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Riccardo Buscarini

Quest’anno il Teatro PimOff lancia la sua NON stagione teatrale per dare spazio ad una vera e propria factory, un progetto collettivo nato da due esigenze: la prima è la richiesta degli artisti di un luogo protetto in cui poter creare, provare, sbagliare e ricominciare, senza l’ansia di un debutto o l’occhio all’orologio per la scadenza dell’affitto della sala. La seconda è quella di far vivere uno spazio, inaspettato, informale, inusuale forse, certamente unico come il PimOff, al di là delle semplici repliche di uno spettacolo serale.

Sono stati scelti undici nuovi progetti, coraggiosi e anche rischiosi in quanto affrontano, senza timore, argomenti come la religione, la paura, il terremoto. Temi che non lasceranno indifferenti e che, anzi, tutti noi ci auguriamo, coinvolgeranno il pubblico.

Il primo artista, in residenza, è stato il coreografo Riccardo Buscarini con il suo progetto L’età dell’horror.

Dopo 10 giorni di residenza, Riccardo ha presenta uno studio e noi di StarsSystem c’eravamo e ci siamo innamorati di questo lavoro, soprattutto galvanizzati dal forte messaggio che ci è arrivato:

“teniamoci per mano e non lasciamoci separare dalla paura”

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Per questo motivo abbiamo voluto incontrare, a fine serata, Riccardo Buscarini e farci spiegare quando e perché nasce un lavoro come L’età dell’horror?

Più cresco e più mi rendo conto che ogni mio lavoro parte da suggestioni personali e dalla realtà che vedo e che vivo. Credo che viviamo in tempi bui. Nel momento in cui scendiamo in metropolitana e ci viene in mente che nel vagone a pochi passi da noi ci possa essere un kamikaze, o nel momento in cui a una donna non è permesso di indossare il costume da bagno che desidera in spiaggia, o quando in TV o su Facebook, Trump o Salvini esprimono la loro visione sul mondo riscuotendo consensi.

Quello che siamo portati a provare e allo stesso tempo, l’arma che viene usata per manipolarci, stordirci e sopraffarci (tra l’altro da figure per lo più maschili) è la paura.

Da questi semplici esempi, paura come limite individuale e collettivo, mezzo di controllo – ma anche come stimolo: ci butteremmo infatti da qualsiasi davanzale se non avessimo paura di farci del male – nasce L’età dell’horror.

Secondo quel processo che chiamo “fisicalizzazione”, il cui intento è trovare una traduzione fisica dei temi di questo lavoro in immagini in movimento, la mia ricerca si sta incentrando sul concetto di fuga come spunto principale di creazione. Anche il suono rispecchierà questo concetto: una delle mie grandi ispirazioni per questo lavoro è L’Arte della Fuga di J.S. Bach, i cui nervosi contrappunti faranno da tappeto “incalzante” al movimento e dandogli allo stesso tempo un incedere nobile, epico.

L’altra opera a cui sto facendo riferimento è La terra desolata di T.S Eliot.

Qual è la chiave di lettura del titolo L’età dell’horror?

L’idea alla base di questo progetto sta proprio nel titolo, ovvero nella contrapposizione tra il concetto di armonia, stabilità e prosperità cui rimanda la mitologica espressione età dell’oro, e l’orrore, inteso non nell’accezione di genere cinematografico, ma come una miscela di disgusto e paura, l’emozione primaria dominata dall’istinto che ha come obiettivo la sopravvivenza dell’individuo di fronte ad una situazione di pericolo.

