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By TiTo Ciotta
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Il web sta diventando sempre più una vetrina di talenti e il passaparola sullo spettacolo Tu es libre è arrivato fino alla nostra redazione. Incuriositi, e anche un pò infreddoliti, una sera di dicembre ci dirigiamo verso la Darsena e raggiungiamo un piccolo teatro, Teatro i, nel cuore di Milano.

Il titolo dello spettacolo di cui vogliamo parlarvi racconta una storia di libertà, ma soprattutto di coraggio. Infatti occorre molto coraggio per imbattersi in una tematica (non facilissima con la quale misurarsi, rischiando di toccare un terreno molto pericoloso) come quella che ispira Tu es libre, ma la dramaturg Francesca Garolla ha saputo raccontare questa storia utilizzando il punto di vista di una ragazza senza censure e senza prendere le distanze. Anzi, Francesca cerca di far luce sul perché di un gesto così estremo commesso da Haner, protagonista di questa storia.

Chi è Francesca Garolla?

Francesca Garolla sono io, anche se faccio un po’ fatica a dire chi sono perché sono tante cose diverse e ho fatto tante cose diverse. Ho studiato filosofia, poi mi sono diplomata come regista all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi, poi ho iniziato a lavorare a Teatro i come aiuto regia, saltuariamente attrice, dramaturg e infine autrice. Inoltre sono parte della direzione artistica e socia del teatro insieme a Renzo Martinelli e Federica Fracassi. Mi sarebbe piaciuto, forse, saper essere una cosa sola, dall’inizio. Ma non è andata così, è andata che ho attraversato esperienze, ho cercato, ho provato e poi, solo poi, mi sono sempre più concentrata sulla scrittura teatrale. Quindi, per concludere, con una sola parola, più di tutto Francesca Garolla è un’autrice.

 

Mentre chi è Haner?

“Nessuno sa chi è davvero Haner. Nessuno. Solo lei potrebbe dircelo”.

Questa è una delle battute del mio ultimo testo Tu es libre – scritto in Francia, a cavallo di due anni, grazie ad un progetto di residenza – e Haner ne è la protagonista: una giovane francese che decide di partire per la Siria e, forse, unirsi a Daesh. E poiché nessuno pare davvero comprendere le ragioni della sua scelta nessuno può davvero dire chi sia in effetti Haner.
D’altronde, come definire qualcuno? Come poterlo comprendere fino in fondo? Come accettare aspetti dell’altro che non corrispondono a quello che immaginiamo o desideriamo? In effetti questa domanda è il punto di partenza di tutto il testo:
“chi è Haner?”. Io stessa me lo chiedo, da persona e da autrice, nel tentativo di dare un senso, o una ragione, alla sua scelta.

 

Quando e perché nasce lo spettacolo Tu es libre?

Tu es libre è nato, nella mia testa, nel 2014. Prima degli attentati in Francia e prima che il terrorismo internazionale (è difficile anche solo dargli un nome) diventasse tema emergente della nostra attualità. Eppure il fenomeno dei foreign fighters si era già innescato e il Medio Oriente era già campo di battaglia per quelle forze (politiche, culturali, sociali) che oggi lo hanno reso deserto di macerie e morte. Nel 2014 tutto era insieme abbastanza lontano e abbastanza vicino, ma nessun furgone bianco minacciava di falciare le folle per strada. Potevamo stare tranquilli. I nostri confini erano saldi. Confini mentali credo, più ancora che reali: quella sicurezza infantile per cui, per continuare a fare bei sogni, ci convinciamo di essere salvi, in ogni caso. La guerra non è mai davvero nostra fino a che non bussa alla nostra porta. Nel 2015 la guerra ha bussato. Tutto si è fatto più vicino: siamo diventati vittime possibili. Ed io ho iniziato a pensare che, oltre ad essere potenziali vittime potessimo diventare anche potenziali carnefici: tanti, tantissimi giovani, negli anni, si sono uniti a Daesh. Giovani adulti, come me, come noi, che hanno scelto di lasciare un sistema, il nostro, per condividerne un altro. Una scelta incredibile, perché è una scelta che pare essere di morte e di morte solamente. Ma è davvero così? Tu es libre si interroga su questo: sulla libertà di scegliere qualunque cosa, anche qualcosa di incomprensibile o condannabile.

