L’ultima ruota del carro: intervista a Elio Germano

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L’ultima ruota del carro: intervista a Elio Germano

Vi presentiamo un’intervista a Elio Germano, protagonista del nuovo film di Giovanni Veronesi: “L’ultima ruota del carro”, che sarà nei cinema a partire da domani, giovedì 14 novembre. Il film ha aperto fuori concorso il Festival Internazionale del Film di Roma e racconta la storia di Ernesto (Elio Germano), un uomo semplice che tenta di seguire le proprie ambizioni senza però mai perdere i valori veri della vita. Tappezziere, cuoco d’asilo, traslocatore, autista, comparsa del cinema. Insieme a lui e al suo migliore amico Giacinto (Ricky Memphis), riviviamo le fasi cruciali della storia del nostro paese dagli anni Settanta ad oggi. Con uno sguardo sempre attento ed  ironico sui vizi e le virtù dell’Italia e degli italiani, Giovanni Veronesi ci regala una nuova commedia corale incentrata sulle vicissitudini normali e al contempo eccezionali di un eroe dei nostri tempi.

Come si è trovato con Giovanni Veronesi a dieci anni di distanza da “Che ne sarà di noi”?

Ci siamo ritrovati invecchiati entrambi di dieci anni.. in realtà da allora siamo rimasti sempre in contatto e in ottimi rapporti; in un paio di occasioni abbiamo anche rischiato di realizzare altri progetti, due o tre idee che poi non sono state più sviluppate, ma la voglia di tornare a lavorare insieme non ci ha mai abbandonato. Con “L’ultima ruota del carro” mi è stato subito chiaro che Giovanni avesse intenzione di mettersi in discussione e in gioco dando vita ad una storia che avrebbe consentito anche a me un coinvolgimento intenso. Puntava infatti ad una maggiore libertà espressiva e, assecondando una vena che gli è sempre appartenuta e che aveva coltivato prima di dedicarsi a film esplicitamente comici, ad approfondire un certo tipo di riflessione umana più amara, in linea con la grande commedia italiana del passato che era divertente, popolare ma anche complessa. “L’ultima ruota del carro” è un racconto corale che parte tra la fine degli anni ΄60 e l’inizio dei ΄70 quando Ernesto, il mio personaggio, lavora come tappezziere a Roma insieme ad un severo padre/padrone (Massimo Wertmuller). Si innamora di Angela (Alessandra Mastronardi), una donna che sarà sempre al suo fianco fino ai nostri giorni con dedizione e lealtà ammirevoli, e in un momento di euforia, legato alla vittoria italiana ai Mondiali di calcio del 1982, decide di mettersi in proprio e di fare il grande passo, riappropriandosi della sua vita e diventando padrone del proprio lavoro insieme al suo migliore amico, Giacinto (Ricky Memphis) che poi scopriremo essere un tipo più che truffaldino. Il mestiere di autista/trasportatore offre ad Ernesto la possibilità di uno sguardo trasversale, privilegiato e intimo sul mondo. Gli consente di attraversare quaranta anni di storia italiana: quella della tv in bianco e nero degli anni ’60, quella dalle tinte cupe dei ’70 che culminerà nell’omicidio di Aldo Moro, quella del rampantismo degli anni ’80 che sfocerà in Tangentopoli, fino all’Italia degli anni ’90 (e dei successivi) di Berlusconi. Tra un trasloco e l’altro del mio personaggio attraverso le loro case, vediamo i nostri connazionali e il nostro Paese che cambiano tra gioie e dolori, assistiamo a una serie di vicende al limite dell’incredibile, ma tutto quello che raccontiamo, per quanto possa sembrare inverosimile o paradossale, è il frutto romanzato di una serie di aneddoti basati su fatti realmente accaduti. Ascoltando Veronesi mentre mi raccontava questa storia fatta di una pasta così insolita, capivo che aveva bisogno di un interprete del tipo dei grandiosi Alberto Sordi e Nino Manfredi, forti di quella loro profonda umanità e di quella capacità unica di incarnare personaggi che fossero in grado di coinvolgere da vicino gli spettatori e di creare con loro un rapporto intimo e diretto. Ovviamente si tratta di mostri sacri con cui è impossibile osare un paragone, ma, con la dovuta umiltà, in questa occasione ho cercato un’ispirazione proprio in quel senso. Il riferimento esplicito a certe commedie di costume che hanno segnato un’era ha rappresentato per me l’opportunità di un coinvolgimento insolitamente intenso, con una modalità interpretativa che non mi è mai appartenuta, fatta di un approccio e di tempi particolari.

Che cosa le è piaciuto del suo personaggio e perché?

