Il terzo tempo: recensione

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Opera prima del giovane regista Enrico Maria Artale (già vincitore del Nastro d’argento nel 2012 per il cortometraggio “Il respiro dell’arco”) “Il terzo tempo” è un film che parla di nuove possibilità, di rinascita, di riscatto, di dignità, di voglia di ricominciare. Al centro della pellicola c’è il rugby, lo sport “di combattimento e di situazione” per eccellenza, che diventa lo specchio della vita, con l’impegno e la disciplina che richiede, con lo sforzo di cui necessita e con il gioco di squadra che implica.

Ma lo sport, qui, non è soltanto fatica, sudore, grinta… è la vera possibilità di rinnovamento, soprattutto per Samuel (Lorenzo Richelmy), il giovane protagonista, che in regime di semilibertà, viene mandato a scontare gli ultimi mesi di pena prestando lavoro nell’azienda agricola di un piccolo paese di provincia. Viene assegnato alla supervisione di Vincenzo (Stefano Cassetti), un assistente sociale decisamente tormentato e allo sbando. Un tempo campione sportivo della squadra di rugby del paese, Vincenzo è ora un uomo depresso che non riesce a riprendersi dopo la morte della moglie e sopravvive dedicando tutte le sue attenzioni alla giovane figlia Flavia (Margherita Laterza) e allenando proprio la sua ex squadra, gestita dall’appassionata presidentessa Teresa (Stefania Rocca). L’incontro tra Samuel e Vincenzo non è dei migliori, ma ben presto la rabbia del ragazzo catturerà le attenzioni dell’assistente sociale che deciderà, avvicinandolo al rugby, di affidare proprio a lui le aspettative di riscatto personale di entrambi.

Ed è così che nel film, le regole del rugby diventano metafora dell’esistenza. Un pallone affusolato, e difficile da prendere al volo, si trasforma nell’emblema della vita che spesso ci costringe ad affrontare e a sfidare noi stessi, non solo le avversità. Il promettente Enrico Maria Artale si avventura nella realizzazione di un film di genere sportivo (anche se definirlo in questo modo, è estremamente riduttivo), con inquadrature strette atte a far crescere tensione e adrenalina nello spettatore. E se i primi allenamenti di Samuel sono un fallimento, perché non lega con i compagni e non ha la mentalità del “gioco di squadra”, giorno dopo giorno, inizierà a capire che lo sport può dargli una nuova vita, sebbene abbia tanti ostacoli, interiori e non, da superare, come ad esempio le incomprensioni con Vincenzo che diventeranno vere e proprie scintille di fuoco, soprattutto quando instaurerà un legame affettivo con sua figlia Flavia (Margherita Laterza).

E solo quando comprenderà a pieno che la palla ovale è la sua unica possibilità di riscatto, creerà un bell’affiatamento con i compagni di squadra, riuscendo a ribaltare le sorti di un destino miserabile. Nel film, quindi, il gioco del rugby assume una valenza che va oltre il semplice agonismo sportivo: diventa metafora dell’esistenza stessa e soprattutto della voglia di tornare a sperare. L’incontro-scontro tra il ragazzo turbolento e l’allenatore problematico sarà fondamentale per la crescita e la rinascita di entrambi. La disciplina sportiva del rugby è la vera scuola di vita per entrambi i protagonisti, e per dare realismo e veridicità alle scene di allenamento e alle partite, Artale ha addirittura voluto con sé alcuni esperti del settore, tant’è che per certi versi, non sembra neanche di vedere un film italiano… Il ritmo serrato e i giochi nevrotici della macchina da presa conferiscono alla pellicola un ritmo ben preciso, tanto da conferirle un ampio respiro: sarebbe perfetta per il mercato internazionale.

Lorenzo Richelmy, che interpreta Samuel, inoltre, è una giovane promessa del cinema italiano, e anche il resto del cast fa la sua parte, così come gli occhi oceanici di Stefano Cassetti che bucano senza dubbio lo schermo. “Il terzo tempo” è un film che suscita emozione, e che fa trapelare sul volto del giovane protagonista quella palpitazione giovanile di chi sente, per la prima volta, che le cose possono veramente cambiare. E così il film sportivo, o il film sociale di derivazione carceraria, la commedia sentimentale o il dramma familiare, si intrecciano indissolubilmente in un racconto dove ogni personaggio è segnato da un conflitto interiore, il cui accostamento arriva a generare situazioni imprevedibili, a volte dure, a volte divertenti; dove a trionfare in un modo o nell’altro è sempre l’istinto di sopravvivenza, l’incontenibile desiderio di vivere. La macchina da presa segue il personaggio di Samuel in modo più o meno ravvicinato, aderendo al suo punto di vista emotivo, al suo corpo affaticato, costretto a incredibili sforzi per sostenere lavoro, e allenamenti sempre più intensi.

Così, “Il terzo tempo” diventa sfida fisica, spettacolare, intimamente epica, di chi è tenuto sempre a rilanciare la posta in gioco, a stancarsi sempre di più, nel tentativo di canalizzare un’energia, potenzialmente violenta e distruttiva, in qualcosa che possa nobilitarla e valorizzarla: lo sport, il rugby. “Il terzo tempo” è l’alto riconoscimento della dignità dell’uomo, proprio come avviene nel vero terzo tempo, ovvero nell’usanza tipica del rugby di radunare le squadre per un incontro conviviale al termine della partita. E quello che si svolge al termine della partita tra le squadre avversarie e le diverse tifoserie, non è altro che la celebrazione dei vinti e dei vincitori. È il valore della correttezza a essere esaltato: il rispetto dell’avversario, il confronto fisico costante, impegnativo e combattuto fino all’ultima meta, ma ottenuto seguendo le regole del gioco. Ed è proprio questa tradizione a placare gli animi e l’ira che alberga in uno sport tendenzialmente aggressivo, sottolineandone le virtù della lealtà e dell’amicizia.

Il terzo tempo” è un racconto scandito da un’energia che cresce fino allo spasmo, dall’uscita dal carcere, a quelle sempre più concitate in cui Samuel tenterà di conciliare lavoro, sport e amore. È una storia che ci induce a riflettere sul fatto che non importa chi siamo, da dove veniamo e cosa abbiamo fatto: ciò che conta è rispettarsi sempre e comunque, riconoscere nell’altro, l’essere umano. E se il percorso narrativo potrà sembrarvi troppo lineare o addirittura scontato, c’è da dire che il film è ben scritto e che la bellissima colonna sonora firmata dalla band rock dei Ronin coinvolge il pubblico fino alla fine. La sfida maggiore che il film ha saputo affrontare con successo è stata la trasposizione cinematografica di quel flebile equilibrio tra realtà e fiction attraverso l’uso di luoghi e persone reali, con uno sguardo tipico del documentario e una narrazione articolata, sostenuta da personaggi ben definiti, da attori talentuosi, e da un impianto visivo non riducibile al semplice realismo. Così, seppur rientrando nel campo minato del “già visto”, Enrico Maria Artale con il suo “Il terzo tempo” riesce a raccontare una storia avvincente, con passione, energia, poesia e ottima tecnica cinematografica, regalando al pubblico un film in grado di coinvolgere emotivamente fino all’ultima battuta.