Edoardo Erba: Le sue opere contengono l’humor di Gogol con lo charme di Italo Calvino e Fellini

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Edoardo Erba classe 1954 nasce a Pavia, ma vive e lavoro a Roma.
Se penso a Edoardo Erba lo associo subito al teatro.
Se penso a Roma l’associo subito al cinema.

Cosa ti ha portato a scegliere Roma, il cinema o il teatro?

Il teatro. Erano gli anni Novanta. Avevo appena fatto uno spettacolo che era andato molto bene, avevo molti amici a Roma, ed ero in una situazione che mi consentiva di spostarmi. Poi Roma mi era sempre piaciuta, l’avevo sempre sentita affine, così ho preso la decisione. Mi avevano detto: “sei mesi e torni a Milano, vedrai”.
Ho affittato una casa in Borgo Pio e tre giorni dopo essere arrivato sono andato in comune a cambiare residenza, come a dire: “io di qui non mi muovo”.
E non mi sono più mosso.

Edoardo Erba si forma presso Piccolo Teatro di Milano. Fra i suoi lavori teatrali Maratona di New York è senz’altro il più fortunato perché rappresentato con successo in Italia dal ‘92 al ’94, tradotto in 13 lingue, pubblicato in 6 e rappresentato in tanti paesi del mondo. Da ricordare la versione londinese con la regia di Mick Gordon (‘99), quella bostoniana con la traduzione di Israel Horowitz (‘02) e quella indiana diretta da Vikram Kapadia (‘04), inoltre come non citare Muratori e Margherita e il Gallo.

Edoardo qual è il testo che ti rappresenta di più?

Ne cito due.
Maratona di New York (con un giovanissimo Luca Zingaretti) rappresenta bene me a trent’anni, anche se l’ho scritto a trentasei. Muratori rappresenta bene i miei quarantacinque. Sono testi che ho molto amato, contengono le mie passioni: il lavoro, lo sport, il teatro, le donne. Il tema di fondo che attraversa Maratona è la morte, il tema di Muratori è l’amore. Fra questi due poli, come un diapason, vibra la nostra vita.

Tante le commedie scritte, da segnalare: Italia anni ’10 con la regia di Serena Sinigaglia, Vera Vuz diretta da Lorenzo Loris, Tante Belle Cose messa in scena da Alessandro D’Alatri. Ma i miei ricordi tornano indietro nel tempo: Vizio di famiglia diretto da Giampiero Solari e Michelina con la bravissima Maria Amelia Monti.

Come e quando nasce un tuo testo?

L’idea è tutto. Ma non sono gran che creativo, idee me ne vengono poche. Fra quelle poche ogni tanto c’è una perla. Se ho un’abilità è quella di riconoscerla.

Quanto deve sorprenderti e meravigliarti, un’idea per far sì che tu possa svilupparla?

Deve essere abbastanza forte da vincere inerzia e pigrizia. Abbastanza stimolante da farti cominciare un percorso che sai che sarà lungo, tortuoso, e snervante. Ma se sei meravigliato da un’idea, ti armi e vai in battaglia volentieri.

Che valore dai alla parola?

La parola sta al centro. Ma a teatro deve essere una parola non letteraria, non compiaciuta, non virtuosistica. Deve essere una parola precisa, concreta come una cosa. E deve suonare come una nota. Il cinema viene dalla pittura, il teatro viene dalla poesia.

Parliamo di cinema.
In passato il nostro cinema non aveva eguali mentre oggi, se non per sporadici casi (vedi Sorrentino o Garrone) un po’ meno. Cosa ne pensi delle nuove storie del cinema italiano?

Siamo un popolo straordinario, e anche in mezzo al deserto, sappiamo sempre esprimere eccellenze. Mi pare che la decadenza del cinema – parlo in questo caso della media dei film – sia prima di tutto dovuta ai produttori. In passato avevamo grandi personalità, che spesso rischiavano in proprio e comunque ne capivano di cinema. Come diretta conseguenza di una corruzione politica che nel dopoguerra non c’era, oggi abbiamo una casta di arrangioni che vivono di inciuci e mazzette. Che capiscono molto dei loro interessi e poco di cinema. Che non sanno distinguere un buon copione da uno disastroso. Che stimolano a non avere coraggio e a girare storie asfittiche e prevedibili. E i risultati si vedono. Però anche fra i produttori, per fortuna, ci sono ottime eccezioni.

Cosa ti piace vedere al cinema?

Mi piace il grande cinema, quello che ti fa sognare. Il cinema dei film come ET, Titanic, Ghandi, 2001 Odissea nello spazio. Però ho una vera passione per un grande autore russo un po’ dimenticato: Andrej Tarkowskij.

