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By Riccardo Galeazzi
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Le storie a cui accediamo ogni giorno premendo il tasto power  del televisore sono il frutto di un lavoro di mesi, se non di anni, da parte di diverse figure. Di tutte però ne vediamo solo alcune e da queste dipende, in percentuale maggiore, l’impatto che il film o la serie  avranno sul pubblico. Stiamo parlando degli attori. Con il loro carisma, la loro espressività e soprattutto il loro corpo, gli attori ci invitano a far parte della vita del personaggio che stanno interpretando. Non solo; se il film in questione è un biopic (la storia di una persona realmente esistita, ndr) gli attori devono cercare di immedesimarsi in un’altra persona, con limiti di arbitrarietà molto stretti. Insomma ogni attore o attrice ha una bella spada di Damocle sopra la testa. Consapevoli di ciò si accostano alla parte solo dopo un lungo periodo di preparazione. Recitare davanti alla macchina da presa è solo l’ultimo step.

Nel suo percorso, l’attore studia il personaggio a partire dal materiale fornitogli dal produttore: libri, foto, audio e video di riferimento. L’aspetto più complicato è senza ombra di dubbio la trasformazione fisica: se il personaggio da interpretare è in sovrappeso e l’attore ha il corpo di una statua greca, il problema è piuttosto grosso. In moltissimi casi si ricorre al trucco – vedi Gary Oldman nel ruolo di Churchill ne L’Ora più buia e John Travolta nel ruolo di Edna Turnblad in Hairspray – o alla computer grafica – vedi Jeff Bridges nel ruolo del giovane Flinn in Tron Legacy. In tutti gli altri casi la dieta è l’unica strada percorribile. I risultati sono impressionanti. Per Il Diario di Bridget Jones Renée Zellweger è ingrassata 12 chili a furia di pizza e ciambelle. Per il seguito, Che pasticcio, Bridget Jones, la Zellweger non se l’è proprio sentita di tornare ai grassi saturi ed è ricorsa a una dieta pensata da un nutrizionista. Le forme tondeggianti di Bridget hanno reso così celebre Renée che l’attrice ha in seguito deciso di adottarle per la vita di tutti i giorni. Jared Leto per Chapter 27, nel 2007, aveva messo su 30 chilo abbuffandosi – secondo i racconti – di cioccolato e gelato sciolti nel forno. Alla fine delle riprese, con un menù simile, Leto si era procurato problemi di metabolismo e danni alla colonna vertebrale, tanto che per un certo periodo fu costretto a muoversi su una in sedia a rotelle per le lunghe distanze. Nonostante quest’esperienza, nel 2012 perse circa 20 kg rispetto al suo peso forma per il ruolo di Rayon in Dallas Buyers Club. Ad inizio produzione Jared pesava appena 52 chili. Il sacrificio però gli valse l’Oscar per miglior attore non protagonista, vinto nel 2014.

Parlando di aumenti e diminuzioni di peso non possiamo dimenticarci del campione dell’argomento: Christian Bale. Negli anni, Bale si è guadagnato la reputazione dell’attore più trasformista di Hollywood, passando in pochissimi mesi da sottopeso a sovrappeso e viceversa. Christian Bale è alto un metro e ottanta e il suo giusto peso sarebbe di 80 chili. Nel 2004 riuscì a perderne ventiquattro per entrare nel ruolo de L’Uomo senza sonno. Solo un anno più tardi recuperò massa per impersonare Bruce Wayne in Batman Begins: pesava 86 chili. Nel 2006 scese a sessantuno per L’Alba della libertà per poi tornare sopra gli ottanta nel 2008 con Il Cavaliere Oscuro. Nel 2010 Bale vinse l’Oscar per The Fighter; peso: 66 chili. Nel 2012 salì a novanta per entrare per l’ultima volta nei panni di Batman con The Dark Knight Rises. Dulcis in fundo, nel 2013 Christian guadagnà nuovamente la taglia forte per American Hustle. Come per Jared Leto, i repentini cambi di peso hanno messo a rischio la sua salute, causandogli, tra l’altro, una grave ernia del disco. In una delle ultime interviste l’attore ha dichiarato che non sottoporrà più il suo corpo a cambi di peso tanto impegnativi. Sarà vero?

A noi spettatori, che abbiamo a che fare con un film solo per qualche ora, spesso sfugge che, per riuscire a entrare nella parte, un attore è disposto a rischiare tutto, inclusa la salute fisica e mentale. Il famoso metodo Stanislavskij, studiato dalla maggior parte di loro, è sicuramente il più sicuro per calarsi nei panni di qualcun altro, ma oltre al processo di personificazione – quello illustrato finora – tale metodo prevede anche quello di reviviscenza: per essere un personaggio specifico bisogna vivere come lui, pensare come lui, avere i suoi stessi pensieri e le sue stesse paure. L’effetto collaterale di questa tecnica è che non sempre gli attori riescono a liberarsi del loro personaggio. Shelley Duvall non si è mai ripresa dal ruolo di Wendy in Shining e ancora oggi si pensa che i suoi problemi psichici siano dovuti al film girato con Kubrick quasi quarant’anni fa. L’elenco degli attori costretti all’analisi è piuttosto lungo ed è parere di molti che il suicidio di tanti attori – quali ad esempio Philip Seymour Hoffman e Heath Ledger – sia dovuto più a disturbi causati dal proprio lavoro, che dai traumi di una vita sfrenata.