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By Redazione
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Periodicamente la Disney ripropone i suoi classici, ma si tratta sempre di salse nuove e diverse. Il nuovo millennio era stato scandito da sequel come Bambi 2, Il libro della giungla 2, Ritorno all’isola che non c’è, ora invece è tempo di trasposizioni live action – con attori in carne e ossa. Alice è stata la prima a tornare sullo schermo grazie ad Alice in Wonderland, poi è toccato a La bella addormentata con Maleficient, e successivamente si è passati a Cenerentola e Il Libro della Giungla. Ma adesso la scena è calcata in esclusiva da La Bella e la Bestia. Ne era stata proposta una versione nel 2012 con Vincent Cassel, e ancora prima la Rai ne aveva prodotta una con Alessandro Preziosi, ma entrambe non avevano riscosso il successo dell’attuale edizione. Il motivo va ricercato principalmente nel fatto che il film di cui parliamo è una copia molto fedele del cartoon che nel 1991 venne addirittura candidato all’ Oscar come miglior film.

Del film d’animazione ritornano personaggi e situazioni, ma con musiche rinnovate. Il compositore Alan Menken, già premiato con la statuetta d’oro nel 1991, ha lavorato con Tim Rice per nuovi testi da inserire alle melodie già note e per canzoni del tutto nuove (tra queste segnaliamo la stupenda canzone della Bestia, Evermore, cantata in italiano da Luca Velletri). Altro punto di forza delle versioni live action sono le scenografie. Sarah Greenwood ha deciso di portarci nella Francia post Re Sole, arredando il castello con magnifiche decorazioni in stile Rococò. Jacqueline Durran ha poi coronato il tutto con costumi e parrucche che riecheggiano sì, quelle del classico Disney, ma con un tocco decisamente settecentesco, molto vicini ad Amadeus e Marie Antoinette. Il film possiede, tuttavia, alcune pecche nella sceneggiatura. La relazione tra Belle e il principe non decolla fino al secondo tempo. In generale il film alterna alcuni ritmi troppo lenti ad altri troppo veloci. L’ottima intuizione di approfondire le back story dei due protagonisti non viene costruita a dovere; la morte delle rispettive madri, elemento narrativo completamente nuovo che avrebbe certamente aiutato l’avvicinamento dei personaggi, è relegato a due miseri flashback anche un po’ raffazzonati. Il dottore della peste e il cadavere della madre del Principe sono due espedienti narrativi del tutto evitabili, che, tra l’altro, si staccano dal tono favolistico in cui l’intero film è avvolto.

In sintesi, se non avete ancora visto né questa versione, né il cartoon, consigliamo di vedere prima il classico del ’91. Solo dopo aver amato quello, infatti, apprezzerete un bell’approfondimento dell’originale.

 

A cura di Riccardo Galeazzi