, possiamo dire che avete preso letteralmente in prestito la parola play (che vuol dire anche gioco) e unite un gioco allo spettacolo?

Del canonico spettacolo rimane poco, il giusto. Un bosco e un sottobosco di artisti che possono apportare miglioramenti ai personaggi che decidiamo di tramutare in pixel e di renderizzare dentro al gioco. Al momento stiamo radunando il supercast. Per il resto sì, prendiamo il mondo che conosciamo meglio, quello dello spettacolo dal vivo, e utilizziamo le nostre conoscenze per metterlo a servizio di un mondo diverso, con cui il teatro non ha mai davvero dialogato. O se l’ha fatto, l’ha fatto sempre per tentare di inglobarlo.


A proposito di supercast,
Shakespeare Showdown l’avete presentato l’estate scorsa e tra gli attori in carne ed ossa c’era anche Tindaro Granata. Cosa vi ha spinto a scegliere proprio Tindaro e come lo avete convinto ad accettare la vostra proposta, se vogliamo, alternativa al teatro più classico.

Tindaro è stata una improvvisa manna dal cielo. Lo conoscevamo molto bene ma solo da spettatori. Non solo si è rivelato davvero una persona umile e buona e naturalmente interessata al nostro progetto, ma ha saputo, fin dall’inizio, plasmare il personaggio che gli abbiamo assegnato alla perfezione, regalandogli davvero sentimenti tridimensionali che sono ora relegati nello spazio a due dimensioni del nostro mondo.


Ho letto che il videogioco è nostalgico, posso sapere il perché?

Il videogioco è nostalgico, in primo luogo, per il suo aspetto visivo. La pixel art ha accompagnato i videogiocatori fin dagli albori, prima per necessità, poi, piano piano, per via della sua potente componente caratteriale. Il segno pixel è un segno che non lascia dubbi di sorta: è capace di risvegliare all’interno dei vecchi giocatori sentimenti di nostalgia, di ore passate su Mario, Zelda, Street fighter II, Pokemon ecc… ma dall’altra parte c’è da dire che la pixel art non è mai stata rimpiazzata. Con l’avanzamento delle tecnologie sono arrivati engine più potenti che potevano creare mondi in 3d e che, col passare degli anni, diventavano sempre meno poligonali. Tuttavia il segno della pixel art è rimasto, e una grande quantità di giochi ha continuato ad essere sviluppata utilizzando proprio questo segno; tutt’oggi una marea di giochi vengono sviluppati attraverso questo canone artistico. Da una parte i nostalgici, dall’altra i giocatori di oggi che hanno continuato a giocare in 2d (e non solo) in cui i quadrati colorati la fanno da padrona.

Come ogni videogioco che si rispetti anche il vostro ha diversi livelli? Se sì, quanti e quali le difficoltà?

Il videogioco è pensato per avere una durata breve, venti minuti al massimo. I livelli non sono quindi molti e la giocabilità rimane accessibile ad un pubblico molto eterogeneo. Dai gamers più piccoli, ai casualoni o agli hardcore 30enni, ai 40enni che vogliono immergersi in quei mondi che il commodore 64 aveva loro regalato. Shakespeare Showdown ha diversi livelli, il giocatore/spettatore dovrà addentrarsi in ambienti sempre più ostili, ma non abbiamo pensato ad un’esperienza che richiedesse abilità da gamer navigato. Siamo più che altro interessati a intendere la partita come un’esperienza che coinvolga il giocatore emotivamente ed intellettualmente. Leggere un libro, ascoltare un album, guardare uno spettacolo sono momenti che ci lasciano dentro qualcosa se incontrano la nostra disponibilità. Shakespeare Showdown è un po’ tutte e tre queste cose.


Raggiunto l’obiettivo finale entra in gioco l’attore, in carne ed ossa. Avete messo in conto che lo spettatore/giocatore (tipo il sottoscritto negato con qualsiasi tipo di gioco) possa non raggiungere l’obiettivo? A quel punto l’attore resta in panchina?

