Firenze come Hollywood
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Ioanna Solea
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Un Teatro chiamato Delfino

Nel 2012 iniziava, anche se la cultura cominciava a vivere una fase critica, l’avventura del Teatro Delfino grazie all’associazione culturale Il Mecenate.

Scelta coraggiosa, quella di prendere in gestione un teatro della periferia di Milano, scelta che il Comune ha voluto premiare conferendo loro un attestato di benemerenza civica.

Alla guida del Teatro Delfino, per il quinto anno consecutivo, Federico Zanandrea. Prima dell’apertura ufficiale della stagione 2016/2017 abbiamo voluto incontrare il direttore artistico Zanandrea e gli abbiamo chiesto:

La situazione culturale e teatrale sta cambiando rispetto al 2012?

Sfortunatamente non credo che sia cambiato nulla dal 2012 la situazione si è tristemente stabilizzata, ci siamo abituati alla crisi. E’ una situazione abbastanza desolante da questo punto di vista. Parlo ovviamente della situazione teatrale italiana che è davvero molto precaria. Il teatro, in Italia, viene vissuto come un enorme buco nero mangia soldi; viene vissuto, principalmente per le realtà più piccole, come qualcosa che i cittadini, con la loro professionalità e passione, devono alla cittadinanza; spesso non viene vissuto come “cultura” ma come “intrattenimento” e quindi sembra anche perdere di valore.
La verità è che l’industria della cultura non esiste. Lei provi ad andare all’estero a Londra, New York o Parigi, le città vivono come un plus l’offerta teatrale e culturale. Nelle metropolitane sono esposte locandine e pubblicità, ci sono decine di posti che vendono i biglietti; i piccoli teatri riescono a fare le loro proposte e in questo linguaggio pluriculturale nascono le nuove leve, i nuovi talenti; da questo linguaggio pluriculturale nasce il confronto di generazioni di artisti che porterà al futuro.
Tutto questo in Italia non è concepibile. Le faccio un esempio stupido: i tamburini. Da quest’anno si devono pagare. A lei pare normale? I giornali, il cui compito è informare, non pubblicizzare, ma informare di tutta l’offerta culturale presente sul territorio richiedono soldi. Non è mai successo, da quest’anno si, ed è vergognoso!
Questo rende la cifra di come ormai venga vissuta la cultura, come qualcosa che deve autofinanziarsi, autopubblicizzarsi, autosostenersi e il principio non sarebbe nemmeno sbagliato se non fosse che le condizioni di base rendono questa una missione impossibile.
La crisi culturale poi non è solo legata alla crisi economica ma soprattutto al fatto che la cultura ha perso centralità nella vita sociale e questo è un discorso molto più ampio che preoccupa molto di più.

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Quant’è difficile gestire un teatro di periferia e coinvolgere il pubblico di una città come Milano che offre tanto e di tutto?

Gestire un teatro è difficile, gestirlo a Milano lo è ancora di più. Milano è indiscutibilmente la città con la più vasta offerta teatrale d’Italia. Questo crea ovviamente una grandissima concorrenza. Il problema che riscontriamo non è tanto quello di coinvolgere il pubblico di zona, nostro zoccolo duro senza il quale non esisteremmo, ma quello di riuscire a far venire a conoscenza della nostra offerta i cittadini che abitano in altre zone.
Milano, per dimensioni e soprattutto per la vasta offerta, è piuttosto dispersiva.

Il teatro vive grazie al pubblico, ma il pubblico può vivere meglio grazie al teatro?

Il teatro è necessario. E’ un luogo dove guardando gli altri scopriamo qualcosa in più su noi stessi, un luogo dove si torna bambini. Quando da spettatore vado a vedere uno spettacolo e torno verso casa mi sento più ricco, più consapevole forse solo più leggero, ma sento che ho dato valore al tempo che ho vissuto nel teatro.
Il mio socio Simone De Domenico ha scritto un testo Alveare di specchi che parla proprio di questo. Sarà in cartellone dall’11 di Novembre, è uno spettacolo a cui tengo moltissimo e che vi invito a vedere.