Un film della prossima stagione che consiglieresti ai nostri lettori.

Non so, non posso consigliare cose che non conosco ancora. L’anno scorso ho visto ottime commedie francesi, e sono curioso di vederne di nuove.
In TV andrò avanti a vedere House of Cards, che mi appassiona, e qualche altra bella serie. Non ho condiviso l’intento di fondo – perché mi pare faccia di camorristi degli eroi – però ho apprezzato molto la serie italiana Gomorra. La prima stagione, veramente avvincente e ben fatta. Staremo a vedere la seconda.

Parliamo di teatro.
Una domanda che spesso faccio, troppo spesso leggo, ma raramente mi soddisfano le risposte: il teatro italiano gode di ottima salute?

No, affatto. Boccheggia. E’ vecchio. Ha punte anche importanti, sopratutto nel teatro cosiddetto sperimentale, ma esporta poca drammaturgia, ed è quasi insensibile all’innovazione. Il teatro privato macina un repertorio vecchio, e siccome è il teatro privato che porta gli spettacoli in provincia, l’arretratezza dei cartelloni è disarmante. Questo non vuol dire che non ci siano elementi vivacissimi, bravi drammaturghi, ottimi registi, grandi attori. Ma in generale, si avverte un ristagno. E poi girano pochi soldi. Troppo pochi. Difficile fare le cose bene senza un adeguato sostegno. Bisogna avere più coraggio nell’investire sulla cultura. Lo dico ai politici.

Tante sono le cose che vorremmo dire ai nostri politici, ma apriremmo un dibattito senza fine e questa non è la sede adatta. Torniamo al nostro tanto amato teatro.

Cosa ti piace vedere a teatro?

Buone commedie, buoni drammi. Voglio qualcosa che mi sorprenda, che sappia essere imprevedibile, che colpisca al cuore, che faccia ridere o commuova. Che non dia spazio neanche a un momento di noia. Insomma che non ti lasci intontito sulla poltrona, che ti faccia vibrare. E’ raro vedere lavori del genere. Ma ci sono. E quando ne trovo uno, telefono a tutti: andate a vederlo. Non perdetelo.

Uno spettacolo della prossima stagione che consiglieresti ai nostri lettori.

Io non mi perderei il mio Utoya, con la regia di Serena Sinigaglia. Sarà in scena al Metastasio di Prato e a Milano. Se riesce bene, e ci sono tutti gli elementi perché sia così, credo che valga un viaggio in treno. Poi ci sono spettacoli che non ho visto, di cui sono curioso. Andrò a vederli, ma come per il cinema come faccio a consigliarli?

Un autore del passato che ha influenzato il tuo essere scrittore.

Un grande autore italiano dimenticato: Dino Buzzati.

Quali sono le difficoltà nello scrivere nuova drammaturgia in Italia oggi?

C’è una difficoltà psicologica che credo sia il nemico più insidioso: il senso di marginalità. Io lo combatto ogni girono dicendomi: “fai un lavoro importante per la cultura di questo Paese”. Però se sei appena un po’ depresso, non ce la fai. Un esempio per tutti: qualsiasi romanzo anche la peggior ciofeca, viene in qualche modo recensito. Un testo teatrale no. In nessun modo, anche quando è molto importante. Semmai viene recensito lo spettacolo, non l’opera letteraria. Ci si dimentica che due drammaturghi italiani hanno preso il Nobel per la letteratura (Luigi Pirandello e Dario Fo). Non per il teatro, per la letteratura.

Ad un giovane autore consiglieresti il tuo affascinante mestiere o gli consiglieresti di tenere aperta un’altra porta?

Gli consiglierei di provare a scrivere per tutte le forme di spettacolo: teatro, cabaret, cinema, TV, web series… Anche perché all’inizio non sai cosa ti riesce meglio. E comunque altre forme, oltre al teatro, possono essere utili per far quadrare i conti alla fine del mese.

Capita o è capitato un po’ a tutti di realizzare lavori su commissione. Cosa ti spingerebbe a prendere in considerazione un soggetto e secondo quali criteri lo ritieni meritevole d’attenzione?

Non accetto commissioni che prevedono la realizzazione di un soggetto. Ho accettato e accetto che i committenti mi dicano: “questo è il tema (per esempio la prima guerra mondiale, piuttosto che la torre di Babele). Ora su questo tema tira fuori l’idea che vuoi, fai tu”. Ecco, queste sono le commissioni che accetto.

Hai e hanno lavorato con e per te grandi nomi del cinema e teatro italiani. Un giovane regista o autore su cui punteresti un dito?

