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By Antonino Pezzo
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Quando quattordici corpi prendono coscienza di essere delle forme di vita fluttuanti nello spazio è ormai troppo tardi: non c’è abbastanza tempo. L’area in cui sono stati abbandonati da qualcosa o da qualcuno, forse da loro stessi, è troppo pericolosa. I corpi appartengono a sette uomini e sette donne, che fanno la scelta di consegnare i loro vestiti al pubblico, al vecchio mondo, per resettare tutto ciò che sono stati nel passato. Ci sono arrivati insieme, per casualità indecifrabile, alla conclusione che devono annientarsi e “morire” per rinascere. Le conseguenze, però, sono devastanti.

In questi giorni il progetto ambizioso Bestie di Scena di Emma Dante non ha fatto altro che collezionare osanna e mitizzazioni al Piccolo Teatro di Milano. Il difficilissimo lavoro di coordinazione dei corpi nelle azioni, il dolore in quegli sforzi, la bravura estrema e il coraggio degli attori hanno turbato tutti, creando un capolavoro dimensionale che non può essere imitato.

All’improvviso gli umani si ritrovano nudi, in una distesa indefinita in cui si può solo agire. L’ignoto è una minaccia talmente grande che mettersi a pensare non serve a nulla. Il territorio che li ospita è primitivo, brutale, e i misteri sono tanti. I confini sono praticamente inesistenti, come quelli dell’anima, e al contempo risultano paradossalmente invalicabili.

Sono molte le cose che accadono, mentre dall’esterno diversi oggetti vengono scaraventati in scena: un bidone pieno d’acqua legato a delle catene, una bambola parlante, delle aste, dei carillon, una spada, materiali globulari sconosciuti. I quattordici esseri viventi si mostrano del tutto impreparati all’inferno e cadono in una schiavitù viziosa: immaginano di essere ciò che toccano. Allora scontri terribili si accavallano, file interminabili per testare gli stessi oggetti, mosse arbitrarie spiazzanti, sofferenze, umiliazioni, ma anche scorci di buon cuore, sorrisi, tenerezze, abbracci e rispetto per la vita e per il prossimo. Gli equilibri tra violenza e la parte migliore dell’individuo non sono tossici, ma dosati in una iniezione perfetta.

La nudità dei corpi non sconvolge, umanizza, invece, lo spettatore, ricordandogli la sua condizione di animale mortale investito da emozioni e istinti che deve essere in grado di regolare. Emma Dante ha proprio scoperto una nuova dimensione: un limbo privato che ogni uomo possiede e che può condividere con i suoi simili.