Non mancheremo.
Parlando di nuova drammaturgia, quant’è difficile farla oggi in Italia?

La nuova drammaturgia oggi è qualcosa di molto difficile da promuovere, il pubblico va a vedere solo quello che conosce già, ma ho la sensazione che questo stia cambiando. Uno dei motivi per cui ho preso in gestione il Teatro Delfino, per cui ci ho investito tempo, soldi ed energie era perché potessimo sperimentare con progetti nuovi.
Io e Simone l’avevamo già fatto in Frankenstein, quest’anno lo facciamo con Alveare di Specchi e Agony; sono molto fortunato a collaborare con lui perché non solo è un persona dotata di grandissimo talento e cultura ma è anche un secondo fratello per me, ci conosciamo da tanti anni e professionalmente ci intendiamo con molta facilità.

Sono realtà come il Teatro Delfino (ma anche il Pim-off, Teatro-I, Teatro Out-Off e tanti altri teatri “minori”) che molto spesso provano a dare una mano agli autori contemporanei, autori ai quali troppo spesso vengono tarpate le ali mentre bisognerebbe dare loro le giuste occasioni per prendere il volo.

Anche in questo caso scelta coraggiosa, da parte del Teatro Delfino, portare in scena spettacoli contemporanei in una realtà di periferia, proponendo testi nuovi con il rischio di ritrovarsi con la sala vuota.

Federico Zanandrea quanto ama le sfide?

Mi reputo abbastanza coraggioso, qualcuno potrebbe dire “matto da legare”. Amo le sfide e amo impegnarmi. Spero di riuscire a rendere sempre più sostenibile questa attività e di riuscire sempre ad alternare grandi nomi a proposte più alternative come abbiamo fatto in questi anni.

A proposito di grandi nomi, dando un’occhiata al vostro cartellone, in scena un programma impegnativo sotto tutti i punti di vista e con una galleria d’interpreti di fama nazionale come; Enzo Iacchetti, Barbara De Rossi, Marco Berry, Anna Mazzamauro, Paola Galassi giusto per citarne alcuni.

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Vorrei sottolineare che a Voi soldi pubblici non arrivano. Come riuscite a vivere?

Nessun teatro può vivere solo con i soldi dello sbigliettamento per i motivi che citavo in precedenza. Abbiamo cercato di ottimizzare le spese, ci sono degli investimenti da parte mia e dei miei soci che tengono in vita la struttura. Alcune spese vengono coperte dai margini delle vendite delle nostre produzioni ad esempio; Gaber Jannacci: la musica delle parole dove eravamo protagonisti Luca Sandri ed io, ha girato per quattro anni. Siamo molto tirati sulle spese, ma determinati a crescere e ad ottenere quei finanziamenti che ci potrebbero aiutare ad essere più sereni.

Un tempo si pensava che il pubblico fosse un’appendice dello spettacolo, quando così non è. Il pubblico è determinante e garantisce la continuità di un teatro o di una compagnia. È vero che molti teatri godono di contributi pubblici, ma la parte forte, che permette di tenere i sipari aperti, è l’affluenza del pubblico.

Il teatro deve essere anche un luogo di incontro, sala piena o mezza vuota poco importa, perché chi sceglie di uscire di casa, prendere la macchina (meglio ancora i mezzi pubblici), cercare parcheggio e pagare il biglietto per vedere uno spettacolo deve essere trattato come un principe.

Il teatro vorrebbe/dovrebbe essere senza frontiere, quindi senza porte, aperto a tutti. Purtroppo, causa i costi troppo elevati, molto spesso i giovani (se pensiamo all’alto numero di disoccupati), famiglie composte da 3 o 4 persone o pensionati, non possono permettersi una o più serate a teatro.

Dopo questa nostra logorroica premessa, il Teatro Delfino si considera un teatro aperto? Se si, qual è il suo rapporto con il pubblico e il pubblico versus il Teatro Delfino?

