Philomena: recensione

Ben Stiller: foto della cerimonia al Chinese Theater
9 Dicembre 2013
Lorde ottiene 4 nomination per l’edizione 2014 dei Grammy
9 Dicembre 2013

Philomena: recensione

Opera drammatica che stempera i toni della tragedia con l’ironia, in puro stile britannico, “Philomena” di Stephen Frears, offre al pubblico una storia schietta, diretta e magistralmente recitata.

Siamo in Irlanda, ed è 1952. Rimasta incinta da adolescente, Philomena viene mandata nel convento di Roscrea, luogo in cui vengono rinchiuse le “ragazze perdute”. Ancora molto piccolo, suo figlio Anthony le viene portato via dalle suore per essere dato in adozione in America. 50 anni dopo, Philomena non ha ancora smesso di cercarlo. Durante le sue indagini, incontra Martin Sixsmith, un giornalista che rimarrà colpito dalla sua vicenda umana. Insieme partiranno per gli Stati Uniti, in un viaggio che non soltanto rivelerà la storia incredibile del figlio di Philomena, ma creerà inaspettatamente un legame speciale tra i due.

Il film è un racconto commovente di amore e di perdita, ed è una celebrazione della vita. Divertente e triste al contempo, è l’incontro di due persone totalmente diverse, che si aiutano l’un l’altra e che dimostrano che si può sorridere anche nei momenti più bui.

Il film si basa sul libro “The lost Child of Philomena Lee”, pubblicato nel 2009, che è anche stato un punto di riferimento per migliaia di bambini irlandesi adottati, e per le loro madri “svergognate”.

Alla luce dei fatti, potreste pensare, che il film racconti l’ennesimo dramma umano, ma non è proprio così… “Philomena” è la trasposizione cinematografica di una storia vera di una madre alla ricerca del figlio perduto, o meglio venduto da delle suore che sembrano più eretiche, che cristiane, a tal punto da rendere il travaglio delle ragazze-madri una vera e propria tortura. Infatti, sono proprio loro, le detentrici della fede a rinnegare il lato umano e a confondere il peccato con il peccatore. E sono sempre loro a causare danni, sofferenze e ingiustizie.

La giovane (e poi anziana) Philomena, invece, non serba rancore, non si abbandona all’ira, e sebbene conscia di essere talvolta un po’ troppo “sempliciotta”, continua a coltivare la bontà, la gentilezza e persino la fiducia nei confronti del prossimo. E a mettere in scena una Philomena ingenua, ma piena di verve, di ironia e di sottile intelligenza, troviamo una fantastica Judi Dench: un mix vulnerabile di dolcezza e tristezza che rendono il suo personaggio più tenero che mai. Con uno sguardo, un sorriso o una lieve inflessione facciale, il pubblico è in grado di cogliere la profondità di una donna veridica, moderata e cordiale, che emana un messaggio positivo, davvero difficile da emulare ai nostri giorni.

Steve Coogan, invece, interpreta il giornalista Martin Sixsmith, e porta sul grande schermo il suo talento senza mai sovrapporsi alla figura della protagonista.

Il ritmo del film è quello della commedia britannica, corredato da battute argute che ogni tanto strappano risate e lasciano riflettere su tematiche importanti, come la vita, gli affetti rubati, l’amore negato, la famiglia, il perdono e la fede. Così, dosando perfettamente il registro drammatico e quello ironico, la pellicola spicca per il giusto equilibrio tra intensità, tragedia e passione e offre agli spettatori un insolito road-movie, dove verità e silenzi vengono dosati perfettamente e la finzione filmica riesce a rendere giustizia a una storia realmente accaduta trasformandola in un inno dell’animo umano.