La generazione dei drammaturghi quarantenni, da Paravidino a Massini, ci ha sopravanzato. Sono delle realtà importanti, non più dei ragazzi promettenti. Complimenti a loro. Quando escono voci nuove e brave io sono contento, perché sono di natura un competitivo, e il confronto mi stimola. Però fra i giovanissimi non saprei chi indicare. Fra i giovani registi invece ho visto una bellissima cosa di Pablo Solari, figlio del mio amico Giampiero. Aveva forza. Molta forza. Ecco, su di lui scommetto.

Oltre ad essere uno tra gli autori più brillanti della tua generazione hai anche ricoperto il ruolo del regista. Questo perché non ti sentivi pronto a lasciare nelle mani di un regista una tua opera o perché sentivi che solo tu potevi metterla in scena. Se si quale tra i tanti tuoi lavori?

E’ stata una necessità. Sapevo che la mia scrittura aveva una cifra precisa ed ero terrorizzato all’idea che una regia la tradisse. Perciò ci ho provato io. Non è andata male, ma insomma ero un regista un po’ posticcio, improvvisato. Ce n’erano di molto migliori. E col tempo ho imparato a scegliere quelli giusti e a fidarmi del loro lavoro.

Ti è capitato di assistere ad un tuo spettacolo e non riconoscere quello che avevi scritto?

Un paio di volte. Fa uno strano effetto. Dici: “ma cos’ho scritto? che schifezza è?”.
Certe volte una brutta regia è salutare, perché enfatizza tutti i difetti della scrittura e ti dà l’opportunità di migliorarla.

Cosa vorresti lasciare allo spettatore, dopo che ha assistito ad un suo lavoro?

Vorrei che all’uscita dal teatro si sentisse meglio di quando è entrato. Il teatro fa piccoli numeri, ma ha il vantaggio di permettere relazioni dirette fra attori e pubblico, ma anche fra regista e autore e pubblico. Quando vado a teatro a vedere una mia commedia guardo le persone in platea, osservo le loro reazioni, guardo con che faccia escono. Se riconosco uno stato vitale più alto, sono felice, mi sembra di essere stato utile a qualcosa.

Qual è il testo che ti ha messo più a dura prova?

Credo che sia quello che sto scrivendo attualmente. Voglio fare qualcosa di molto innovativo e scrivo sovvertendo ogni regola che mi sono dato fino a questo momento. Senza considerare il tempo che passa. Senza considerare la quantità di cose che butto. Senza sapere dove andrò a parare. Per la prima volta scrivo veramente senza rete. Credo di potermelo permettere perché dopo una trentina di testi, esperienza ne ho da vendere. E posso buttarla via tutta in una volta.

Puoi anticiparci qualcosa?

Finché questo lavoro non è finito, preferisco non dire niente né del tema né della storia né della forma.

Mi faccio promettere da Edoardo che quando sarà pronto il suo nuovo lavoro, me lo farà sapere. Io mi sono ripromesso che recensirò la sua opera visto che ha aperto una sacrosanta polemica/verità: oggi la nuova drammaturgia non viene pubblicata.
A me piacerebbe tantissimo poter un giorno leggere testi scritti dalla bravissima Giuliana Musso (a breve ve la presenterò), Babilona Teatri, Ricci/Forte, Musella-Mazzarelli, Licia Lanera e tanti ma tanti altri che pian piano conosceremo.
Ma non pubblicando diventa difficile poterli “criticare”, come “consolazione” non ci resta che godere dei loro spettacoli a teatro.

Sei legato da tantissimi anni ad una delle nostre attrici teatrali e cinematografiche più brillanti (Maria Amelia Monti) quanto ti influenza la sua presenza in qualità di attrice quando scrivi? Visto che molte donne dello spettacolo, giustamente, si lamentano del fatto che ci siano molti più ruoli maschili che femminili.

Maria Amelia ha un’intelligenza particolare, un intuito geniale, una sensibilità molto precisa. Niente a che vedere col personaggio un po’ ingenuo e svampito che si è costruita. E’ la prima lettrice dei miei testi. La temo per i suoi giudizi, ci litigo, ma molto spesso devo ammettere che ha ragione. Le sue critiche taglienti mi fanno bene. Me le vado a cercare. So che quando ho convinto lei, il testo è pronto. Appositamente per lei ho scritto tre lavori. Sono fra i pochi testi del teatro italiano con una protagonista femminile. Maria Amelia ne è orgogliosa. Dice: “le lasciamo in eredità alle attrici che verranno”

L’eredità più grande che ci lascerà Edoardo Erba è il suo indiscusso talento. Los Angeles Time ha scritto di lui: “Le sue opere contengono l’humor di Gogol con lo charme di Italo Calvino e Fellini”. Non aggiungo altro.

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