Oldboy: recensione

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Oldboy: recensione

Quando nel 2003, il mondo del cinema vide la luce di “Oldboy, un film provocatorio ed emotivamente brutale, che stravolse indiscutibilmente l’opinione pubblica, il lato oscuro della cultura pop moderna emerse in tutte le sue sfaccettature. Basato sulla graphic novel di Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi, l’acclamata pellicola coreana di Park Chan Wook vinse il Grand Prix al Festival di Cannes, oltre a diventare uno dei più popolari thriller stranieri di tutti i tempi. E dopo dieci anni dall’uscita, Spike Lee riporta sul grande schermo l’isolamento, la repressione, la vendetta, il senso di colpa e la redenzione, nella sua reinterpretazione del leggendario “Oldboy”. Seppur rendendo omaggio all’originale coreano, questa nuova versione del film di ci porta in un’altra zona d’ombra.

Il film di Lee inizia con la presentazione di Joe Doucett (Josh Brolin), un dirigente pubblicitario in declino e padre assente, che una notte, ubriaco, viene rapito dal nulla e costretto in un terribile isolamento all’interno di un bizzarro motel che diventerà la sua prigione per 20 anni. Così, Joe Doucett subirà 20 anni di tormento, che trascorrerà senza alcuna indicazione riguardo l’identità o il movente del suo rapitore. Inspiegabilmente liberato dal suo incubo, Joe tornerà alla vita di tutti i giorni con una sola ossessione: scoprire la persona che ha orchestrato la sua punizione e soprattutto capirne il perché. Ma anche se sarà di nuovo fisicamente libero, si sentirà comunque perseguitato e coinvolto in una rete di cospirazione che rischierà di risucchiarlo in un vortice oscuro. Durante le indagini, incontrerà una giovane assistente sociale (Elizabeth Olsen), e un uomo misterioso (Sharlto Copley), che forse è il detentore del suo segreto e conosce le risposte alle sue mille domande.

Nell’esplorazione di tutti i modi in cui una persona si possa sentire imprigionata, sia fisicamente che mentalmente, Lee adotta un approccio primordiale e mette in scena un uomo ridotto ai suoi istinti più animaleschi. Infatti, per comprendere meglio la natura dell’esperienza del protagonista, l’attore Josh Brolin ha persino parlato con degli ex condannati a morte per calarsi totalmente nella parte. Così, la trama di “Oldboy”, diventata un cult per gli amanti dei fumetti,  grazie al manga in otto volumi di Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi, ha affascinato anche Spike Lee, e per questa nuova versione ha deciso di creare un sfondo su cui svolgere la storia: una città americana senza nome, per dare vita a una cattività surreale. Il suo “Oldboy” è girato completamente a New Orleans, ma Lee non rende riconoscibili i tratti urbani, proprio per offrire allo spettatore l’idea di un non luogo terrificante. Al centro della vicenda c’è la stanza infernale del motel dove Joe si risveglia una mattina nebbiosa con i postumi di una sbornia. Le scene dell’esterno della prigione segreta sono state girate nell’ex sito della US Navy, nel quartiere di Bywater, nella Ninth Ward di New Orleans, che risale all’epoca della Prima Guerra Mondiale, ed è formato da una serie di edifici di cemento armato. In questo modo, Lee dona alla storia il perfetto mix tra funzionalità e alone macabro. Tuttavia, se l’“Oldboy” di Park Chan Wook, aveva sconvolto e innervosito il pubblico di tutto il mondo, il remake di Lee non ha la stessa forza esplosiva. Infatti, il film di Park Chan Wook, soprannominato il “Quentin Tarantino d’Oriente”, brillava per l’action, per le coreografie dei combattimenti, ed era persino ricco di una certa suspense Hitchcockiana. Quello di Lee, invece, è privo della poetica dell’originale, e soprattutto non ha la stessa potenza narrativa.

Il capolavoro di Park Chan Wook aveva raffinatezza stilistica e forza espressiva, e anche se Spike Lee resta comunque un regista coraggioso, capace di raccontare storie scomode, e di intaccare il pensiero benpensante della società americana contemporanea, nel suo “Oldboy”, l’estetica di molte scene, risulta avulsa dal contesto, ad esempio se l’uso delle arti marziali era ben congeniato nella pellicola di Park Chan Wook, perché insite nel Dna culturale del protagonista coreano, qui sembrano avulse e poco conformi alla realtà di un pubblicitario americano in sovrappeso, che per mantenersi in forma nella sua stanza-cella d’albergo fa sport guardando la tv. Quindi, dove l’originale osava, provocava, incuteva timore e scuoteva gli animi, il remake di Lee, invece, lascia distaccati. Non che il film sia diretto approssimativamente: in pratica, non colpisce fino in fondo, non va a segno. E dopo che il protagonista avrà trovato la risposta tanto agognata (“Perché sono stato liberato?”), nel finale il pubblico assisterà a una vera e propria dicotomia tra l’originale coreano e il remake di Lee: laddove il primo film lasciava un alone di incertezza, nel rifacimento americano si ha una conclusione netta, perché a Lee non importa sconvolgere con un epilogo disturbare, ma insinuare dubbi per scuotere la coscienza, e forse per ritrovarla.