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Dopo il successo all’interno della rassegna teatrale ‘Illecite Visioni 2016’ (oggi Lecite Visioni grazie alla Legge Cirinnà e alle Unioni Civili) è tornato in scena presso il Teatro Filodrammatici di Milano lo spettacolo Le scoperte geografiche di Marco Morana.

La scorsa stagione avevamo perso l’occasione di assistere a questo spettacolo, ma quest’anno non abbiamo commesso lo stesso errore. Le scoperte geografiche non è solo uno spettacolo ma un bellissimo viaggio, un viaggio coraggioso verso l’ignoto, anche se:

‘un viaggio non è sempre partire’

questa una delle tante belle battute interpretate da Daniele Gattano e Francesco Petruzzelli, bravissimi nel passare attraverso le tre fasi della vita; bambini, uomini e anziani. Ma Le scoperte geografiche è soprattutto un testo intelligente, tant’è che a fine spettacolo abbiamo deciso di contattare il drammaturgo Marco Morana. Classe 1986, si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove vive e lavora.

Ciao Marco, di solito apro i miei articoli con una breve bio, a te invece chiedo direttamente di presentarti. Chi è Marco Morana?

Prima di tutto un cameriere appassionato di vino naturale. È il lavoro che mi dà da mangiare da otto anni ed è un lavoro bellissimo. Poi naturalmente scrivo testi teatrali, racconti e ogni tanto qualche sceneggiatura, ma solo con pochi registi che stimo.

 

Quando e perché nasce un testo come Le scoperte geografiche?

Il testo nasce circa tre anni fa, dall’incontro con la regista dello spettacolo, Virginia Franchi.
Non avevo mai scritto uno spettacolo vero e proprio mentre lei aveva già alle spalle numerose regie. Dopo vari tentativi le ho inviato qualche pagina di uno strano dialogo fra due ragazzi che mescolava versi e gergo marinaresco. Non ti so dire perché, ma abbiamo capito subito che quello sarebbe stato il nostro spettacolo. Poi è subentrato Daniele Gattano, uno dei due attori, al quale ho fatto leggere una primissima stesura per capire se quella strana lingua fosse efficace dal punto di vista puramente teatrale, se non fosse cioè solo un delirio astruso del sottoscritto. Per me il passaggio dalla carta alla messa in voce è molto importante. Ho bisogno di sentire le parole che scrivo per capire i problemi del testo e per decidere come intervenire. Poi si sono aggiunti gli altri componenti del progetto e abbiamo dato vita a un primo studio, finalista al Premio Dante Cappelletti. Sul perché profondo della genesi del testo non è facile rispondere. Quando mi viene in mente uno spunto tendo a non farmi troppe domande. Aspetto, lo lascio lì a cuocere in un angolo remoto del mio cervello. Se per un po’ di tempo continuo a pensarci, arriva un momento in cui mi dico: “Bene, forse questo lo devi scrivere”.

 

Sei giovane eppure il tuo testo è molto poetico, a tratti ‘puro’, mentre oggi ci hanno abituati alla volgarita ‘perché fa audience’; spesso anche in teatro assistiamo a volgarità gratuite. Tu, controtendenza, viri e punti sulla qualità. E il pubblico ripaga.

Cercherò di rispondere portando il discorso su un livello più generale. Per me in Italia il teatro è in coma. Essendo in condizioni disperate, la tendenza dei teatranti è quella di cercare delle scorciatoie. Ecco perché in questa fase storica ci sono molti spettacoli che, ad esempio, cercano di sfruttare il clamore pubblicitario della cronaca nera finendo per imitare, nei contenuti e nella promozione, la banalità propria della televisione. Lo fanno per un discorso economico, ovvio. A me questi spettacoli non piacciono, e il mio modo di lavorare è coerente con i miei gusti di spettatore: preferisco gli spettacoli che raccontano delle storie, che non si vergognano di emozionare, che siano misteriosi senza essere criptici. Non so se questo significhi qualità, ma non posso farci nulla, io conosco solo questa maniera di scrivere. La risposta del pubblico è stata ben al di sopra delle nostre aspettative. Pur essendo uno spettacolo prodotto da una compagnia giovane e semisconosciuta, sono state davvero tante le persone che hanno deciso di pagare un biglietto per vederlo.

 

Infatti nello spettacolo Le scoperte geografiche la storia c’è e ha pure con una precisa narrazione, senza perdere di vista l’attualità. Ci troviamo in una classe scolastica (grazie ai bellissimi giochi di luce a Led, a tratti ci troviamo catapultati all’interno di in un planetario), due compagni ripassano la lezione di Storia sulle grandi scoperte geografiche di Colombo e Magellano. I due iniziano così un viaggio, in parallelo, di esplorazione nei loro sentimenti.

 

Quanto è importante la parola in uno spettacolo come Le scoperte geografiche?

