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By Luca Forlani
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Non sono bastati i sette minuti di applausi per Suspiria di Luca Guadagnino, durante la proiezione ufficiale, a seppellire critiche e perplessità. Il primo film italiano in concorso in questa settantacinquesima edizione del Festival di Venezia è un remake dell’omonimo film di Dario Argento del 1977. E ora molti si chiedono: è possibile che un horror non faccia paura? Lo stesso Argento, raggiunto dall’Ansa, rilascia poche sibilline affermazioni: “Che devo dire? Il film è stato visto, lo potete giudicare voi. È un film diverso dal mio, fatto con uno spirito diverso, nello stile raffinato, elegante e ben fatto di Luca Guadagnino che resta uno dei migliori registi europei”. Per poi proseguire con un raffronto stilistico: “Il mio stile aveva una ferocia e una grinta che il remake non ha. L’horror è una questione interiore, dipende da quello che hai dentro”.

Certamente, in quanto a cura estetica il Suspiria di Luca Guadagnino non fa certo rimpiangere l’originale. Anzi, sono presenti numerose citazioni visive in forma di sogno, visione o allucinazione: da un richiamo ad alcune performance di Marina Abramović al Pasolini di Salò o le centoventi giornate di Sodoma. I personaggi sono ben approfonditi, colpisce la sensibilità con cui il regista premio Oscar descrive le diverse sfaccettature delle anime femminili. Ecco, rispetto all’originale, qui la componente femminile è centrale, ingombrante e totale. Guadagnino dimostra, ancora una volta, di sapere dirigere gli attori (le attrici, in questo caso) con rara sensibilità. Ottime le interpretazioni di Dakota Johnson, Tilda Swinton, Chloē Grace Moretz e Mia Goth. Unica “sopravvissuta” della pellicola originale è Jessica Harper che, ovviamente, interpreta un altro ruolo. Le vere protagoniste sono le streghe; dichiarate o inconsapevoli che siano. Un’attrazione (fatale?) per le donne forti quella del regista. ”In Suspiria ho messo in scena donne potenti, non vittime, una cosa che c’è in tutto il mio cinema dove vi è sempre complicità e piacere nell’indagare l’universo femminile”, ha dichiarato Guadagnino all’Ansa. La trama e l’ambientazione sono pressoché identiche all’originale: siamo a Berlino negli anni ’70 e in una prestigiosa compagnia di danza si annida una setta di streghe sanguinarie. Una nuova arrivata si trova a scoprire giorno dopo giorno gli orrori che si nascondono nella scuola, ma la brama di entrare a far parte della compagnia la spingerà a rimanere invischiata in meccanismo molto pericoloso. Il regista fugge ogni paragone con l’originale e ribadisce più volte la stima nei confronti di Dario Argento e la volontà di omaggiare un film che lo colpì fin dalla prima visione, alimentando il suo immaginario fantastico di bambino. E credo che vada fatto un plauso a Guadagnino per il coraggio di mettersi in gioco dopo il successo internazionale del premiatissimo Chiamami col tuo nome. È difficile immaginare che la sorte possa essere altrettanto prodiga con Suspiria, anche se l’operazione nel suo complesso (e nella sua complessità) è da considerarsi vincente. Non sarebbe stata una scelta felice quella di ricreare esattamente le stesse atmosfere di argentiana memoria. La qualità estetica del film già di per sé lo rende un piccolo gioiello.

Si potrebbe obiettare che Guadagnino abbia tolto la tensione dell’originale per realizzare un algido omaggio intriso dei richiami cinematografici che l’hanno ispirato (oltre ad Argento, nel film, ci sono echi di Fassbinder e Pasolini, ndr). Non credo francamente che questo possa essere considerato un difetto del film. È vero, la tensione ha lasciato spazio a sensibilità e qualità estetica. Forse da un horror ci saremmo aspettati altro, ma Suspiria è prima di tutto un atto d’amore di uno dei registi più interessanti della scena internazionale verso la settima arte. E scusate se è poco.