Dagli albori della cultura occidentale, l’età dell’oro è quel passato idealizzato e, di conseguenza, quell’ideale irraggiungibile che contraddistingue il vivere umano. E’ un paradiso perduto cui tende, con atavica nostalgia, il desiderio dell’uomo che naviga in balia del suo incompleto, instabile e corrotto presente. L’armonia che l’età dell’oro suggerisce è infatti assoluta completezza, assenza del bisogno e una costante, immota sazietà, mentre nella contemporaneità ciò in cui siamo immersi è proprio la precarietà, ovvero la non pienezza. Secondo quest’ottica della “mancanza” si può analizzare ogni paura: la paura di ciò che non riconosciamo, del diverso, dell’altro che, ad esempio anche in maniera irrazionale, possa privarci di qualcosa che ci appartiene, che possa intaccare la nostra interezza.

Perché abbiamo così tanta paura della diversità?

Perché si ha paura di quello che non si conosce, perché si pensa che in qualche modo l’altro ci potrebbe fregare!

Ne sono esempi lampanti la xenofobia, il razzismo e il sessismo. Sintomi di un timore fondato sul credere che ciò che non siamo ci possa togliere ricchezza, potere o autorità sulla nostra realtà. In questo senso la paura è la paura di perdere il controllo su ciò che è nostro, che ci rappresenta, e quindi di perdere la nostra identità. Credo che questa resistenza sia evidente in qualsiasi relazione umana.

In questo lavoro la relazione di coppia, in cui entra in gioco la nostra intimità in maniera più profonda, diventa simbolo dello scontro/unione e compenetrazione di due soggetti diversi. In questo senso vorrei che L’età dell’horror, nell’essere un duetto per una coppia di uomini – che tra l’altro un po’ si somigliano – fosse una metafora dell’ambiguità e delle fragilità delle relazioni: la resistenza e l’esitazione come difesa di se stessi, il tentativo di specchiarsi, ma infine, l’inesorabile perdersi nell’altro. In quel momento caotico di perdita, e nel tentativo di negoziare con l’altro per trovare una forma unica e di nuovo (un nuovo) equilibrio, nasce il movimento. Una ricerca affannosa di quell’oro che non c’è e che si crea nella ricerca stessa dell’armonia.

Il tuo lavoro, trova nel rapporto di coppia, una via di fuga dalla paura ma a Riccardo Buscarini cosa fa più paura?

Il lavoro trova nella negoziazione con l’altro, nella cooperazione, la soluzione all’isolamento e al rifiuto che la paura provoca. L’altro, da un qualcosa di sconosciuto e pericoloso, si trasforma attraverso il tempo e il movimento, in un complice e in un rifugio.

Difficile pensare alla mia paura più grande escludendo quella della morte. Credo che quella sia la separazione più grande di cui possiamo avere esperienza nella nostra esistenza, specialmente rispetto alle persone che amiamo che non vorremmo mai lasciare.

Quanto sei coinvolto, ma soprattutto quali le difficoltà di uno spettacolo come L’età dell’horror?

L’età dell’horror è progettato per i danzatori Andrew Gardiner e Mathieu Geffré. Un lavoro basato sui loro corpi e sulla loro relazione.

Quello che mi interessa poter mostrare è la massima intimità in scena, un’intimità che ovviamente posso anche io riconoscere, a cui mi sento affine.

Ho incontrato Andrew, un danzatore di Leeds nel giugno 2014 durante le audizioni per No Lander, la mia ultima produzione che avrà presto – al Festival Gender Bender di Bologna, il suo debutto italiano. Quello che mi colpì in lui erano le straordinarie doti tecniche – ciò è fondamentale nel mio lavoro che spesso richiede resistenza e memoria – la creatività e lo humour, ma soprattutto la grande dedizione verso la nostra arte in generale, e un interesse e rispetto unici nei confronti del mio lavoro.

Capita raramente di incontrare collaboratori che credono nel lavoro di un coreografo tanto quanto il coreografo stesso.

Dalla collaborazione di No Lander è nata una grande amicizia e grazie alla stima e fiducia reciproca, anche l’interesse di creare di nuovo qualcosa assieme. Prima abbiamo pensato di creare qualcosa di radicalmente diverso da quello che facciamo di solito, un duetto per me e per lui in Drag – il che è qualcosa che abbiamo ancora in mente per un futuro prossimo. Andrew mi ha aiutato molto nello sviscerare i temi de L’età dell’horror.

