La grande bellezza: intervista a Sabrina Ferilli

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La grande bellezza: intervista a Sabrina Ferilli

Nell’ultimo capolavoro di Paolo Sorrentino “La grande bellezza”, Sabrina Ferilli interpreta il ruolo di una spogliarellista verace e disillusa, ma mai cinica.

 

Come è stata coinvolta in questo progetto?
Quando Paolo Sorrentino è venuto a propormi il ruolo di Ramona e dopo aver letto la sceneggiatura ho pensato che avesse bisogno di un personaggio piuttosto sospeso, con una sua cifra enigmatica, costantemente in bilico tra quello che fa e che quello che realmente è. Una donna che si muove in un certo modo riservato, portandosi dietro un segreto e un suo modo misterioso di essere presente nel racconto: del resto tutti i personaggi descritti da Paolo non sono mai totalmente espliciti, non hanno mai una sola dimensione e non camminano mai su un solo binario.

Che cosa le è piaciuto di più in lei?
Non credo che Sorrentino abbia voluto dare a Ramona la possibilità di essere più schietta e autentica rispetto agli altri personaggi, ognuno di loro porta con sé un modo particolare di essere e un altro di apparire e Ramona è forse la persona in cui questa diversità si nota di più, considerando il suo percorso e il suo epilogo. La donna che interpreto mi ha colpito perché porta con sé una componente di sensibilità e di affettuosa morbidezza verso tutto quello che succede. Tutti i personaggi di questa storia hanno una loro verità profonda e si ritrovano per motivi diversi in bilico tra la purezza e il suo opposto, esattamente come nella vita, ma Ramona si caratterizza per la profonda dolcezza e “maternità” del suo sguardo verso il mondo e in questo rivela la possibilità di decifrare gli eventi in maniera più benevola, meno cinica, più “buona” insomma”. Il suo è un personaggio a cui Sorrentino regala un occhio molto ottimista, credo ci sia stata la volontà di vedere in lei un tipo di donna con qualcosa di decisamente positivo rispetto all’uomo.

Si tratta secondo lei di una storia e di personaggi tipicamente romani?
Non credo che ci sia stata l’esplicita volontà di raccontare qualcosa che fosse soltanto romano, si tratta di personaggi universali, le persone mostrate in scena rappresentano il profilo di un’umanità pulsante che a grandi linee è quella che trovi ovunque, viene esaminato uno spettro larghissimo di tipologie che animano una sorta di grande circo che simboleggia l’alternarsi eterno di vita e morte ad ogni latitudine.

Quali sono a suo parere le principali qualità di Paolo Sorrentino?
Per un interprete che si rispetti la sfida è quella di misurarsi con se stessi e di andare oltre: se ti chiama un regista autorevole e importante come Sorrentino sai che lo ha fatto perché ti crede adeguata per un certo ruolo e l’approccio più giusto per me è stato non presentarsi con il personaggio già costruito ma essere pronta a farlo volare come un certo giorno si sente che sia giusto, è un compito più arduo perché è la persona che deve rispondere e non l’attore. Ci sono stati vari incontri preparatori per capire cosa si sarebbe voluto che il film diventasse ma una volta che ci siamo ritrovati sul set io e Paolo abbiamo parlato poco, il rapporto non è stato mai amicale, lui ha offerto a tutti gli attori la possibilità più o meno diretta di interpretare quello che sentiva ma non ha mai voluto sovrapporsi consigliando o imponendo il modo in cui interpretare in ogni dettaglio una certa scena. Ha lasciato a noi interpreti una grande libertà di sentire sulla propria pelle, filtrandolo attraverso le nostre sensibilità, quello che aveva immaginato scrivendo il copione, teneva molto al fatto che ognuno di noi portasse in scena anche un bagaglio di esperienze proprie. È stato come se, dopo aver ascoltato una sorta di comizio iniziale del regista, avessimo tutti poi portato con noi i compiti da fare a casa per rendere più semplice e “pulito” l’approccio con i nostri personaggi togliendo certe sovrastrutture e rispondendo pienamente a quel linguaggio solenne, essenziale e potente che lui stava usando per raccontare questa Roma e la sua umanità.

Come si è trovata con Toni Servillo?
È un attore molto colto che spiazza sempre tutti grazie alla sua profonda pulizia mentale, ha una conoscenza molto elevata di ogni aspetto del suo mestiere, ma quando si accinge ad interpretare un certo ruolo si trasforma con ammirevole umiltà in una scatola completamente vuota, da riempire con tutto quello che avviene sul set e diventare poi esattamente il personaggio che gli è stato chiesto di incarnare. Servillo possiede la virtù dei grandi attori di spogliarsi completamente in ogni film di tutto quello che è naturalmente suo per nutrirsi subito dopo di quanto gli è necessario in scena. È qualcosa di portentoso, è come se ogni volta ci fosse in azione un interprete completamente nuovo, chi ha assimilato tanto riesce a restituire sullo schermo con rara modestia soltanto quello che c’è di nuovo e di utile, è una virtù che posseggono soltanto i grandi attori.

Da spettatrice cosa l’ha colpita della rappresentazione di Roma nel film?
Tutto. Sorrentino non ha voluto raccontarla imponendo un proprio punto di vista ma è riuscito a rendere la solennità di una grande città inquadrandola e basta, lasciandosi guidare non dalla cronaca immediata ma da quello che Roma è stata ed è, dalla Roma di marmo monumentale e imperiale tramandata dalla Storia, filmata come se contenesse più strati, una specie di formicaio sottoterra e nella parte soprastante, un via vai di umanità dove tutti sono così piccoli che vivono di notte come certi particolari animali. C’è uno sguardo completamente inedito, è come se Paolo avesse fatto due passi indietro per inquadrare adeguatamente e con amore Roma trasformandola in un paesaggio onirico, in una città priva di automobili, di mezzi e di gente di cui cogliere la grandezza attraverso l’architettura: il suo racconto è una sorta di affresco lirico, un poema.