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Lo Spazio Tertulliano di Milano apre il sipario, del nuovo anno, con il padre del teatro moderno russo, Anton Čechov. Attento ai risvolti psicologici dei personaggi, grazie alle sue opere è sempre riuscito di creare un’atmosfera di drammatica sospensione e incomunicabilità. Come non citare alcuni dei suoi testi teatrali che lo hanno consacrato come drammaturgo: Ivanov (1888), Il gabbiano (1895), Zio Vanja (1899), Le tre sorelle (1901) e Il giardino dei ciliegi (1904) testi dalla drammaturgia ancora oggi contemporanea.

Essendo Čechov così contemporaneo il regista Fabrizio Visconti ha deciso di mettere in scena uno splendido racconto scritto nel 1889 che potrebbe scoraggiare gli spettatori: ‘una storia noiosa’:

IL TALENTO DI VIVERE
fino al 2 febbraio 2020
Spazio Tertulliano
via Tertulliano 70 – Milano
tratto dal racconto di Anton Čechov “Una storia noiosa”
riduzione teatrale Fausto Malcovati
regia Fabrizio Visconti
con Massimo Loreto e Camilla Violante Scheller

Sinossi

È la storia di un anziano e stimato professore che, sentendosi prossimo alla morte, fa un bilancio della propria vita, apparentemente di successo, ma in realtà priva di senso. Nella sua dolorosa esistenza gioca un ruolo fondamentale Katja, figlia adottiva del professore e mancata attrice.

Tolstoj paragonò il teatro di Čechov a un tipo di pittura in cui le pennellate sembrano messe a caso: “Come se non avessero nessun rapporto tra loro”. Mentre, guardando da lontano si coglie un quadro chiaro e indiscutibile. Che tipo di ‘quadro’ vedremo grazie a Il talento di vivere?

Fabrizio Visconti: La chiave di lettura sta proprio nel “guardando la lontano”. Tutto il racconto è costruito come un flusso di pensiero in cui un uomo, sul finire della sua vita, attraversa i legami, le passioni, i risultati e le sconfitte della sua esistenza per guardarle in un insieme, e trarre da questo sguardo complessivo il senso di quella che è stata la sua esistenza. Si procede quindi, anche nel racconto, verso un campo sempre più largo, che, dai dettagli di ogni singola tematica, apre via via verso un quadro complessivo ampio, il cui svelamento è l’esigenza della ricostruzione del nostro protagonista. Come in tutta l’opera di Čechov, la grandezza sta nella capacità di guardare le cose come sono, senza abbellimenti, ma nemmeno senza eccessive drammatizzazioni. Solo uno sguardo limpido, senza nascondimenti, può restituire una chiave di lettura delle cose. E da lì comincia tutto. Perché Čechov non ti dirà “cos’è la vita”, te la metterà semplicemente lì, a disposizione. Come il Professor Nikolaj Stepanovich, così anche noi veniamo messi di fronte al quadro. E lì Čechov, con la sua incredibile lucidità, ci lascia rispettosamente soli.

Massimo Loreto: Si auspica “un quadro chiaro e indimenticabile”, come ha detto Tolstoj, più precisamente un quadro che ritrae due persone legate da un comune dolore e da una struggente voglia di vivere, dando un senso alla vita.

Il racconto da cui è tratto lo spettacolo Il talento di vivere è “una storia noiosa” racconto che rispecchia pienamente il titolo per la mancanza d’azione, essendo una semplice descrizione degli ultimi mesi di vita di un professore. Il teatro è purtroppo considerato (passatemi il termine) “noiosetto”… Come invogliare gli spettatori a venire allo Spazio Tertulliano?

