Planes: recensione

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L’8 novembre tornano rombi di motore ruggenti, marchiati Walt Disney, nelle sale cinematografiche italiane. “Planes”, il nuovo lungometraggio animato in 3D per la regia di Klay Hall, appassionato di aerei e aereodinamica sin dalla prima infanzia, è ispirato all’opera originaria “Cars” (2006), ma si muove sulle ali di un piccolo aereo agricolo: Dusty. In apparenza, non idoneo al volo, ma soprattutto alle competizioni su cieli sterminati, dove invece vagano con estrema prodezza velivoli militari e da trasporto (cui questo giovane protagonista guarda con profondo rispetto e desiderio di emulazione), in realtà, Dusty darà dimostrazione di resistenza, abilità e coraggio.

Come ha affermato anche il regista, il film “è una grande storia che ruota attorno a un personaggio che parte svantaggiato. C’è molto sentimento e trasmette un messaggio che vale per tutti noi: se riuscissimo a credere in noi stessi, ad abbandonare le nostre sicurezze e a lasciarci alle spalle qualsiasi paura ci trattenga, rimarremmo sorpresi dai risultati che potremmo ottenere”.

E di fatto, il tema attorno al quale prende forma l’intera vicenda è proprio il desiderio di potersi spingere al di là di ciò a cui si crede di essere destinati, detta più banalmente, di coltivare un grande sogno, a costo di apparire ridicoli e avventati, andando incontro anche alla certezza del fallimento e alla sofferenza che ne deriverà. Nel corso del racconto, ogni aeroplano dovrà fare i conti con i propri difetti, con i propri punti deboli, anche con i propri egoismi vanagloriosi, a volte con il senso di colpa, e solo in un secondo e breve momento, potrà permettersi di prendere fiato, riscuotendo successo e approvazione dagli spettatori (per lo più automobili strambe e deliranti), grazie alle proprie doti meccaniche, di fabbrica.

Una piccola rivoluzione disneyana che punta quasi tutto su ciò che ti rende diverso e unico per il senso di sacrificio, per la consapevolezza dei tuoi limiti, ancor prima che per i risultati ottenuti, o per ragioni innate e ineludibili, come la “bellezza” o il sangue blu.

In ogni caso, le peculiarità caratteriali, siano esse di pregio o screditanti, saranno evinte a partire da quelle tecniche, e saranno proprie di un modellino d’aereo, piuttosto che di un altro. A questo connubio incrociato di rimandi, infatti, il team di creatori ha dedicato la fetta più grande di tempo nella fase di progettazione, prima di proporre sul grande schermo ognuno dei personaggi che vi si vedranno decollare con fattezze variegate e sui generis.

Nel caso di Dusty, che nasce come aeroplano agricolo, destinato a voli non superiori ai 300 metri d’altezza, soffrire di vertigini e non riuscire a librarsi al di sopra delle nuvole è cosa facilmente credibile e rende l’idea della sua difficoltà a spingersi oltre, “evitando di guardare giù”, almeno fino a che non si vedrà messo alle strette dalle vicissitudini. E non sarà troppo differente per i compagni, nemici e amici che circonderanno Dusty nel corso della maratona che dovranno affrontare, i cui nomignoli saranno già chiari riferimenti alla nazione di appartenenza, ma anche all’indole più o meno pazzoide, più o meno saggia, o sbruffona che si trascineranno dietro. Uno su tutti, il romantico aereo mascherato messicano, El Chupacabra, dal carisma grande almeno quanto il suo motore fuori misura.

Non minore attenzione, infine, è stata riservata al lato paesaggistico, al mondo in cui questi simpatici personaggi sfrecciano, che secondo l’idea del regista prende i contorni, almeno nella prima fase di svolgimento, del Minnesota, del Nord Dakota, o comunque di un qualche posto nel Midwest, tra questo o quel campo di pannocchie disperso nel nulla.

Così come ogni tappa della maratona corrisponde realmente a un’area geografica del mondo conosciuto. Dal Nepal all’India, dalla Germania al rientro a New York, è inevitabile sbalordirsi per la cura dei particolari e dei monumenti caratteristici (come la Statua della Libertà, o il Taj Mahal), personalizzati con ritocchi di fantasiosa e ironica originalità in pieno stile Disney, tutti da scoprire con attenti colpi d’occhio.

Di grande effetto anche le scene d’azione, ed estrema l’attenzione posta su ogni agente atmosferico, al modo in cui si riversa puntuale e diversificato sui vari corpi metallici che si spostano da una nazione all’altra, attraversando continenti, affrontando nevischi, tempeste, alte temperature e bagni in gelide acque oceaniche.

Insomma, ancora un punto a favore della Disney, che non smette di farsi amare e continua a stuzzicare la curiosità di grandi e piccoli amanti del cinema, creando proseliti generazionali perduranti, e dando voce alle fantasie inespresse di ogni fanciullo.