Godzilla – recensione
20 Maggio 2014
Kim Kardashian si sposa a Firenze
26 Maggio 2014

Non so come iniziare a descrivere le molteplici sensazioni che mi hanno pervaso mentre guardavo questo folle, esagerato, lucido e allo stesso tempo delirante viaggio nella vita sessuale di una donna ninfomane. A tratti sublime, a tratti irritante, a tratti esilarante, a tratti disturbante, Lars Von Trier come tutti i grandi artisti ha una caratteristica fondamentale che lo rende unico e inimitabile: non ha paura di essere se stesso e di portare avanti il suo concetto di “cinema”. Coraggioso e senza freni, per questo soggetto a critiche e attacchi di ogni genere, è uno dei pochi cineasti capaci di realizzare continuamente opere spiazzanti e provocatorie ma soprattutto necessarie in quanto totalmente differenti e fuori dagli schemi rispetto a ogni altra cosa si veda sul grande schermo. Grazie ad uno stile che riesce spesso a far convivere poli diametralmente opposti, ipnotico e noioso, grottesco e cervellotico, poetico e morboso, passionale e crudo, riesce a trasformare i suoi innumerevoli difetti in pregi e punti di forza. E forse mai come in questo dittico il regista è stato tanto coerente con se stesso. Polifonia e Bach, chiesa d’occidente e chiesa d’oriente, personaggi storici e tecniche di pesca, digressioni sulla natura e aneddoti storici sulle forchette da dessert, tutto si fonde con il racconto disperato e colmo di sensi di colpa di una donna allo sbando, ormai esausta e condannata dalle proprie estreme e inesauribili pulsioni sessuali ad una vita di sofferenza.

Forte della divisione in capitoli tipica del proprio cinema, Von Trier utilizza il dialogo psicanalitico che si sviluppa tra la protagonista Joe e il misterioso uomo che l’ha trovata moribonda in mezzo alla strada, come contrappunto narrativo per analizzare le principali assurdità e incoerenze del dualismo esistenziale. Spaziando attraverso gli argomenti più disparati, sempre uniti da un filo conduttore ben preciso, il regista danese riesce nell’impresa di rendere il tour de force di perversioni e ricerche libidinose della protagonista metafora dell’illimitata sete di conoscenza e di eterna insoddisfazione di un umanità ipocrita e allo sbando, a cui rimane la sola certezza di dover lottare e sopravvivere contro ogni avversità, come un frassino che si staglia sulla cima di un impervia montagna. Geniale, acuto, ricco di situazioni grottesche e paradossali, a tratti troppo didascalico ma sempre sorretto da un coraggiosissimo cast (a parte l’eccezionale lavoro dei protagonisti e di un inedito Shia La Beouf, da citare gli straordinari camei di Uma Thurman e di Jamie Bell), Nymph()maniac sorprende, diverte, sconvolge e a dispetto del suo regista risulta in alcuni momenti perfino moralizzante, salvo poi cambiare completamente le carte in tavola, regalando l’ennesimo pugno allo stomaco allo spettatore, ricordandogli che Von Trier rimane sempre Von Trier. Antipatico, pessimista, cinico, nichilista, misogeno, controverso ma soprattutto coerentemente ipocrita, come prevede la sua visione dell’umanità. Incredibilmente unico.