Carino l’attore in panchina che aspetta il suo turno! Comunque no. Il gioco non è pensato per essere hardcore, difficile cioè da portare a termine. Ci sono difficoltà, enigmi o puzzle da risolvere, ma quello che il nostro Shakespeare Showdown vuole essere è più uno spostamento lineare orizzontale che attraverso momenti dalla diversa interagibilità (vedi livelli veri e propri e le cinematiche) racconta la sua storia. Come se i livelli continuassero ad essere molto piacevoli da seguire, da osservare, mondi interattivi in cui immergersi, ma che non distraggano causa eccessiva difficoltà. Siamo sicuri che anche il più negato tra i gamer potrà divertirsi giocando a Shakespeare Showdown. Perché tutto ciò che serve per vincere è avere la determinazione di raggiungere, dall’altra parte del livello, la persona che ami. E di questo, siamo sicuri, ognuno ne è dotato!


Per assurdo, potrei giocare più di una volta? Ogni messa in scena potrebbe essere diversa a seconda dello spettatore/giocatore o sbaglio?

Certo che sì: nel nostro videogioco puoi scegliere se giocare come Romeo o come Juliet, e in base alla scelta si avranno livelli diversi, modi diversi di completarli, e diverse cinematiche.


A teatro anche la musica è per molti importante. In
Shakespeare Showdown?

In un videogioco l’aspetto sonoro ha una importanza fondamentale. In teoria anche a teatro dovrebbe… eppure molti degli spettacoli che abbiamo visto recentemente non hanno una vera e propria cura (figuriamoci un approfondimento) sull’impatto sonoro di cui un’opera si deve avvalere. Qualcuno diceva che se il cinema era la casa dell’immagine, il teatro era quella del suono. Ma tant’è. La musica e tutto l’ambiente sonoro di Shakespeare Showdown sono composti da Matteo Sintucci. Un mix di musica elettronica (edm, electro pop e techno) e di campionamenti da strumenti e oggetti reali. Grazie ad una nostra compagna di viaggio, l’attrice e cantante Celeste Gugliandolo, abbiamo anche aggiunto un terzo ingrediente in questo mix, delle vere e proprie canzoni che utilizzano i testi shakespeariani: i versi del bardo si fanno flow e parola cantata.

La drammaturgia contemporanea in Italia fa fatica a trovare spazi nei teatri per vari motivi, guardando il vostro sito gli spettacoli che proponete sono contemporanei, però il videogioco ha come protagonisti Romeo e Giulietta (e ci sta, posso capire il perché di questa scelta). Continuerete con i classici giusto per far avvicinare i giovani al teatro oppure proporrete anche un videogioco più contemporaneo, che si avvicini al mondo dei giovani, che è il vostro pubblico.

La drammaturgia contemporanea è sempre stato il nostro grande amore. Frequentiamo ogni anno (eccetto questo per ragioni legate al Covid) il Fringe Festival di Edinburgo e lì diventiamo degli avidi spettatori. Alcuni di questi testi li abbiamo poi tradotti e portati qui in Italia e prodotti con altre istituzioni. Nel caso di Shakespeare Showdown però abbiamo pensato che avremmo potuto giocare con la contemporaneità di Shakespeare prendendoci tutte le licenze poetiche di cui avevamo bisogno per dire al nostro spettatore/giocatore che ognuno di noi è stato e per sempre sarà un Romeo o una Juliet.


Quando e dove potremo vedere questo spettacolo di videogioco a teatro… oppure può benissimo essere messo in scena in altri luoghi, se sì quali?

Questo è un videogioco con una fondamentale componente fisica. In una contemporaneità dove il digitale tende ad essere sempre di più etereo abbiamo voluto dare un corpo, una materia e una fisicità al nostro progetto. Shakespeare Showdown avrà l’aspetto di un cabinato come quelli che eravamo abituati a vedere nelle ormai scomparse sale giochi. Unica differenza sarà che non ci sarà bisogno di inserire alcun gettone.

Se vi abbiamo incuriosito almeno un po’, potrete vedere la presentazione di Shakespeare Showdown acquistando il vostro biglietto a soli 3€ a questo link e seguire le prime rappresentazioni in diretta streaming nelle seguenti date:


– giovedì 3 dicembre 2020, ore 21.00

– venerdì 4 dicembre 2020, ore 21.00

– sabato 5 dicembre 2020, ore 21.00