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By Riccardo Galeazzi
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Lo scorso weekend è uscito Ritorno al Bosco dei 100 Acri, il primo live action sulle avventure dell’orsetto Winnie the Pooh e dei suoi amici. Siamo ben lontani dalle storie in cartoon che la Walt Disney ci aveva raccontato fino all’altro ieri. Christopher Robin è cresciuto e si è dimenticato dei suoi amici in pezza. Lo troviamo impegnato a dirigere il settore efficientamento della prestigiosa valigeria Winslow. Ben presto però si trova a gestire un grosso taglio di personale. Per studiare il bilancio e salvare posti di lavoro, Christopher rinuncia a un weekend in campagna con moglie e figlia, una promessa per la quale aveva dato la sua parola. “Che fare? Che fare?” E così, quasi per magia, correrà in suo aiuto il vecchio amico Pooh.

È il secondo film della stagione sull’orso più famoso del mondo. Lo scorso autunno la Fox, ormai altro braccio della Disney, ha prodotto Vi presento Christopher Robin, il biopic drammatico sulla storia di Alan Milne, lo scrittore dalla cui penna sono usciti i racconti dei 100 Acri. Il nuovo film fa il paio con quest’ultimo e si propone di completare il ritratto di Christopher Robin, il bambino/uomo in cui ogni spettatore può ritrovarsi. Sono passati 57 anni da quando i discendenti di Walt decisero di acquistare i diritti per farne un cartone per bambini. Da allora intere generazione sono cresciute con Pooh, Pimpy, Rho, Tappo, Ih-Oh, Uffa e, ovviamente, Christopher Robin. E il successo delle loro avventure non si è mai esaurito – l’ultimo film, Winnie the Pooh e le nuove avventure del bosco dei 100 Acri, il ventiduesimo della serie, risale al 2011.

Nonostante tutti i buoni propositi e un perfetto Ewan McGregor nei panni di Christopher Robin, il film ha una serie di buchi di trama e sembra una copia mal riuscita di Hook – Capitan Uncino di Steven Spielberg. Il concetto attorno al quale gira l’intera vicenda è che, nel momento di crisi, bisogna ritornare sui propri passi, rivisitare il passato e, una volta riconquistato la propria identità, affrontare la vita in maniera nuova. Fin qui tutto bene, ma il cinema funziona in maniera diversa: Christopher Robin non ha un momento di catarsi e il suo personaggio stride quando di punto in bianco si mette a giocare con i pupazzi. Il freddo e rigido Robin forse avrebbe dovuto cacciare dei giocattoli logori, che parlano invece di voler riconquistare la loro fiducia. Il Peter Pan di Spielberg nel già citato Hook, è convincente perché fino all’ultimo non si ricorda come volare. È solo dopo aver affrontato i fantasmi della crescita che riesce a tornare alle radici. Christopher non affronta proprio nulla. A parte un velocissimo flash forward non sappiamo niente del periodo tra l’infanzia e l’età adulta.

In una pellicola tanto attesa, sia per la nobiltà d’intenti, sia per la qualità della CGI che fonde perfettamente personaggi reali e computerizzati, dispiace che la storia si risolva con un happy ending forse troppo scontato. Anche per una favola.

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