Fabrizio Visconti: Forse semplicemente riconoscendo che di fronte a loro si illuminerà proprio questo percorso verso uno sguardo largo, cosa di cui tutti avremmo un gran bisogno, ma che raramente riusciamo a raggiungere. Approfittare di chi ha saputo farlo e che ci ha messo, attraverso un’opera, a disposizione questo punto di osservazione, è un’opportunità che forse varrebbe la pena cogliere. Voglio aggiungere che raramente si trova una completezza di disegno così raffinata eppure così semplice. Di fronte abbiamo, da un lato, un uomo anziano, che nulla può più chiedere a una vita costellata di successi, talento, amore e pienezza, se non la domanda più importante: cosa tiene insieme tutto questo? cosa dà realmente senso a questa costellazione di momenti giustapposti? Dall’altro una giovane ragazza, che ha vissuto la sua breve esistenza credendo fermamente in una fede senza protezioni nell’Arte, e che, terribilmente giovane, scopre e riconosce di non avere talento. Con tutta la passione della giovinezza e con tutto il fuoco di un amore che non riesce a sopire, si trova come un angelo senza ali. Rielaborazione contro passione, scienza contro arte, vecchiaia contro gioventù, uomo contro donna, talento contro mediocrità. Eppure lo stesso bisogno di leggere un senso, lo stesso smarrimento. Francamente non vedo molto di noioso in questo.

Massimo Loreto: Quando in russo si dice “skučno”, pur venendo tradotto in italiano con “noioso”, non si dà al termine propriamente il senso che gli diamo noi di “barboso”. “Skučno” è parola più vicina all’inglese “spleen”, ossia a qualcosa di malinconico cui ci si abbandona e di cui talvolta ci si compiace. Chi viene a vedere questo spettacolo, dovrebbe invogliare altre persone a venire, perché le parole che si sentono sono bellissime ed è perciò facile identificarsi nella vicenda e nei personaggi.

Sempre leggendo il racconto emerge uno scenario cupo e malinconico. Il vostro titolo Il talento di vivere lascia uno spiraglio di luce, a fine serata?

Fabrizio Visconti: La luce è soprattutto un innamoramento per l’essere umano. Paradossalmente questa malinconia accende di passione per la grandezza del nostro vagabondaggio confuso. Apre al bisogno di metterci mano, di dire la nostra, di scoprire “qual è veramente la nostra”. Credo che questo sia molto del senso dell’Arte.

Massimo Loreto: Direi proprio di sì e, personalmente, lo vedrei in quella colazione che, evocata da Nikolaj Stepanovič, sembra diventare simbolo di tutta la bellezza della vita, presente anche nelle più ricorrenti banalità.

Una grande opera si riconosce quando non resta figlia del suo tempo, ma è capace di adattarsi al corso dei tempi. Quanto ci appartiene, se ci appartiene oggi, Il talento di vivere?

Fabrizio Visconti: Se non sono tempi di smarrimento questi, non saprei dove andare a cercarli. O forse saprei molto facilmente dove farlo… i tempi delle deportazioni, dei campi di sterminio, dei morti che facevano solo statistica, erano forse meglio? O forse quelli della caccia alle streghe? O forse quelli della costruzione delle Piramidi sul sangue di chi le edificava? Siamo sempre smarriti di fronte alle cose, perché da qualche parte c’è sempre un cristallo di bellezza che si fa vedere e che sembra talmente paradossale nel contesto, da costringerci a farci domande alte. Opere come questa non hanno tempo, perché parlano della nostra condizione in ogni tempo.

Camilla Violante Scheller: Abbiamo tentato di concentrarci quanto più sull’autenticità del rapporto tra i due personaggi e su quello tra il professore e il suo destino: la morte imminente. La ricerca più profonda dell’animo umano e dei suoi meccanismi di fronte alle difficoltà esterne e ai problemi relativi alla propria esistenza sono universali e senza tempo. Quindi sì, direi che questo spettacolo ci parla, e più che mai parla al contemporaneo, ahimè è sempre più fatto di solitudini e difficoltà nel comunicare le proprie emozioni.

Massimo Loreto: Più che mai in un mondo che preferisce vistosamente l’apparire rispetto all’essere, un’opera che sollecita a scavare nella realtà e, quanto meno, a intuirne il senso più intimo, davvero ci parla, davvero ci appartiene.