L’Ernesto che interpreto è sincero, trasparente, puro. Un uomo che pensa in modo autonomo, che è capace di affrontare scelte controcorrente e fuori moda ed ha il coraggio di non perdere la testa, passando indenne attraverso tanti eventi e cambiamenti. È un uomo che ha scelto di non approfittare delle situazioni e delle scorciatoie a portata di mano per arricchirsi, preferendo appagarsi come persona in un’altra direzione non materiale: il rispetto delle persone, la condivisione, reale e senza secondi fini, sono il lusso più grande che si possa avere nella vita, e gli anni finiranno col dargli ragione, facendo risaltare quelle scelte che al momento sembravano ingenue e non furbe. Nel recente passato le persone si riconoscevano nel proprio mestiere, lo consideravano un modo per fare qualcosa di utile per la collettività, vi si identificavano cercando di dare il massimo e di essere sempre più efficienti e all’altezza. A differenza di quello che oggi il contesto attuale propone e promuove, il nostro film descrive l’orgoglio di questa emozione, e ci ha offerto l’occasione di raccontare qualcosa per preservare questo tipo di umanità che ci appartiene come Dna italiano. L’Ernesto che interpreto è insolito per Italia di oggi, ma forse era meno insolito per quella degli scorsi decenni in cui si coltivava ancora il piacere dell’onestà e delle cose ben fatte, del mettersi a disposizione soltanto per la propria soddisfazione personale e per il privilegio di sentirsi appagati dal proprio lavoro, e del ritorno emotivo che ne conseguiva: le persone che hanno dedicato la vita a fare qualcosa per gli altri dormono una vita serena e hanno soddisfazioni più alte.

Come ha cercato di riproporre il percorso umano del suo Ernesto?

Mi piaceva il fatto che Ernesto fosse una persona che si realizza nell’essere disponibile: in fondo il mio mestiere è un po’ così, gli attori devono essere a disposizione del progetto di turno, rappresentano la carta e l’inchiostro di un regista. Se “Che ne sarà di noi” raccontava una vicenda più corale di cui ero uno dei tre protagonisti, questo nuovo film di Giovanni invece descrive la vera storia di un personaggio reale, ed abbiamo avuto il privilegio di lavorare a stretto contatto con il vero Ernesto Fioretti. La vicinanza fisica di Ernesto, che firma il film come co-sceneggiatore, è stata molto utile per poter avere a disposizione i diversi tasselli del mosaico: è stata un’opportunità unica avere al mio fianco la persona da interpretare, che mi raccontava come erano certi anni e qual era il modo di pensare di una determinata epoca. Il mio lavoro è stato perciò quello di universalizzare certe qualità e caratteristiche del vero Ernesto, cercando di esprimere tutto quello che di questa persona comune c’è o può esserci in ogni spettatore…

Come si è trovato invece con Alessandra Mastronardi e Ricky Memphis?

Con Alessandra è andato tutto benissimo, non la conoscevo come attrice ma abbiamo creato subito tra noi una bella intesa e una sana familiarità. Anche il suo personaggio è a sua volta ispirato molto da vicino ad una persona reale, la vera moglie di Ernesto: i due protagonisti vivono una storia d’amore molto forte, fatta di verità e sincerità, frutto di un rapporto paritario che si mantiene intatto nel tempo grazie ad un modo di pensare opposto rispetto a quelli in voga oggi, e che ci ha dato l’orgoglio di un modello diverso da rappresentare. Il bel gioco instaurato con Alessandra è stato quello di raccontare questo grande amore lungo 40 anni, e di portare in scena con intensità e credibilità i nostri due personaggi mentre invecchiano insieme: magari qualche volta li vediamo anche bisticciare tra loro, ma i due conservano un legame saldissimo perché dipendono fortemente l’uno dall’altro. Con Ricky Memphis, invece, ci sono state diverse occasioni di esplicita commedia: il suo personaggio, Giacinto è un opportunista che cerca sempre la via più facile e la scorciatoia più rapida per svoltare, e rappresenta un modello molto attuale. I due amici nel corso di quaranta anni vivranno diverse situazioni buffe ma anche romantiche e ancora momenti di forte tensione, ma poi si ritroveranno sempre comunque uno a fianco dell’altro: arriviamo a raccontarli fino alla nascita dei loro nipoti.

Considera questo film diverso rispetto alle commedie d’evasione oggi particolarmente in auge?

La commedia deve essere questa, a livello semantico faccio molta fatica a definire commedia certi film che si vedono al cinema o in tv perché continuano a proporre un discorso sul comico ormai svincolato dalla realtà: ne “L’ultima ruota del carro” ho avuto la fortuna di poter lavorare a stretto contatto con tanti comici di valore come Maurizio Battista, Virginia Raffaele, Ubaldo Pantani o come lo stesso Sergio Rubini, un attore in grado di recitare bene qualsiasi ruolo in ogni contesto. Questo per me ha rappresentato una vera scuola, un approccio diverso sulle cose, un discorso molto interessante perché abbiamo tutti potuto improvvisare in maniera molto creativa. Si è trattato di un film molto complesso per la fatica emotiva, ma anche per i continui invecchiamenti a cui dovevamo sottoporci con il trucco. Fortunatamente il nostro lavoro è stato reso possibile da una troupe eccellente, tra cui cito per tutti Luigi Rocchetti, uno dei grandi truccatori su cui possiamo contare nel nostro Paese, da tempo molto conteso sui set internazionali. Un grande valore aggiunto, l’effetto speciale più prezioso, è arrivato infatti dal grande lavoro di alto artigianato dei nostri reparti che, con soluzioni geniali e all’avanguardia e con un budget spesso ridotto, continuano a nobilitare una tradizione fantastica di creatività italiana che purtroppo sta scomparendo. A questo proposito è stata importante la scommessa coraggiosa del produttore Domenico Procacci che, nonostante il momento di crisi, ha deciso di investire comunque su qualcosa che potesse dare un forte peso al nostro film: lui e Veronesi non si sono tirati indietro e hanno realizzato un’opera molto ambiziosa, che puntando sull’alto professionalità tecnico-artistica e su un grande cast è stato in grado di raccontare in maniera credibile varie vicende, molti personaggi e tanti periodi storici diversi.