Mr. America: recensione

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“Sono certo che guardandomi allo specchio non vedrei nulla. La gente dice sempre che sono uno specchio,  e se uno specchio si guarda allo specchio che cosa può vederci?”
(Andy Warhol)

È dal 7 novembre, che in una varietà di cinema selezionati lungo lo stivale, è possibile prendere visione di un lungometraggio molto particolare: “Mr. America, già riclassificato come film indie per la sua natura sperimentale e indipendente. È la prima opera cinematografica del giovane regista, Leonardo Ferrari Carissimi, che nel corso degli anni passati si è dedicato prettamente e brillantemente al teatro, e che nel 2013 è approdato a una scelta differente in termini di fruibilità, sempre vestendo i panni del regista, ma anche quelli di sceneggiatore e autore.

Il titolo del film si rifà a una mostra dedicata a Andy Warhol (a cui Carissimi ha avuto modo di assistere a Buenos Aires), che anche nel catalogo riportava la stessa iscrizione, “Mr. America”.

“In quest’ultimo – dice il regista – erano rese alcune lettere di quei pittori argentini che meglio avevano accolto la poetica del genio di Pittsburg. Molti di loro, dopo che Warhol li aveva iniziati all’olimpo dell’arte commerciale, si suicidarono lasciando scritto nel loro diario d’essere stati privati della loro anima in cambio del nulla lucente”.

Si potrebbe procedere per definizioni, per lampanti concettualizzazioni e dire che questo film è un thriller, ma non sarebbe sufficiente. Si potrebbe poi aggiungere che sia allo stesso tempo un omaggio all’arte secondo i canoni di Andy Warhol, ma anche affermandolo, non apparirebbe chiaro l’intero excursus compiuto dai protagonisti di questa storia nel corso della pellicola.

Bisogna tracciare una linea, che dal primo fotogramma all’ultimo, cucirà e terrà salda l’intera struttura di questo racconto e delle vite che si intrecceranno al suo interno: l’ossessione e la passione artistica, la condanna della propria anima all’essere maledetta e irrecuperabilmente persa. E il varco verso la perdizione sarà aperto da una brutale vicenda personale, nascosta nell’infanzia di una smunta e pallida fanciulla, troppo presto abbandonata dall’innocenza.

L’elemento tragico farà capolino da subito, tra le pieghe dei molteplici sensi di questa storia, e sarà oggettualizzato in un grande specchio, collocato nella casa che accoglie una famiglia disgregata, che nutre le ombre terrificanti e patologiche di un adulto cuore umano, ormai giunto sul ciglio della decadenza della propria produzione su tela, in aspra solitudine, ai tempi della tecnica.

Uno specchio, delle parrucche, vestiti eccentrici, una bambina che ogni giorno per tutti gli anni dell’infanzia ha ripetuto, come una bella donna in carriera che si appresta a muoversi nel caos metropolitano, la ritualità del curare la propria immagine doverosamente, passandosi sulle labbra un filo di rossetto, prima di affacciarsi al mondo e ai ripetuti scatti fotografici di suo padre.
E da questo passato, dalla caduta del velo dell’innocenza, non può esserci scampo.

Ogni sentimento umano profondo è mangiato vivo, alimentando la devozione al nulla e alla disperazione. Tutte le vicende amorose di Penelope (Anna Favella), ormai cresciuta, saranno dei fallimenti da pagare a caro prezzo, come condannata a una maledizione generazionale.

E così come non c’è salvezza per i cuori umani dei giovani protagonisti, facili prede per il killer che abiterà la storia, pare non ci sia salvezza neanche per la rappresentazione artistica, ormai svuotata di ogni senso, soggetta a una facile erosione, al veloce ricambio e alla condanna della dimenticanza eterna. Esattamente come per ogni altro prodotto messo sul mercato nei giorni della contemporaneità e della globalizzazione.

La galleria d’arte favorevolmente gestita da Penelope con l’aiuto del fratellastro, Adrian (Marco Cocci), a sua volta da sempre ossessionato dalla figura della sorella affascinante e perfida, sarà l’emblema di questo meccanismo ossessivo messo in moto da Warhol, che va verso il nulla, inconsapevolmente, in un’eterna spirale, il cui termine è la morte stessa.

Se l’arte è rappresentazione dei tempi, o si trasforma con essi, e se nei tempi correnti a farla da padrona è la meccanica, gli stessi corpi rischiano di diventare oggetti dell’arte, mutandosi in esseri passivi e muti, subendo la produzione del plasmatore, che in questo caso è un omicida esteta, a cui non interessa l’umanità delle singole vite. Massimo adoratore del genio di Warhol, ultimo vero ispirato, in preda all’incapacità di razionalizzare, si creerà uno spazio di produzione proprio, un laboratorio segreto, una vera e propria factory warholiana, e condannerà tutto ciò che si colloca attorno alla galleria di Penelope, mettendone in risalto l’inganno, la vacuità, la finzione, poiché ogni produzione lì sponsorizzata è in fin dei conti, soltanto arte apparente. Sublimando se stesso a unico vero artista della scena, il killer seriale riserverà a tutti un finale chiarificatore e inquietante.

Un’ultima chicca?  Il film ha anche una connessione con l’artista perugino Marco Tamburro che ha curato personalmente la locandina di “Mr. America”. Infatti, sono state realizzate dieci tele ispirate ai dieci fotogrammi più interessanti dell’opera cinematografica, che vengono esposte nei foyer dei cinema durante le proiezioni della pellicola: difficile non notarle, difficile non guardarle, difficile rientrare a casa senza alcun tipo di considerazione sulla cultura in generale, dato che in “Mr. America” arte e cinema si fondono per dare vita a un coinvolgimento totale dello spettatore, e per avvicinare un pubblico eterogeneo, variegato, accrescendo e completando, queste due realtà sensibili: alcune volte differenti, altre necessariamente imprescindibili.