The Grandmaster: recensione

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Forse penserete che si tratti semplicemente di un film d’azione sulle arti marziali, ma non è così. Le imprese e gli amori del leggendario maestro di Bruce Lee sono raccontati con estrema grazia e poesia visiva dal regista di In the Mood for Love e 2046: Wong Kar-wai.

Il viaggio epico del leggendario maestro di Kung Fu, Ip Man, trasporta sin da subito lo spettatore in una storia ambientata nella tumultuosa epoca repubblicana fino alla caduta dell’ultima dinastia cinese. Un periodo di caos, di divisioni e di conflitti, che fu anche l’età dell’oro delle arti marziali cinesi.

Girato in una serie di straordinarie location, tra i paesaggi innevati del nord-est della Cina e le regioni sub-tropicali del sud, The Grandmaster è interpretato da alcuni dei divi cinematografici più famosi dei nostri tempi.

Grazie al lungo lavoro di ricerca preliminare e alla presenza sul set di un vero e proprio esercito di istruttori di Kung Fu, Wong Kar-wai è riuscito a rappresentare il mondo delle arti marziali cinesi e dei suoi protagonisti con un realismo senza precedenti. Le scene di combattimento sono state create dal famoso coreografo di arti marziali Yuen Wo Ping (Matrix, Kill Bill, La tigre e il dragone, ecc.). Per prepararsi ai loro ruoli, i tre interpreti principali del film (Tony Leung, Ziyi Zhang e Chang Chen) si sono sottoposti ad anni di duri allenamenti di Kung Fu.

È così che con la sua ricchezza espressiva, emotiva e visiva, The Grandmaster apre un nuovo capitolo nel genere cinematografico delle arti marziali. La bellezza coreografica dell’azione si sposa con l’emozione suggerita dalle atmosfere malinconiche, cariche di sentimento e la mera performance acrobatica si trasforma in una vera e propria danza di seta, in grado di esprimere sensibilità e vigore al contempo.

Con delicatezza, Wong Kar-wai arriva al cuore dei personaggi senza usare una narrazione classica, ma preferendo che siano immagini, suoni e i volti dei suoi attori a suggerire racconti e pathos interno. Le scene di combattimento sembrano addirittura orchestrate appositamente per palesare le parole taciute, i segreti celati nel cuore dei singoli protagonisti. Infatti, Tony Leung, uno degli attori più espressivi del panorama cinematografico degli ultimi tempi, dà vita con il solo sguardo alla profondità psicologica di Ip Man. Accanto a lui, la carismatica Zhang Ziyi incarna una donna orgogliosa, forte e virtuosa, come tutti i grandi eroi della tradizione delle arti marziali.

L’esplosività centrifuga del film, nasce nel Golden Pavillon, un bordello di lusso frequentato da esponenti di spicco e da vari maestri di arti marziali. Ed è lì, che la storia di Ip Man si incrocia con quella della signorina Gong Er, erede della micidiale “tecnica dei 64 palmi”. E dopo il duello tra i due, l’intreccio va avanti e ingloba un assassinio d’onore, una promessa di vendetta e un’attrazione proibita. È una trama densa, diluita negli anni e nelle vite dei singoli personaggi.

Storia, filosofia, spettacolo, ma soprattutto amore: tutto questo è The Grandmaster, un grandioso affresco delle arti marziali, un mix esplosivo di grandi scene coreografiche, la somma di momenti di intensa profondità emotiva. È un film potente per gli amanti del genere. Una pellicola, che come annunciato in una conferenza stampa dallo stesso regista già nel 2002, era stata concepita come bio-pic del maestro Ip Man, esponente di spicco dell’arte di combattimento Wing Chun.

I momenti degni di nota nella pellicola sono tanti, come per esempio la meravigliosa fotografia di un funerale che si svolge nella neve. Però, come accennato precedentemente, il film non è che la somma di tanti momenti action misti a sublime e formidabile grazia. Così, dopo oltre due ore di film, lo spettatore si renderà conto che a rimanere viva è la filosofia di Ip Man: “Kung fu, due parole. Orizzontale e verticale. Fai un errore: orizzontale. Sii l’ultimo a restare in piedi e vincerai”.