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Il Mercante di Venezia di William Shakespeare, morto ben 400 anni fa, è uno di quei testi sempre attuale e che tocca temi come l’intolleranza, il razzismo, ma anche il senso dell’etica e la denuncia delle false apparenze.

Ci troviamo a Venezia nel XVI secolo, Bassanio, giovane gentiluomo veneziano, vorrebbe sposare Porzia, ricca ereditiera di Belmonte. Per corteggiarla, chiede all’amico carissimo Antonio, Il Mercante di Venezia, tremila ducati in prestito. Antonio non può prestargli il denaro perché ha investito in traffici marittimi. Garantirà per lui presso Shylock, usuraio ebreo, che non sopporta lo stesso Antonio, perché presta denaro gratuitamente, facendo abbassare il tasso d’interesse nella città. Nonostante questo, Shylock accorda il prestito a Bassanio. L’ebreo però, in caso di mancato pagamento, vuole una libbra della carne di Antonio… richiesta che alla fine gli si rivolgerà contro.

Il Mercante di Venezia

Dal 10 al 26 Giugno 2016
Teatro Sala Fontana / Via G.A. Boltraffio 21 – Milano

Traduzione e regia Filippo Renda
Con Sebastiano Bottari, Mauro Lamantia, Mattia Sartoni, Beppe Salmetti, Francesca Agostini, Irene Serini, Simone Tangolo

Per saperne di più abbiamo incontrato il giovane regista Filippo Renda e gli abbiamo chiesto:

Cosa succede quando Shakespeare incontra la generazione under 30?

Forse sarebbe meglio chiedersi cosa succede alla generazione under 30 quando incontra Shakespeare.

Dunque, cosa succede alla generazione under 30 quando incontra Shakespeare?

Credo che essa si trovi di fronte ad un archetipo, ad un genitore che bisogna essere disposti ad uccidere, a violentare, a tradire. Rischiando di rimanerne schiacciati, sconfitti. Ma non è un rischio che un under 30 deve essere disposto a correre?

Assolutamente sì.

Se pensiamo ad uno spettacolo come Il Mercante di Venezia subito ci viene in mente una scenografia sontuosa. Nella tua rilettura, Venezia che tipo di città è?

È una città in default, in qualche modo simile alla New York post-2008; una città che è stata il punto di riferimento economico e culturale occidentale e che adesso vive l’apice della propria decadenza: l’acqua che bagna le calli è diventata stagnante, fangosa, proprio come l’economia della città, che si trova in pieno ristagno. La sontuosità è un ricordo nostalgico per gli abitanti di Venezia.

Shakespeare, come sempre, fornisce del materiale su cui riflettere, su di noi e il nostro presente. Con la tua versione de’ Il Mercante di Venezia, cosa dobbiamo aspettarci?

Credo non ci si debba aspettare mai nulla da un’opera artistica, se non l’onestà da parte di chi la compone, la sua disponibilità completa e scandalosa a mettere a nudo ciò che di solito viene, forse giustamente, celato: le proprie paure, i propri desideri, i propri tabù. Shakespeare rappresenta un alleato incredibile per questa funzione, forse perché si tratta del drammaturgo che, più di tutti, è stato in grado di sezionare e ispezionare ogni cavità dei comportamenti e degli usi umani.

Quali i cortocircuiti che ricrei con Il Mercante di Venezia?

L’artificiere di tutti i cortocircuiti è l’ironia. Quell’ironia che porta ad affermare il contrario di sé per affermare sé, quell’ironia che è nemica mortale della morale, che non crede nel giusto e nello sbagliato, nel buono e nel cattivo, che tratta l’uomo come un serbatoio mortifero di vermi e non come una creatura beata. Questa ironia rivoluzionerà i canoni classici del Mercante di Venezia e tratterà i personaggi come portatori sani di fallimenti.

Cosa vorresti che si portasse a casa, lo spettatore, a fine serata?

L’invidia elettrizzante di non essere stato parte attiva della messinscena; la voglia di sfuggire dalle proprie routine.

Fare nuova drammaturgia, oggi, quant’è difficile, specie per giovani under 30?

Per fortuna è molto difficile, quasi impossibile. Porta con sé un confine sempre più netto tra l’esercizio masturbatorio e il desiderio di tradurre il proprio manqué esistenziale in geroglifici e, quindi, in battute.

Il risultato finale de’ Il Mercante di Venezia, potrà essere un’opera finalmente sfacciata, non da artigiano del teatro che si confronta col classico, non un lavoro ben fatto, non un approccio filologico col testo, ma una rigorosa sperimentazione sul linguaggio e la messa in scena.

Vogliamo concludere la nostra chiacchierata con Filippo con una curiosità.

Chi sono gli Idiot Savant?

Sono persone che credono che il teatro sia un luogo fertile per trasformare i propri limiti, i propri difetti e le proprie brutture in un potenziale metacomunicativo difficile da replicare.
Sono persone che non credono che il normale sia un valore, ma solo un modo per restare a galla.
Sono persone che rischiano il fallimento, lo scherno.
Sono coraggiosi.

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E noi di StarsSystem amiamo le persone che rischiano il fallimento perché coraggiose e per questo, e solo questo, motivo le sosteniamo e continueremo ad evidenziarle attraverso i nostri articoli, ma soprattutto andando a teatro.