Il paradiso degli orchi: recensione

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Il paradiso degli orchi: recensione

E dalla magica penna di Daniel Pennac, scrittore francese noto per aver sfornato una serie di romanzi che girano attorno alla figura di Benjamin Malaussène, capro espiatorio di professione, e alla sua inverosimile e caotica famiglia, prende vita sul grande schermo “Il paradiso degli orchi”.

Nel film si entra subito nel vivo, perché sin dalle prime scene, lo spettatore viene catapultato nella caotica famiglia Malaussène e capisce subito che lì, c’è qualcosa di curioso, di strano, di anormale. Ma osservandola più da vicino, è la felicità che regna in questa famiglia. In pratica, è gioiosamente incasinata: la madre è perennemente assente, per via di improbabili fughe amorose, e per Benjamin Malaussène (Raphael Personazz), capro espiatorio professionista all’interno di un grande centro commerciale e fratello maggiore, responsabile di questa allegra famiglia, la vita non è mai noiosa. Ma quando iniziano a verificarsi dei misteriosi incidenti ovunque lui si trovi, che attirano gli sguardi sospettosi della polizia e dei suoi colleghi sul posto di lavoro, di colpo per lui diventa fondamentale scoprire perché, come, e soprattutto chi potrebbe spingersi fino a quel punto per incastrarlo. Così, Benjamin Malaussène condurrà la sua indagine a fianco di un’intrepida giornalista soprannominata “zia Julia” (Bérénice Bejo) per trovare tutta una serie di risposte.

C’è da dire che se il successo del libro è stato talmente planetario, che molti lettori faticano ancora oggi a staccarsi dalle avventure di questi strambi personaggi, farli vivere sul grande schermo era davvero un enorme azzardo, ma il regista Nicolas Bary è riuscito a realizzare un’opera decisamente apprezzabile, dove la famiglia Malaussène viene caratterizzata, come nella carta, come una buffa e atipica accozzaglia di persone. Apportando i dovuti cambiamenti agli incastri della storia e ad alcuni dei personaggi, Nicolas Bary ha ricostruito perfettamente  le atmosfere che aleggiano attorno alla famiglia Malaussène, regalando allo spettatore una pellicola divertente, e affascinante, in grado di saper raccontare, con la dovuta sensibilità e con un gusto estetico ben preciso, anche tutto l’orrore legato ai famosi “orchi” presenti nel titolo.

Infatti, “Il paradiso degli orchi” riesce ad ammaliare, a entusiasmare e a donare una di quelle esperienze cinematografiche che ti lasciano il sorriso stampato in volto, senza però tralasciare dei forti spunti di riflessione, con una freschezza narrativa che non si vedeva da tempo. Così, il pubblico assiste al meraviglioso caos della famiglia Malaussène, con il giusto mix di fantasia, creatività e ponderatezza.

Inoltre, i due talentuosi protagonisti Raphael Personnaz e Bérénice Bejo offrono una personificazione dei personaggi carica di innocenza e d’ironia che stempera i toni cupi di tutti i retroscena legati al mondo degli “orchi”, alleggerendo in modo intelligente l’aspetto più tetro della storia.

In tal modo, Nicolas Bary, mantenendo intatti a grandi linee intreccio e caratterizzazione dei personaggi, ha realizzato un film evocativo ed umoristico, in perfetto stile “comédie française”, senza tralasciare l’ironia arguta, la meditazione e la vena fantastica di Daniel Pennac.

Un grande risultato ottenuto anche grazie al gioco di luci ed ombre e al tocco lievemente noir, dove il magazzino del centro commerciale, che straripa di giocattoli e di merce, si trasforma nella vera scena dell’azione ed evidenzia al contempo il consumismo e la società artefatta, snaturando quello che in realtà sarebbe dovuto essere il “paese delle meraviglie” dei bambini, perché è proprio in questo fittizio “Wonderland” che si nascondono gli “orchi”. A rendersene conto sarà lo spettatore attraverso lo sguardo doloroso di Raphael Personnaz che porta sul grande schermo il meraviglioso e impacciato Benjamin Malaussène. Con i suoi occhi oceanici, capaci di cogliere la realtà con disarmante tenerezza che non sconfina mai nella stupidità, il protagonista troverà maggiore spessore soprattutto quando incontrerà la giornalista “zia Julia” che conquisterà il suo cuore, perché riusciranno a scoprire la verità, grazie alle loro personalità contrastanti: zia Julia” è curiosa, forte e decisa, mentre Benjamin Malaussène sembra vivere in un altro mondo, dove si indossano pigiami con stampe kitsch, si narrano bizzarre favole della buonanotte e si usano i cassetti dei mobili come culla per i bebè. Ma lo spettatore fa il tifo fino alla fine per l’ingenuità di Benjamin Malaussène, perché è esemplare, vivida, divertente, e lo fa anche per il suo universo parallelo (messo a fuoco dalla mente di Pennac e tratteggiato visivamente da Bary), perché è il regno delle possibilità, dove gli “orchi”, però, non diventano mai amorevoli, perché purtroppo resteranno per sempre in balìa della loro natura contorta. E allora, viva Benjamin Malaussène e la sua infinità semplicità che non scade mai nell’idiozia, ma che ci rammenta che la felicità, spesso, è solo questione di cuore.