Still Life: recensione

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Still Life: recensione

Dopo aver prodotto “Full Monty Squattrinati organizzati” e “Palookaville”, Uberto Pasolini esordisce nella regia con il film “Machan La vera storia di una falsa squadra”, e ora torna sul grande schermo con “Still Life”.

“Natura morta”, “vita ferma”, “esistenza piena di immagini”, questi i vari significati della pellicola che narra la storia del diligente e premuroso, il solitario John May (Eddie Marsan), un impiegato del Comune incaricato di trovare il parente più prossimo di coloro che sono morti in totale solitudine. Quando il reparto viene ridimensionato a causa della crisi economica, John dedica tutti i suoi sforzi al suo ultimo caso, che lo porterà a compiere un viaggio liberatorio, che gli permetterà di iniziare ad aprirsi alla vita.

E, mentre lo vediamo impegnato a ricomporre il puzzle della vita del defunto, John giungerà fino a Kelly (Joanne Froggatt), la figlia dello scomparso, abbandonata quando ancora era piccola, che sarà una vera svolta nella sua misera esistenza.

Estremamente meticoloso e ossessionato dall’organizzazione, John va ben oltre il suo dovere professionale. È rigoroso nell’assicurarsi che tutte le anime vengano accompagnate all’estremo riposo in modo decoroso. È empatico con i morti e per assurdo non ha una grande vita sociale. Conduce un’esistenza ordinata e tranquilla, da sempre organizzata in ogni minimo dettaglio: tutti i giorni indossa gli stessi vestiti, percorre lo stesso tragitto per recarsi al lavoro, consuma lo stesso pasto a pranzo e a cena. Ma quando gli verrà assegnato il caso di Billy Stoke, un vecchio alcolista, trovato privo di vita nell’appartamento esattamente di fronte al suo, John non sarà più lo stesso. Quando si recherà nell’alloggio alla ricerca di indizi sulla vita del dirimpettaio defunto, vedrà l’immagine speculare della suo vivere quotidiano e mentre metterà gradualmente insieme i pezzi della storia spezzata di Stoke, capirà il vero senso del nostro vagare su questo misero mondo. Dall’ex collega alla fabbrica alimentare , al veterano della guerra delle Falkland, John incontrerà tutte le persone che avevano avuto a che fare in passato con Billy e ne evincerà un ritratto di una personalità straordinaria, capace di suscitare in egual misura amore ed esasperazione. Ma soprattutto, tra John e Kelly nascerà una naturale attrazione che gli consentirà di liberarsi delle abitudini che avevano governato la sua esistenza fino a quel momento. Assaggerà nuove pietanze, indosserà un maglione diverso, e compirà un gesto che avrà conseguenze imprevedibili.

Con questo film, Uberto Pasolini costruisce una storia drammatica delicata e struggente, ponendo l’accento sulla necessità del ricordo, sull’importanza del rito funebre come valore simbolico per il riconoscimento della dignità umana. Con raffinatezza, e con un gusto per la sottrazione, il regista offre al pubblico un’opera in grado di mirare dritto al cuore, grazie anche al talento di Eddie Marsan. Basandosi sui film di Ozu, quali riferimenti visivi, Pasolini di fatto, porta al cinema una vicenda umana di grande spessore, non priva di ironia e di commozione. Infatti, a livello fotografico, il film è una sorta di risveglio dei sensi e dunque all’inizio c’è la desaturazione del colore  e man mano che la storia procede, vengono introdotti gradatamente le varie tonalità di colore. Per questo motivo nella prima parte ci sono pochissimi colori e prevalgono i grigi, i blu e i marroni pastello, mentre via via che il racconto si snoda si intravedono altri colori, decisamente più vitali e meno monotoni. Tra l’altro, “Still Life” si ispira a persone e fatti reali. Quando lesse di alcune persone che per lavoro organizzavano il funerale di coloro che morivano senza parenti in vita, Pasolini riconobbe nella loro professione qualcosa di profondo e al tempo stesso di universale. Così, “Still Life”, oltre a portare alla luce il valore simbolico della sepoltura, offre allo spettatore immagini di vita quotidiana di grande quiete e al contempo di immensa potenza emotiva, riuscendo a strappare persino qualche risata, e a lasciar emergere il candore della poesia e tutto il calore delle anime umane.