Come sempre, la parola è importantissima nel teatro di prosa. È il punto di partenza che dà vita alla partitura costruita dalla regia. Ma la parola da sola non serve a niente se non è ben tradotta in scena da tutti quelli che collaborano allo spettacolo. Il testo è un ingrediente, ma uno spettacolo è il risultato di un processo creativo collettivo.

Le scoperte geografiche è soprattutto uno spettacolo fresco e divertente. Fa sorridere, ma anche riflettere. Sei riuscito a non cadere nel luogo comune, ossia non hai trasformato in macchiette i due protagonisti, impresa ardua perché troppo spesso succede il contrario.

Ti ringrazio. Ho voluto semplicemente scrivere un testo rispettoso della complessità del nostro modo di stare nel mondo, di noi in quanto esseri umani prima di tutto che gay, etero eccetera. Noi siamo qualcosa di più delle pur necessarie etichette. Non volevo affrontare una questione di genere. Non mi interessava scrivere un testo contro l’omofobia. Il testo racconta la storia di due uomini che, attraverso il sentimento che provano l’uno per l’altro, partono per un viaggio alla scoperta di se stessi. Due personaggi diversi, per certi versi opposti, che si avventurano nei meandri del loro inconscio e che vengono ogni volta messi di fronte alla responsabilità delle loro scelte e delle loro paure.

 

Hai detto che non ti interessa scrivere un testo contro l’omofobia, invece quant’è importante il Teatro contro l’omofobia?

Non faccio teatro militante, ma non ho nulla contro chi fa quel tipo di proposta. Per me comunque scrivere un testo vuol dire in primo luogo provare a raccontare la fondamentale impossibilità di comprendere il senso del nostro esistere. Uno spettacolo bello e coinvolgente può farci toccare con mano quanto sia inafferrabile il senso della vita, quanto sia indispensabile per noi umani accettare la sorpresa continua di noi stessi. In fin dei conti, non smettiamo mai di conoscerci, e questa continua scoperta, seppur dolorosa a volte, costituisce forse l’unico vero significato del nostro essere qui. In questo senso il teatro può essere contro l’omofobia e contro ogni forma di pregiudizio.

 

Mentre andare oltre gli stereotipi?

Per quanto mi riguarda, sono affascinato dai personaggi ricchi e contradditori, che compiono delle azioni sorprendenti per loro e per me che li scrivo. Un personaggio è vivo quando fa qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Gli stereotipi in fin dei conti sono noiosi. Tutto ciò che è prevedibile è noioso.

 

Come reagisce il pubblico dopo aver visto Le scoperte geografiche?

Questo bisognerebbe chiederlo agli spettatori. Io sono molto felice quando lo spettacolo piace alle persone che non si occupano di teatro, che non fanno parte del giro, per così dire.

 

A chi consiglieresti il tuo spettacolo?

A tutti, ma soprattutto a chi non va mai a teatro.

 

Sei anche un attore. Come mai non hai interpretato uno dei due protagonisti?

Diciamo che ero un attore. A dire il vero nel primo studio ho interpretato uno dei due personaggi, ma si trattava di una questione puramente pratica. Non avevamo i soldi per coinvolgere un altro professionista e così mi sono detto: ’Vabbè, se proprio non c’è un’altra soluzione, lo faccio io’ Però, appena ne ho avuto la possibilità, mi sono subito defilato e ho deciso che non avrei più recitato. L’esperienza maturata da attore è utilissima per il mio lavoro di drammaturgo. Non posso dire che aver fatto l’attore non mi sia piaciuto, ma in definitiva ho capito di trovarmi molto più a mio agio a scrivere. Il mio posto non è sul palco, ma accanto al palco. E poi le energie sono poche, il tempo non è mai abbastanza, e ho scelto di dedicarmi completamente alla scrittura, perché in fondo è l’unica cosa a cui non potrei mai rinunciare.

Come sceneggiatore, ti piacerebbe se Le scoperte geografiche diventasse un film?

Non so se mi piacerebbe, ma penso che questa storia sia fatta apposta per il teatro. È pensata e costruita per la scena. Non riesco a immaginare come possa diventare un film. Cinema e teatro sono due linguaggi diversissimi. Comunicanti ma profondamente diversi.

 

Il Teatro è ancora una forma d’arte che interessa il pubblico o rischia di chiudersi sempre più in uno spazio ristretto pur di sopravvivere?