Ho conosciuto Mathieu, il compagno di Andrew, attraverso Andy stesso un anno fa, alla prima di No Lander a Bath. Mathieu, francese di Bordeaux, a soli 29 anni, dopo gli studi al Corservatoire National de Danse de Paris, varie esperienze in Olanda e 4 anni alla National Dance Company of Wales, è forse il danzatore più preparato e forte che io abbia avuto in sala con me. Ammetto che è veramente un onore collaborare con lui.

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Cosa vorresti che si portasse a casa uno spettatore dopo aver visto L’età dell’horror?

L’età dell’horror è una riflessione sulla fiducia nell’altro e allo stesso tempo, sul pericolo che si corre nell’entrare nell’altro, di perdere la propria identità nel diventare una cosa sola, sulla forza ambigua che si genera nella sinergia tra due diverse creature fuse assieme.

A chi consiglieresti L’età dell’horror?

Semplicemente a chi crede che l’arte sia un mezzo di comunicazione.

Di solito davanti all’arte contemporanea, in questo caso alla danza, molti a fine spettacolo dicono: “non ho capito”. Tu cosa rispondi?

Non sempre è necessario capire, a volte basta solo accogliere, sentire. E’ un’esperienza estetica quella che l’arte ci propone, non un’esperienza anestetica!

L’idea iniziale del progetto di Riccardo è rafforzata e resa ancora più attuale dai sempre più frequenti episodi di omofobia di cui si sente, purtroppo, continuamente parlare. Statistiche rivelano che molti ragazzi tentano il suicidio durante l’adolescenza, fino ad arrivare al suicidio vero e proprio.

Il ruolo della danza, nella lotta contro l’omofobia, quant’è importante?

La danza, in quanto forma d’arte, è un grande mezzo di comunicazione. In questo senso, spero che L’età dell’horrorporti attraverso il movimento – il linguaggio di cui facciamo esperienza ogni secondo della nostra vita quotidiana – un messaggio di fiducia e di apertura.

Cosa rispondi a chi dice che l’omosessualità è contro natura?

Che l’omosessualità esiste in 450 specie, l’omofobia solo in una!

Qual è il tuo rapporto con la Chiesa?

Quando sono a Piacenza, mia città natale, spesso mi capita di prendere la mia bicicletta e di attraversare il suo bellissimo centro storico. Mi piace entrare nelle Chiese. Ce ne sono di bellissime. Questi spazi grandi e con la loro storia sono carichi di un senso di sacralità che sa darmi pace. Sono da sempre in cerca di una spiritualità che ancora non ho trovato. Personalmente credo che sia il percorso di una vita.

Per quanto riguarda la Chiesa come istituzione: preferisco non parlarne.

Allora parliamo della campagna crowdfunding, ossia una modalità di raccolta fondi online usata soprattutto per progetti culturali. Per riuscire a vedere la luce come merita L’età dell’horror ha bisogno di sostentamenti che non sono arrivati, per questo motivo Riccardo si è buttato, per la prima volta, in quest’avventura.

“Il pubblico sta avvertendo il senso di “necessità” alla base di questa idea – ci confida – Siamo al 65% del totale di questa raccolta fondi, ma mancano 19 giorni alla fine della campagna”

Cosa poter fare? Noi di StarsSystem nel nostro piccolo, abbiamo contribuito. Ora tocca a voi, se lo vorrete. Basta donare al seguente link:

www.indiegogo.com/projects/the-age-of-horror-a-dance-piece-about-fear-lgbt

Siamo sicuri che il lavoro di Riccardo possa diventare un successo e voi potrete dire:

“anche noi abbiamo contribuito al successo de’ L’età dell’horror