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By Riccardo Galeazzi
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Anche se l’incasso risulta essere un poco inferiore rispetto al primo capitolo, possiamo affermare che l’impresa è riuscita: Loro 2 è stato un successo. Si riprende esattamente da dove ci eravamo lasciati. Silvio Berlusconi si trova nella sua villa in Sardegna, ancora afflitto dalla sconfitta delle ultime elezioni. Il suo alter ego, Ennio Doris, lo aiuta a costruire un piano che lo porterà alla ribalta: basterà convincere sei parlamentari a cambiare posizione per far cadere il governo e reimporsi sulla scena. Se da un lato il Lui politico sta per riaffermarsi, il Lui privato è in declino. Veronica, moglie di Silvio, ha deciso di prendersi una pausa di riflessione dalla quale, con grande probabilità, non uscirà mai.

Loro 1, come si era ipotizzato, non è stato altro che una lunga – forse troppo – ouverture per introdurci a Loro 2. La seconda parte non solo è più compatta e comprensibile; ci racconta, finalmente, il Berlusconi secondo Paolo Sorrentino. È molto difficile ingabbiare un personaggio sorrentiniano in una trama, ecco perché Silvio, così come Jep Gambardella, Pio XIII e Giulio Andreotti, non ci viene raccontato secondo una trama lineare, bensì attraverso scene che sembrano slegate tra loro. La prima impressione rimane quella di un rebelot di situazioni, che però, se analizzate con attenzione, diventano una matrioska infinita. Più si scava nel profondo dell’uomo/Silvio, più ci si accorge che non si trova un centro. A Berlusconi può succedere di tutto, dall’essere tradito dai suoi lacchè, al vedersi negato un amplesso perché troppo vecchio (ma lui rimane in piedi lo stesso). Berlusconi è al sicuro sotto una maschera dietro la quale, probabilmente, non c’è nulla. “Sa cosa succede a chi ha provato a usare la psicologia con me? Niente, assolutamente niente”. Persino Veronica, il grande amore di Silvio, tenta invano di togliergli la maschera, ma Lui non cede. Non scopriremo mai cosa si cela sotto il cerone. “Perché sei rimasta con me allora, Veronica?” “Perché ero innamorata”. La chiave di volta del personaggio Silvio sta qui: il carisma, il mistero e la leggenda del Cavaliere sono stati, secondo Paolo Sorrentino, le sirene che hanno infatuato l’Italia.

Non c’è un mero intento politico in Loro. Sorrentino si serve di Silvio Berlusconi per continuare la sua indagine sull’uomo. Il cinema classico ci ha abituato agli eroi. Pensiamo per esempio al protagonista di Braveheart, William Wallace. Il pubblico del 1995 lo amò perché era forte, potente, bello, innamorato e mosso da ideali così profondi che neanche la morte poteva cancellare. Peccato che un personaggio così possa vivere solo nella nostra immaginazione. Negli ultimi anni, la narrazione audiovisiva si è spostata. Le serie tv che hanno riscosso maggior successo sono state quelle in cui il protagonista è un antieroe (vedi Breaking Bad o House of Cards). Sorrentino è la voce tricolore di questa evoluzione: il Silvio di Loro, così come i già citati Jep, Pio XIII e Andreotti, piace perché è vero: un uomo non è solo muscoli e ideali; è anche contraddizione, incoerenza, ferocia, passione ed egoismo.

Se però negli altri film il regista si ferma a un’indagine del personaggio, per Silvio scioglie la riserva nell’ultima scena – capolavoro di Loro 2. I terremotati dell’Aquila sono intenti a seguire le operazioni di recupero della statua del Cristo conservata nella cattedrale. Per loro, questa è il simbolo della speranza, di una promessa di serenità. Il parallelismo tra Dio e il Presidente che si è protratto lungo i due film, trova qui la conclusione. L’impresa della protezione civile riesce, ma quello che la gente trova è solo un povero Cristo morto e impotente, adagiato con drappo rosso sulle macerie di un Paese distrutto.