 

Per Haner cosa vuol dire libertà?

Per Haner libertà è qualcosa che comprende tutto. Siamo portati a dare un’accezione ed un significato positivo a questa parola, ma è un significato che, di per sé, la parola non ha. Libertà è possibilità, semplicemente. La possibilità di scegliere. E in questa infinita possibilità sta la parte terribile, oscena e crudele della libertà. In Tu es libre Haner non sa dove la sua scelta la porterà, come noi non sappiamo perché Haner scelga di esprimere la sua libertà partendo per la Siria. Io cerco di mettere lo spettatore di fronte a questo: al fatto che la libertà non sia necessariamente qualcosa di buono, ma, semplicemente, qualcosa con cui confrontarsi, in tutta la sua possibilità.

 

Si può uccidere per la libertà?

Sì. E ce lo dice la storia, al di là di qualsiasi giudizio. I partigiani hanno ucciso per la libertà. Gli alleati hanno ucciso per la libertà. Come molti altri di cui non comprendiamo le ragioni hanno probabilmente ucciso per difendere la loro idea di libertà. Ma uccidere per la libertà non significa, assolutamente, legittimare la libertà di uccidere. Significa soltanto contemplare un mondo liquido, i cui valori e riferimenti si modificano in relazione ad orizzonti culturali, sociali, politici differenti. Orizzonti che cambiano i significati: d’altra parte un assassino è solo un assassino in tempo di pace, ma può essere un soldato in tempo di guerra.

 

Nella guerra c’è umanità?

Nella guerra c’è umanità perché la guerra è fatta dagli uomini e riguarda gli uomini. La guerra è sempre e profondamente umana, non è santa: la “guerra santa” è altra cosa e non è di questo che parlo. Quando parlo di umanità, come quando parlo di libertà, uso la parola nel suo senso originale: umano è tutto ciò che viene dagli uomini. Per questo, della guerra, della morte, dell’atrocità, siamo comunque e sempre responsabili e, in quanto uomini, possiamo decidere cosa fare e cosa non fare.

 

La paura è un pregiudizio?

La paura è un sentimento. Forse nasce da un pregiudizio? Non lo so dire. Credo nasca da una mancanza, piuttosto, da una non comprensione, da un vuoto a cui non sappiamo dare definizione. Ciò che non capiamo ci fa paura. La scelta di Haner ci fa paura. L’uomo accanto a noi in metropolitana ci può fare paura. Lo straniero ci fa paura. L’uomo nero ci fa paura. Sappiamo fare i conti con questa paura? Sappiamo accettarla senza definirla? Sappiamo tollerarla senza dover dividere il mondo in buoni e cattivi? L’unica cosa che posso dire è che il pregiudizio forse aumenta la nostra paura in modo deleterio, ci fa credere che il punto di vista giusto sia sempre e solo uno e questo, secondo me, ci priva proprio della nostra libertà: più noi prendiamo le distanze da quello che temiamo e più abbiamo paura che “l’altro” ci invada.

 

Oggi bisogna aver paura della paura?

Bisogna volerle bene. La paura protegge, ci fa essere spietati con noi stessi, ci permette di non accontentarci della prima risposta, e nemmeno della seconda, immaginando non un solo paesaggio ma infiniti paesaggi, ascoltando anche quello che non si ha voglia di ascoltare e accettando, pur senza comprenderlo, anche quello che si detesta.

 

Nello spettacolo “Tu es libre” sei anche una delle protagoniste. Quali sono le difficoltà (se ce ne sono) nell’essere anche l’interprete di uno dei tuoi personaggi?

