Giovanni Franzoni: Caro George, ti racconto una storia…

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Giovanni Franzoni nasce a Mantova, ma vive a Milano. Si forma presso la scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova. Ha lavorato nel cinema con Gabriele Salvatores Come dio comanda, Michele Soavi Arrivederci amore ciao e Alessandro D’Alatri Casomai. Ma la sua casa è il Teatro. Di fatti è reduce dal successo dello spettacolo Prova per la regia di Pascal Rambert presso il Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, ma se siete tra quelli che hanno perso lo spettacolo Prova non disperate, Giovanni Franzoni torna in scena con:

Caro George
Dal 2 al 8 Maggio 2016
Teatro Elfo/Puccini _ SALA BAUSCH / Corso Buenos Aires 33 – Milano
Regia Antonio Latella

25 Ottobre 1971 – Parigi
L’artista irlandese Francis Bacon partecipa ad una retrospettiva al Petit Palais che lo consacrerà uno dei pittori più grandi del suo tempo.

24 Ottobre 1971 – Parigi
George Dyer legato da un rapporto profondo e viscerale con Bacon, oltre che sofferto e problematico (come testimonia la numerosa serie di studi e ritratti che Franzoni elenca sulla scena), fu trovato morto a causa di un’overdose di sonniferi, aggravata dall’abuso di alcool, nella suite dell’albergo parigino che la coppia condivideva nell’attesa della retrospettiva del giorno dopo.

A Giovanni Franzoni il compito di portare in scena, in forma di monologo, i pensieri che potrebbero aver attraversato la mente di Bacon. Ma per saperne di più, noi di StarsSystem, abbiamo raggiunto telefonicamente Giovanni, in questi giorni in tournée proprio con lo spettacolo Caro George, prima del suo debutto milanese.

Caro George è un racconto – ci dice Giovanni – se vuoi… più una presa di coscienza/metamorfosi che Francis Bacon ”recita” in scena. Bacon racconterà la notte in cui veniva consacrato come pittore, e artista, a livello mondiale. Ad accompagnarlo in questa trasferta parigina George Dyer, ex ladruncolo diventato modello e amante di Bacon, personaggio molto particolare ed equivoco, come particolare il modo in cui i due si sono incontrati.

Ossia?

George, durante un tentato furto, precipita dal lucernario dell’appartamento di Bacon. Questo scontro/incontro si trasformerà presto in una storia d’amore e di violenza. I due vivranno una dipendenza malata (non solo dalle droghe) l’uno dall’altro.

George Dyer compare in molte opere di Bacon e molti di questi dipinti furono esposti il giorno della sua personale. Una volta a Parigi cosa succede tra i due?

Francis, all’anteprima della sua retrospettiva, non vuole essere accompagnato da George.

Per quale motivo?

Non si sa. Non si sa se per vergogna o se voleva essere solo in quella situazione. George, una volta in albergo, non gli resterà di meglio da fare che togliersi la vita.

A noi spettatori ti presenti come Bacon, ma alla fine la voce di Bacon diventa quella di George fino ad assistere alla sua morte in diretta.

(Ride divertito)
Speriamo non in diretta, ma solo raccontata!

Certamente.
Appresa la notizia della morte di George, Bacon vivrà di sensi di colpa?

Sensi di colpa ce li avrà avuti sicuramente, però alla fine Bacon muore beatamente ultra ottantenne (1909-1992).
Si racconta che il giorno dopo, durante la sua personale, Bacon era completamente impassibile, non fece trapelare nessuna emozione.
Questo episodio, probabilmente, diede ancor più risalto alla sua carriera, ma questo lo ipotizzo io.

Quali sono state le difficoltà (se ce ne sono state) nell’interpretare sia Francis che George?

Nessuna in particolare, perché come personaggi sono arrivati un po’ da soli. Un giorno, prima di cominciare le prove, Antonio Latella mi disse: “non si sa chi parlerà”.
Non mi mise una pulce ma un elefante nell’orecchio e io l’ho cavalcato questo elefante, insieme a Latella naturalmente. Che poi, alla fine, tutti noi abbiamo una certa dualità. Non è la prima volta che lavoro sulla molteplicità in scena, e l’ho anche già fatto per Antonio.
Ti svelo un piccolo segreto, spessissimo non penso che siano in due in scena, anche perché io sono già posseduto da…

…e qui ci fermiamo perché non vogliamo svelare chi tra Francis e George, Giovanni sia posseduto, interessante che lo scopriste direttamente voi andando ad applaudirlo a teatro.

La regia di Caro George, come detto, è di Antonio Latella il quale ti ha diretto molte volte. Come e quando è avvenuto il vostro incontro?

Sicuramente non è avvenuto cadendo da un lucernario!
Ci siamo incontrati direttamente dal mare. Mi ero da poco diplomato presso il Teatro Stabile di Genova e fui scelto da Vittorio Gassman per lo spettacolo Moby Dick. Eravamo un bel gruppo di attori, tra questi c’era anche Antonio Latella.

Il vostro ultimo spettacolo è datato 2013: Il servitore di due padroni. Com’è stato lavorare nuovamente con Latella?

In realtà Caro George è una ripresa, lo spettacolo è stato messo in scena nel 2010.
Con Antonio spero di lavorarci ancora e per sempre.

Qual è il rapporto che hai instaurato con Latella?

Con Antonio ci si capisce molto velocemente, le sue indicazioni sono illuminanti. La mia materia con la sua, e il suo immaginario, si sposano alla grande.

Torniamo a Caro George
La cosa che ti ha colpito di più del testo scritto da Federico Bellini?

Francesco aveva scritto questo testo pensando a me, ma è un po’ cambiato dalla prima stesura. La cosa che mi ha colpito di più di questo testo è stata proprio “la storia”. Questa storia la conoscevo già, perché negli anni ’90 a Milano ci fu una mostra di Francis Bacon, che io chiaramente vidi, e fui folgorato oltre che dai quadri anche dai documentari, dalle sue interviste e da questa storiaccia maledetta che lo legava a George Dyer. Fu, credo, una delle poche mostre di cui ho comprato il catalogo (che ho qui davanti a me mentre ti parlo, con tutti i miei appunti e che ho studiato minuziosamente). Questo catalogo è stato il mio Vangelo durante il mio percorso con questo spettacolo.
Di questa storia mi ha colpito anche la violenza con la quale viene narrata, contemporaneamente c’è molta delicatezza. È un testo molto poetico che, volendo, potrebbe essere dipinto in scena. Durante l’ora di spettacolo vari gli stati d’animo dipinti quindi vari i colori che cerco di lanciare al pubblico.

Quale colore vorresti che si portasse a casa lo spettatore?

Uno solo mi spiacerebbe. Però ti posso dire cosa mi piacerebbe avvenisse ad inizio spettacoli. Vorrei tanto che lo spettatore entrasse in un’altra dimensione, mi piacerebbe diventare una cosa sola, con lo spettatore, e condividere attraverso le parole e le immagini un’emozione.

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Sicuramente sarà così perché:
Caro George è un canto testamento – come spiega il regista – che ricorda il film Chant d’amour di Jean Genet. C’è un rapporto diretto con la morte, sembra di stare davanti a una roulette russa, ma non sai se e quando il proiettile verrà sparato”