La grande bellezza: intervista a Paolo Sorrentino

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La grande bellezza: intervista a Paolo Sorrentino

È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.
(La grande bellezza)

 

Come è nata l’idea di questo film?
L’idea si è sedimentata in un tempo molto lungo, che inizia con le mie prime, timide incursioni romane, fatte da ragazzo, nella speranza di intraprendere da qualche parte l’avventura cinematografica. Raccoglievo appunti, note, piccoli aneddoti su persone, eventi che gravitavano intorno a Roma, ma erano materiali informi, sfilacciati, esili e insufficienti per poter diventare una storia. Il pensiero insistente di questo film si è rafforzato quando sono venuto a vivere a Roma. Poi, un giorno, è apparsa l’idea che mi consentiva di tenere tutto insieme: Jep Gambardella, un giornalista e scrittore dallo sguardo disincantato e sentimentale sulla sgangherata fauna del presente. Un’umanità variegata, contradditoria e anchilosata, elegante e volgare, squallida o proterva, della quale Gambardella riesce a cogliere una recondita bellezza. Scova, o prova a sorprendere, essendo parte in causa, la tenerezza che si cela dietro l’amorale. I vari personaggi sono stati ispirati molto spesso dalla realtà della Roma di oggi, ma sono stati poi ricreati nel gioco della fantasia. In questo senso, la citazione iniziale di Celine intende avvisare gli spettatori che assisteranno a un film dove il coefficiente di invenzione è alto e che attraverso l’invenzione, germogliata dalla realtà, si spera di riuscire a restituire una realtà altrettanto efficace ma cinematografica, coerente nella sua apparente disarmonia.

Ha voluto rappresentare una realtà tipica di questa epoca o si tratta secondo lei di temi e situazioni eterne?
Naturalmente, penso che il presente non sia solo il parto del contingente, ma anche il frutto della persistenza indefinita dei sentimenti, delle difficoltà e delle gioie dell’eterna commedia umana. Senza dubbio, la volgarità e una percezione di decadimento dilagano nel presente, il senso di vuoto attanaglia l’esistenza di una grande capitale, non esclusivamente Roma, ma le vite che vi si muovono dentro sono animate da dinamiche che tendono a ripetersi nel tempo. Gli smottamenti e gli slittamenti dell’animo umano sono impercettibili nei brevi periodi. Inoltre, mi sembrava allettante provare a raccontare come la volgarità, la decadenza, la sensazione del vuoto implica negli individui un atteggiamento duale: da un lato fa aleggiare la condanna morale, dall’altro esercita un’innegabile, ingestibile forza attrattiva. È un vecchio gioco che non smette mai di essere attuale e concreto.

Che lavoro è stato fatto sul copione con il suo co-sceneggiatore Umberto Contarello?
Ho iniziato a scrivere da ragazzo con Umberto, fin da quando lui era uno scrittore di cinema già affermato e io soltanto un aspirante sceneggiatore con capacità ancora molto grezze. Umberto era più grande e più esperto di me e attraverso infinite chiacchierate mi ha aiutato a mettere a fuoco un mio mondo, propiziandone e stimolandone l’evoluzione. Inoltre, sotto la patina di queste conversazioni, si delineava il piacere della scoperta della complicità. In questo caso, il nostro è stato un rapporto semplice e felice anche grazie al metodo che avevamo già messo a punto in occasione della sceneggiatura del mio film precedente “This Must Be The Place”. Il metodo consiste in una prima fase di chiacchiere, dove ci si concentra sulle suggestioni generali, sugli interessi, sui toni e poi io scrivo una prima stesura e Umberto la seconda e via di seguito, in un lungo lavoro di ping pong che dura fino all’ultimo momento utile, vale a dire fino al giorno prima dell’inizio delle riprese.

Che tipo di sguardo su Roma c’è nel film?
Nei confronti dell’architettura e dei luoghi che ho filmato, c’è lo sguardo di un turista incantato. Vivo stabilmente in questa città da sei anni, ma rispetto alla sua bellezza mi sento sempre come un visitatore sopraffatto dalla meraviglia. Eppure Roma è una città che lascia presagire impalpabili e indecifrabili pericoli, una sensazione di irrisolvibile, antico mistero, che ti può far sentire fuori luogo. Ennio Flaiano diceva che vivere a Roma è un modo di perdere la vita. È una sensazione reale, che sta sempre in agguato, ancor più subdola perché può affiorare come una dolce sensazione. Il grande tourbillon carnevalesco che si agita nelle notti di Jep si placa quando al termine della notte arriva l’alba a Roma, e con essa il silenzio, solo allora il nostro protagonista subodora il sublime e allora tutto ricomincia con rinnovato vigore, perché è sfiorato dall’idea immortale di riuscire a far sposare il sublime con la sua necessità di scrivere. Questo è il suo tentativo. Riuscirci, è un altro mistero.

Con quale partecipazione emotiva ha affrontato i suoi personaggi e con quale criterio ha scelto i suoi interpreti?
Non c’è mai un giudizio severo, nessun atteggiamento compassionevole, men che meno un impeto censorio o giudicante. Piuttosto, mi auguro, uno sguardo gentile e comprensivo, ma anche sincero, su un’umanità che sembra naufragare. Però, dietro gli uomini alla deriva si annidano le note dolenti, le passioni strazianti, gli anfratti improvvisi di malinconia. Vale la pena, per me, raccontare tutto questo. Una delle impagabili meraviglie che offre il racconto cinematografico è quella di provare a frequentare un sentimento e a trovare forme di bellezza dappertutto, anche nei luoghi scarnificati dai più elementari principi estetici e morali. È un’impresa che può rivelarsi spiazzante e faticosa, ma anche profondamente libera. Ho pensato a Toni dal primo istante. La nostra amicizia, la complicità, la sua dedizione totale che, tuttavia, non compromette mai la voglia di divertirsi e di incamminarsi insieme, appassionatamente, in un’avventura, fa di Toni il mio interlocutore ideale per affrontare la scalata impervia di un film. Oltre, naturalmente, alle sue inesauribili capacità di attore, sempre imprevedibili e inedite ai miei occhi.

Carlo Verdone e Sabrina Ferilli sono due attori-simbolo per Roma mostrati per una volta in una chiave per loro inedita e spiazzante.
Sono due grandi attori (così come tanti altri interpreti di cinema e di teatro che ho scelto per il film). Hanno una fisicità considerevole, prorompente ed entrambi, al di là dell’immagine pubblica, possiedono delle nascoste note dolenti e malinconiche che erano perfette per i personaggi di Romano e Ramona. Difatti, hanno abbracciato i personaggi con una naturalezza e un’essenzialità che raramente ho visto. Sembrava come se attori e personaggi, si stessero aspettando reciprocamente da molto tempo. Un appuntamento, forse, preso nella giovinezza.

Qual è stato il criterio che l’ha guidata nella scelta degli altri attori?
Cerco molto semplicemente di scegliere attori bravi, adatti al ruolo, che siano intelligenti e disponibili ad affidarsi. Non sempre è fruttuoso, per un regista, spiegare tutto a un attore. Alle volte manca addirittura il tempo. Questo deficit d’informazioni può rivelarsi frastornante o frustrante per un attore, qualora non decida di fidarsi del quadro generale che è nella mente del regista. In un film corale, dove il numero di attori è molto alto, è necessario per me che gli attori si lascino portare silenziosamente anche in territori del personaggio che sono ignoti per loro.