In scena ci sono sei persone: Haner (Maria Caggianelli Villani), la madre di Haner (Viola Graziosi), il padre di Haner (Alberto Onofrietti), l’amore di Haner (Alberto Malanchino), la compagna di studi di Haner (Liliana Benini) e la figura dell’autrice. Durante lo spettacolo si assiste ad una indagine: perché Haner è andata via? Haner non è straniera, non è emarginata, non è matta e non è stata manipolata. Tra un Oggi in cui Haner è già partita ed uno Ieri in cui Haner c’era ancora si assiste alla ricerca di una presunta “verità” che sappia dare una spiegazione alla sua partenza. Ciascun personaggio darà la sua visione della storia di Haner. Ma nessuno comprende davvero le ragioni della sua scelta e nessuno riesce ad accettare il fatto che si sia trattato di una scelta libera, appunto. Nello spettacolo, come nel testo, io interpreto il ruolo dell’autrice: me stessa. Sono voce, raccordo, narratrice che conosce tutto eppure, come gli spettatori, non sa le ragioni della scelta di Haner. Per me era molto importante essere in scena, era importante che la mia voce fosse davvero la mia: con tutto il mio carico di angoscia e stupore verso una scelta a cui non ho saputo, e voluto, trovare ragioni o giustificazioni. Una voce che credo possa somigliare molto a quella dello spettatore che, come me, come noi tutti, continua a chiedersi: perché?

 

A proposito di libertà. Quanta libertà ti ha lasciato il regista Renzo Martinelli?

Renzo Martinelli ha scelto di dare una dimensione tesa e corale al testo, accogliendo perfettamente la natura del testo.

 

Cosa vorresti che si portasse a casa lo spettatore dopo aver assistito allo spettacolo “Tu es libre”?

Domande. Soprattutto domande. E una sua singolare e personale riflessione su cosa significhi la parola libertà.

 

Una mia personale curiosità; l’autore teatrale oggi ha meno rilevanza rispetto al regista o all’attore. Pensi anche tu che ‘noi’ ce ne freghiamo della drammaturgia?

Penso soltanto che la drammaturgia contemporanea abbia meno visibilità e meno occasioni di produzione e distribuzione. Per questo sono importantissimi luoghi come Teatro i, che incentra il suo progetto artistico sulla drammaturgia contemporanea. Progetti come Fabulamundi e Playwriting Europe, un network internazionale, un sistema di valorizzazione e investimento che permette alla drammaturgia italiana e straniera di valicare i confini nazionali ed avere visibilità europea.

 

Ti senti un po’ più fortunata dei tuoi colleghi, visto che grazie al Teatro i riesci a far vedere la luce alle tue opere?

Sento soprattutto di avere lavorato bene. Sento di aver collaborato alla costruzione di un progetto culturale, quello di Teatro i, che si è dedicato alla scoperta di autori anche inediti, me compresa, anche grazie al mio lavoro di dramaturg. Sento di aver potenziato il mio percorso all’interno di Teatro i, che è e rimane il fulcro del mio lavoro teatrale, ampliandolo con collaborazioni, come quella con la Chartreuse di Avignone, dove ho scritto Tu es libre, che hanno rafforzato la mia ricerca e contribuito ad alcuni riconoscimenti, come essere stata finalista al Premio Riccione di quest’anno. Sento che il lavoro, per un autore, non può essere solo scrivere ed aspettare di essere messo in scena da qualcuno, ma deve essere un processo, una progettualità, che si sviluppa nel tempo e così cerco di fare. Io ho incontrato Teatro i, altri autori hanno fatto percorsi diversi: insieme potremmo fare molto per dare visibilità a quello che è oggi la drammaturgia contemporanea. Ed è molta, molta di più di quella che è già emersa.

Noi di StarsSystem abbiamo molto apprezzato il coraggio di Francesca Garolla, ed il coraggio va sempre premiato. Per chi volesse avvicinarsi al teatro di Francesca non deve far altro che andare a Teatro i, piccola realtà nel milanese ma che tanto fa per la nuova drammaturgia.

Ph: Laila Pozzo