Come dicevo prima, non mi pare che il teatro italiano stia bene. Il cinema, i libri e le serie TV destano ancora un qualche interesse. Il teatro purtroppo no, perché sostanzialmente è un luogo che fa di tutto per non essere visitato. Mi spiego meglio. Da un lato, come detto all’inizio, c’è la categoria delle “volgarità”, come le definisci tu. Dall’altro lato, però, c’è quel teatro che si autodefinisce colto, il quale fa addirittura più male al sistema. Un teatro completamente rivolto a una casta di addetti ai lavori, cerebrale, noioso, e soprattutto autocompiacente, drammaturgicamente inconsistente, che si accontenta di non esistere, anzi, di sussistere, ponendosi l’unico obiettivo di instaurare un dialogo con la vecchia generazione di critici e di operatori più influenti. Un teatro fatto da persone che scambiano il gesto artistico per un atto di supremazia, di arroganza, di vanità, di ricerca.
Io penso che la ricerca dovrebbe essere un mezzo, non il fine. La cosa più deleteria per un artista è l’autoindulgenza. L’autoindulgenza fa perdere il contatto con la realtà e con il proprio talento. Per adesso la maggior parte del teatro italiano è così, e fin quando sarà così mi pare impossibile che si possa costruire un pubblico al di fuori del ristretto giro dei professionisti. Devo dire che le cose forse stanno cambiando. Sulla scorta di quanto avviene ormai da tempo nel mondo anglosassone, le nuove generazioni di critici, di operatori, di registi e di drammaturghi sembrano più consapevoli che continuando in questo modo non si va da nessuna parte.

 

Mi sembra di intuire che fare oggi nuova drammaturgia in Italia è difficile.

In Italia manca la cultura della drammaturgia. Le vecchie generazioni di critici e di operatori sono cresciuti in un teatro “di regia” o “di attore”, per cui considerano la storia un aspetto secondario. Non sono abituati a valutare uno spettacolo dal punto di vista della narrazione, e lo dimostra il fatto che nelle recensioni è molto difficile trovare un sunto della trama (forse anche perché la trama non c’è nemmeno negli spettacoli recensiti). Questo è un grosso problema, soprattutto in un mondo in cui, invece, le storie sono sempre più importanti. Basti pensare al pubblico trasversale che le serie tv riescono a intercettare. Per dare un segnale di svolta bisognerebbe in primo luogo che ogni teatro si dotasse di un dipartimento letterario, così come avviene nel Regno Unito. Un dipartimento letterario è un indirizzo a cui ogni drammaturgo può inviare un testo sperando che venga prodotto. Sarebbe una piccola rivoluzione.

 

Concordo. Penso anch’io che l’autore teatrale, rispetto al passato, ha meno rilevanza rispetto al regista o all’attore. Dunque pensi che noi: ’ce ne freghiamo della drammaturgia’ ?

(non è il mio caso dai, visto che ho deciso di dare voce alla nuova drammaturgia con queste interviste)

Sì, ma si tratta appunto di un grande equivoco. Il pubblico va a vedere principalmente delle storie. Se hai una bella storia è più facile intercettare l’attenzione e il gradimento di chi ti guarda. Uno spettacolo può essere interessante anche per altri motivi, ma se hai un buon testo è semplicemente più probabile che la tua messinscena susciti qualcosa nelle persone che hanno pagato il biglietto. Non è importante quali siano le sensazioni che vuoi provocare nello spettatore. Terrore, incertezza, appagamento. La verità è che non si può quasi mai prescindere dall’immedesimazione, che è una sorta di incanto, di magia, che solo una scrittura efficace può creare.

 

C’è un autore che ti ha ispirato/formato?

Quando scrivo non mi rifaccio a un modello preciso. Le cose che mi piacciono e che mi ispirano sono davvero molto varie e sarebbe troppo dispersivo elencarle tutte. Nella mia formazione, invece, la persona più importante è stata senza dubbio Michele Perriera. Ho avuto la fortuna di incontrarlo a quindici anni, quando vivevo in Sicilia. Io non ero un figlio d’arte, ero un ragazzino semplice con interessi comuni, la playstation, il Milan (che ancora adesso seguo con passione, ahimè). Michele, che era uno straordinario pedagogo, mi ha aiutato a tirare fuori una parte di me che non conoscevo, la parte sensibile ai libri, all’arte in generale. Suggerendomi la possibilità che dentro di me ci fosse un qualche talento, ha contribuito a fare di me una persona migliore. E poi mi ha insegnato un valore inestimabile: il rigore nei confronti del proprio lavoro. A Marsala e a Palermo Michele è stato fondamentale per tante generazioni. Come insegnante ha svolto un lavoro inestimabile. Purtroppo oggi la sua figura è finita un pò nel dimenticatoio. Sarebbe troppo lungo spiegare perché i critici e gli storici del teatro lo ignorano, ma mi piacerebbe che a sette anni dalla sua morte qualcuno si ricordasse che in un angolo difficile e abbastanza marginale della Sicilia c’è stato un uomo che ha provato a fare cultura con grande coraggio e consapevolezza.

 

Chiudiamo questa piacevole e interessante chiacchierata con una curiosità; cosa c’è nel futuro di Marco Morana?

Ho scritto la prima stesura di un nuovo testo e insieme a Virginia stiamo cercando il modo di produrre il nostro prossimo spettacolo. Vorremo portare avanti l’esperienza de Le scoperte geografiche e far crescere il nostro gruppo di lavoro.

Per riuscire a risvegliare dal coma il nostro Teatro, bisogna far crescere talenti come Marco Morana. Il primo di una, speriamo, lunga serie di drammaturghi ai quali daremo spazio qui su StarsSystem. Colonne portanti della prossima generazione.

Ph: Manuela Giusto