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By Riccardo Galeazzi
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Nel 1995 la Pixar inaugurava il genere d’animazione in CGI con il primo lungometraggio a computer della storia: Toy Story, un capolavoro che nonostante gli anni e il progresso della tecnologia, è rimasto nel cuore di tutti. Nel 2010 Toy Story aveva raggiunto il compimento con il suo terzo e – si pensava- ultimo capitolo. Ma visti gli incassi, la Disney, che sta giocando a Risiko nello strano mondo del cinema, ha chiesto alla sua affiliata Pixar un quarto film, non necessario. La squadra degli sceneggiatori si è messa al lavoro, consapevole, forse, che il livello di Toy Story 3 era davvero alto e superarlo avrebbe richiesto uno sforzo enorme.

In vero, Toy Story 4 è stato apprezzato dalla critica e, anzi, sembra che qualcuno lo abbia persino amato più dei precedenti. Ma la verità è che i fan non sono tutti contenti. Al di là dell’indubbia qualità grafica e della ottima caratterizzazione dei personaggi – Bunny, Ducky e Duke Caboom sono geniali, capaci di far sorridere e piangere -, ci sono delle sono alcuni aspetti che non convincono. Primo tra tutti il nuovo coprotagonista, Forky. Non tanto perché sia brutto o non sia credibile, quanto piuttosto perché il fatto che sia un forchetto ha un legame poco chiaro con il tema del film: era davvero necessario che il giocattolo preferito da Bonnie fosse spazzatura riciclata? A che pro? Semplicemente per dire che Woody ha ormai meno valore di una posata di plastica? O è una trovata che strizza l’occhio agli ecologisti? A questo proposito: che trovata malsana raccontare che Bonnie abbia escluso Woody dagli amici con cui gioca. È, come si dice nel gergo tecnico, fuori personaggio. Bonnie adora Woody e quando Andy le consegna il suo sceriffo, lei vive una sorta di investitura ufficiale a “protettrice” del giocattolo. “Ti prenderai cura di lui per me?” chiede Andy mentre Bonnie annuisce, nel finale di Toy Story 3. Possibile che la bimba, poco tempo dopo questo momento, decida proprio di dimenticarsi del protagonista del film? La risposta è no, se non che agli autori serviva una motivazione per arrivare al finale peggiore che ci potesse essere.


Attenzione, questa parte contiene spoiler

Randy Newman, compositore della colonna sonora di Toy Story, nonché paroliere della meravigliosa You’ve got a friend in me aveva vinto l’Oscar nel 2011 per la canzone del terzo film della saga. We Belong together fa da sigla ai titoli di coda dopo che Andy, storico proprietario dei giocattoli, li aveva ceduti prima di partire per il college. Morale, la trilogia è attraversata dal tema dell’appartenenza vicendevole, il desiderio dei protagonisti di stare uniti nel trascorrere del tempo, contro le avversità che la vita oppone loro. Come si spiega allora che la molto probabile conclusione della saga culmini con la divisione della compagnia? Certo, è un finale dalle grandi emozioni – ci eravamo rimasti molto male quando, nel precedente film, avevamo appreso la scomparsa di Bo Peep -, ma Toy Story non è una love story. Non principalmente almeno. Ed è forse incoerente con il resto della saga che l’arco della storia di Woody – così profondamente legato alla sua compagnia – culmini con la scelta di abbandonare il gruppo. Tra chi come noi ha notato questo ultimo punto debole, gira una voce. Proprio per la strana inversione di valori, c’è chi pensa che la serie non sia ancora finita. Manca un quinto e ultimo episodio in cui la squadra si riunirà e in cui, forse, ritroverà Andy, ormai adulto e con figli. Quand’anche non fosse nell’intenzione della Pixar, se Toy Story 4 continuerà ad ottenere questo successo, vedremo comunque un altro sequel. Perché purtroppo si sa, la moneta vale molto, a volte troppo.