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In solitario: recensione

Dai  produttori del film campione d’incassi “Quasi amici”, arriva al cinema “In solitario” con François Cluzet come protagonista.

Nella pellicola, lo spettatore viene subito catapultato nel mondo del mare: Yann Kermadec (François Cluzet) vede realizzarsi il suo sogno quando inaspettatamente viene chiamato a sostituire l’amico e cognato Franck Drevil (Guillaume Canet) alla partenza della Vendée Globe, il giro del mondo in barca a vela in solitario. Yann è animato da un furioso desiderio di vincere ma, in piena gara, scopre a bordo la presenza di un giovane passeggero che rimetterà tutto in discussione…

In sostanza, Yann Kermadec ha tra le mani la possibilità di dimostrare al mondo tutto il suo coraggio, anche se dovrà vedersela con avversari molto competitivi e migliaia di miglia marine in completa solitudine, ma ha veramente fatto i conti col destino? O in serbo per lui, c’è molto altro?

In patria, il tifo per lui è alle stelle, ma in acqua, c’è solo Yann e “sa course”, almeno così crede, fino a quando non scoprirà un giovane ragazzo a bordo della sua barca.

Le regole della competizione sono rigide, pena l’esclusione: la gara deve essere in solitaria e senza assistenza. Ed è per questo, che la presenza di un ingombrante “imprevisto umano” lo getterà nello sconforto.

Dalla Vandea francese, Yann toccherà l’Atlantico verso il Capo di Buona Speranza, poi andrà verso est attraverso il Pacifico, sfiorando l’Antartide, per infine rientrare nell’Atlantico superando Capo Horn e risalire verso casa.

Per Yann, ben interpretato da un burbero François Cluzet, è l’occasione della vita, ma è durante una sosta vicino alle coste delle Canarie, che il giovane clandestino salirà a bordo mettendo tutto in forse. Il ragazzo vuole solo arrivare in Francia, per curarsi, perché crede di essere affetto da una maledizione.

E che farà Yann? Ovviamente, penserà a diverse soluzioni, fin quando non prenderà l’unica consona davvero al suo cuore.

Il film, diretto da Christophe Offenstein, narra una storia semplice e decisamente lineare: il percorso di una presa di coscienza, l’allargamento degli orizzonti emotivi e la comprensione della vera essenza della vita. È il ravvedimento di una persona presa da una passione talmente ossessiva da sacrificare gli affetti più cari.

Nella pellicola, il tema dell’accettazione dell’altro è chiaro sin dalle prime scene e sarà proprio l’imprevisto, che offrirà a Yann la possibilità di ripensare alla sua esistenza e di aprire un varco nel suo cuore. Quindi, la regata diventa metafora di una storia personale e universale al contempo; un tragitto necessario, non solo in mare, ma anche negli abissi dell’Io.

Così, se il mare con i suoi meravigliosi tramonti e con le sue onde anomale rappresenta la caducità della vita umana, l’istinto di sopravvivenza e il coraggio, associati all’empatia, costituiscono la vera ancora di salvezza dell’uomo. E se il giro del mondo fatto con se stessi e con le proprie paure è pura espressione riflessiva, la morale edificante della storia, per certi versi scontata, trova il potere di riscattarsi in un finale cristallino e apprezzabile. La rotta educativa, in fin dei conti, è sempre piacevole.