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By Riccardo Galeazzi
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Signore e signori, benvenuti nel futuro. War Machine è il primo esempio di un kolossal cinematografico, creato per la tv. Netflix, che ha fatto delle produzioni di serie tv e documentari il suo fiore all’occhiello, da qualche tempo a questa parte si sta cimentando anche nella realizzazione di film originali. Nonostante l’enorme investimento in grandi attori quali Brad Pitt, Ben Kingsley e Tilda Swinton, e in una pubblicità da colossal (i milanesi lo sapranno bene, dato che la metro è tappezzata dai manifesti), War Machine non è niente di eclatante. Anzi, sa un po’ di frullato di altri film. Forse perché il regista e sceneggiatore David Michod ha tentato di unire satira e dramma al filone che in America sta caratterizzando i film più importanti da ormai quarant’anni: la guerra.

Anno 2009. Il governo degli Stati Uniti invia in Afghanistan, il generale Glen McMahon. Forte del successo in Iraq, feroce e determinato, McMahon elabora un piano: vuole 40.000 soldati da aggiungere alle sue truppe per invadere la regione a lui affidata e pacificarla. Nonostante lo stesso generale nutra perplessità sulla buona causa che lo spinge, prosegue la sua missione.

Il libro The Operators: The Wild and Terrifying Inside Story of America’s War in Afghanistan – da cui è liberamente tratto War Machine – offre una base solida per una riflessione sulla politica di Obama, oggi osannata, forse con troppa fretta, a seguito delle ultime scelte di Trump. Le basi per un film di successo ci sono tutte, ma troppe linee di trama lo intricano e due ore non sono sufficienti per esaurirlo. Succede quindi che lo spettatore rimanga disorientato e non capisca più dove si voglia andare a parare.

Tutti gli oneri e gli onori sono lasciati al protagonista, il cui nome fittizio, McMahon, presumibilmente richiama quello del generale francese Patrice de Mac Mahon, eroe nella guerra di Crimea. Brad Pitt, troppo giovane per interpretare il ruolo di veterano, lo impersona e ne fa uno stereotipo che talvolta funziona, talvolta no. Sembra un giocattolo, con movimenti meccanici e espressioni da cowboy del west perennemente stampate in faccia. Non stiamo parlando di una cattiva performance di Pitt, ma di un personaggio pensato bene e scritto male. L’idea di partenza era sicuramente buona: il topos del generale americano umanizzato dall’incoerenza del suo governo.

Ma ahimè, o si fa satira o si fa dramma. È difficile entrare in empatia con un personaggio ridicolo per movenze e espressioni; eppure, per tutto quello che gli accade, dall’incomprensione con le alte sfere delle istituzioni al difficile rapporto con la moglie, è palese il tentativo di Michod di far appassionare gli spettatori al personaggio principale.

Un’occhiata, almeno per curiosità, al film bisogna comunque concedergliela. Un capitolo a parte meriterebbe la scena finale, una piccola perla che non si può perdere. Non ve la sveliamo per evitare spoiler, ma un indizio ve lo diamo: Il Gladiatore di Ridley Scott…

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