Ritengo che la politica attuata dal Teatro Delfino in tutti questi anni, sia una politica che andrebbe premiata. Lo dico senza falsa modestia. Pur essendo senza contributi abbiamo mantenuto i prezzi a cifre ridottissime, addirittura abbiamo regalato biglietti perché ragazzi che non andavano a teatro venissero e “scoprissero” cosa è il teatro.
Quest’anno abbiamo un abbonamento per la zona a prezzi molto bassi, siamo sensibili ai discorsi delle famiglie e di persone che hanno perso il lavoro e cassaintegrati a cui diamo, in certe date, biglietti ridottissimi a 1€. Tutto questo offrendo un cartellone di grandi nomi.

La tradizione vuole, alla direzione di un teatro, quasi sempre un regista e/o attore come nel suo caso. All’attore però interessa l’arte, al direttore far quadrare i conti. Come scindere i due ruoli?

Il conflitto d’interessi è grosso. Se da un lato il regista/attore non vuole i compromessi, vuole quello che crede sia giusto; dall’altro ci sono i bilanci e ci sono le mere questioni economiche. Trovare l’equilibrio è molto difficile a volte, devo dire che ho la fortuna di essere ben supportato da uno staff di persone che mi suggeriscono bene, che mi capiscono e che vogliono il bene mio e del teatro, su tutti ringrazio Carlo Zanandrea (mio fratello), Vittorio Apicella, Simone De Domenico e Sara di Giacinto.

C’è uno spettacolo della stagione 2016/2017 del quale è curioso di vedere se ha avuto la giusta intuizione?

Una nostra produzione Agony! E’ una produzione horror! E’ una produzione innovativa, il pubblico è parte centrale dell’azione; mira ad un target più giovane rispetto a quello che abbiamo solitamente nel nostro teatro. E’ una scommessa grossa che speriamo di vincere.

A molti artisti che intervisto chiedo loro cosa vorrebbero che si portasse a casa lo spettatore dopo aver assistito a un loro spettacolo. A lei chiedo cosa vorrebbe che si portasse a casa grazie alla sua stagione teatrale?

Vorrei tanto che ogni spettacolo regalasse loro un momento indimenticabile. Vorrei che tornando a casa riflettessero su una frase o sorridessero per una battuta. Vorrei tanto che apprezzassero il mix di generi che abbiamo proposto e che si incuriosissero degli spettacoli più piccoli, vorrei che cogliessero la passione di tutti quelli che gestiscono questo teatro con me, di quelli che ci recitano, dei grandi artisti (Enzo Iacchetti su tutti) che anno dopo anno vengono da noi e danno prestigio al nostro teatro. Vorrei si innamorassero della nostra bella storia.

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E noi di StarsSystem ci stiamo innamorando di questa giovane realtà che dal 29 di ottobre riaprirà il sipario grazie ad uno dei loro sostenitori, Enzo Iacchetti e il suo spettacolo Storia di un ragazzo che voleva volare in alto ma soffriva di vertigini, spettacolo inedito con cui Iacchetti fra aneddoti e interventi del pubblico ripercorre la sua carriera artistica.

Mentre dal 1 dicembre tutti ad applaudire Anna Mazzamauro, e la sua irresistibile verve, torna in scena a Milano con Nuda e Cruda.

Nei mesi di febbraio e marzo due prime milanesi:
dal 2 febbraio Barbara De Rossi è la protagonista de Il Bacio dal 9 marzo, la ex iena Marco Berry coinvolge il pubblico del Delfino con il suo spettacolo Mindshock dimostrando con giochi ed esperimenti come mente e tecniche di comunicazione siano in connessione.

Grazie all’adattamento teatrale della seguitissima rubrica di Vanity Fair Diversamente etero, diario tragicomico nato dalla brillante penna di Giovanna Donini, dal 23 marzo Diario di una donna diversamente etero con la regia di Paola Galassi.

Subito dopo un altro debutto Futbol – Storie di calcio la nuova sfida di Luca Ramella che porta in scena il primo adattamento teatrale dell’omonimo libro di Osvaldo Soriano sulle più grandi storie scritte sul calcio.

Vi state innamorando anche voi del Teatro Delfino?
Se sì, non vi resta che sostenerlo perché il teatro vive grazie al pubblico e il pubblico vive sicuramente meglio grazie al teatro.