Di seguito il pensiero di Čechov: “Perché dobbiamo portare ad ogni costo sulla scena uomini stupidi o uomini che fanno gli intelligenti, perché dobbiamo ad ogni costo dare dei quadri che suscitino riso o pianto, perché non portare sulla scena degli uomini semplicemente intelligenti che non suscitino né riso né lacrime, ma semplicemente facciano pensare?” Massimo, possiamo dire che questo è il suo personaggio. Ce lo descrive?

Sicuramente Nikolaj Stepanovič è un uomo che sollecita il pensiero e l’analisi di tutto quello che, nel bene e nel male, attraversa la nostra vita.

Si sente più coinvolto dalla storia o dal suo personaggio?

Forse più dalla storia, anche perché è la storia (intesa come vicenda personale) a determinare il mio personaggio.

Camilla, chi è Katja?

Katja è la figlia adottiva del Professore, il protagonista di questa storia. Katja gli è stata affidata all’età di sette anni perché figlia di un suo caro amico dentista, il quale prima di morire, oltre all’affidamento della bimba, lasciò al professore una cospicua somma di denaro per il suo mantenimento. Fin da piccola si mostra curiosa ed entusiasta del mondo esterno: sembrerebbe serena e mite ma ogni tanto si fa prendere dalla “tristezza”… Ancora giovane, Katja decide di intraprendere la carriera di attrice. Questa scelta determinerà la sua condizione esistenziale, tormentata e irrequieta, e quindi la sua croce.

Stessa domanda di Massimo, sei più coinvolta dalla storia o dal tuo personaggio?

È difficile rispondere: direi che quello che mi coinvolge di più è il rapporto tra i due personaggi, viscerale e quindi necessario. Il percorso di Katja è rievocato dai ricordi del Professore, che si fa allo stesso tempo narratore e protagonista di questa storia. Il personaggio di Katja vive in funzione del Professore, padre adottivo di cui non riesce a fare a meno dal punto di vista affettivo e su cui riversa tutte le sue frustrazioni.

Fare teatro è sempre più difficile, fare teatro per una giovane attrice ancor di più (il teatro è ancora maschio come i testi rappresentati). Ci sono momenti in cui ti senti Katja?

Questo personaggio mi ha messo di fronte a molte delle mie insicurezze da attrice ma anche di donna. Il tormento più grande di Katja è quello di non avere talento. Chiunque intraprenda questo mestiere, almeno una volta nella vita, viene messo di fronte a questa problematica: sarò o non sarò bravo abbastanza? Il riconoscimento degli altri è molto importante e purtroppo o per fortuna non se ne può fare a meno. Inoltre Katja è una donna che sceglie di fare l’attrice in una società, quella della Russia di fine ‘800, dove già il solo fatto di intraprendere quel tipo di percorso ti relegava a una vita ai margini della società stessa. Oggi il mestiere dell’attore è in qualche modo più integrato, anche se non del tutto. Essere una giovane attrice credo sia sempre stato difficile. In questo periodo storico ancora di più, proprio perché il mestiere dell’attore è stato sdoganato e sempre più ragazze e ragazzi si sentono portati a lavorare in questo ambito. La domanda è molto più alta dell’offerta e questo fa sì che ci siano molti giovani “a spasso”. Per le attrici donne la questione si fa potenziata: è evidente che i personaggi maschili sono in maggioranza, quantomeno i ruoli da protagonisti.

Chi vuole dare l’appuntamento allo Spazio Tertulliano e se ci saranno altre date sparse per l’Italia?

Fabrizio Visconti:  L’appuntamento al Tertulliano è da non perdere perché le cose vanno prese quando ci sono. Ma noi lavoriamo per fare in modo che durino, quindi sì, vogliamo che questo sia solo l’inizio, perché ne vale la pena.

Perché se Čechov nelle sue opere non dirà mai “cos’è la vita” andare a teatro è di sicuro la “bella copia della vita”.