Il figlio dell'altra: parla Lorraine Lévy

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Il figlio dell'altra: parla Lorraine Lévy

“Il figlio dell’altra”, diretto da Lorraine Lévy, è un film coraggioso, un’opera emozionante che affronta temi di drammatica attualità cercando le risposte nel cuore della gente comune e affidando le speranze per il futuro alle donne e alle nuove generazioni. Ce lo spiega la regista, sorella del celebre scrittore Marc Lévy. 

Una storia che colpisce al cuore
Quando la produttrice Virginie Lacombe mi ha mandato la sceneggiatura del film, ho pensato che era la prima volta che ricevevo un progetto che mi colpiva così profondamente a livello emotivo. Inoltre, era in sintonia con i temi a cui tengo maggiormente: qual è il posto che occupiamo nella nostra vita e in quella degli altri, il nostro rapporto con l’infanzia, l’essere genitori…

Adulti e bambini
La famiglia è un microcosmo da cui trae origine ciò che siamo. Ma cos’è un bambino? E cos’è un adulto? Si può scegliere di restare l’uno o diventare l’altro? Mi piace molto la definizione di Kenneth Branagh: “Un adulto è solo un bambino che ha dei debiti”… Nel film, Yacine sta per lasciare la famiglia per proseguire gli studi in Francia: egli è proiettato in una realtà che l’obbliga a essere un uomo. Joseph invece, che vive in un ambiente familiare superprotetto, è rimasto un bambino. Ho voluto che questa differenza saltasse agli occhi, che fosse incarnata fisicamente dai due attori.

La donna è il futuro dell’uomo
Nel film, i padri si lasciano sopraffare dalla scoperta della verità sui propri figli, per loro insopportabile. Preferiscono fuggire che affrontarla. La sofferenza li paralizza. Le madri, invece, riescono presto a chiarirsi tra di loro, cosa che naturalmente non esclude la sofferenza. Il fatto è che le due donne sono capaci di comprendere alcune cose fondamentali: capiscono che i figli che hanno allevato continuano a essere i loro figli; che ora c’è un altro figlio per ciascuna di loro e che non possono ignorarlo, né rifiutarsi di conoscerlo e di imparare ad amarlo; che se occorre tendere una mano, bisogna farlo al più presto, convincendo gli uomini che non esiste alternativa possibile. Il mio film dice che la donna rappresenta il futuro dell’uomo e che quando le donne si alleano possono spingere gli uomini a essere migliori.

Un film politico, mio malgrado
Io sono ebrea e l’ebraismo fa parte di me. Non sono praticante, sono atea, ma non posso dimenticare che gran parte della mia famiglia è stata sterminata nei campi di concentramento. E comunque sono ebrea ma non sono israeliana, sono due cose diverse. Non essendo né israeliana né palestinese, avevo dei dubbi sull’opportunità di lanciarmi in questo progetto e non volevo girare un film che avesse l’aria di impartire lezioni. Per me, l’unico modo sensato di affrontare questo soggetto era mantenere un atteggiamento di umiltà e raccontare soprattutto la storia di tutti i giorni. Non la Storia con la S maiuscola, che può esacerbare gli animi e le situazioni. Non ho mai avuto intenzione di fare un film politico, anche se alla fine lo è, mio malgrado.

Due padri spirituali
Per “Il figlio dell’altra” ho scelto due “padri spirituali”. Il primo, Yasmina Khadra, è uno scrittore algerino, uno dei maggiori intellettuali arabi: gli ho fatto leggere la sceneggiatura per evitare che fosse in qualche modo squilibrata e lui ha annotato il copione con diverse indicazioni poi inserite nel film. Il secondo, Amos Oz, il grandissimo scrittore e pacifista israeliano, non l’ho mai incontrato ma è come se facesse parte della mia famiglia: ho distribuito ai membri della troupe un suo libro, Imaginer l’Autre, che contiene lo stesso messaggio che il film vuole comunicare.

Il muro, i muri
Ai piedi del muro che divide Israele e Palestina abbiamo girato la scena notturna con Pascal Elbé che va a piedi alla ricerca del figlio. Erano le due del mattino e le luci e il rumore della troupe attiravano l’attenzione, al punto che abbiamo notato dei ragazzini palestinesi che erano riusciti a salire fino in cima al muro e, non so come, si tenevano in equilibrio per vedere cosa succedeva. Io ero impallidita: un muro ne richiama altri, inevitabilmente, e mi venivano alla mente le immagini del muro di Berlino, o, ancora più violente, quelle del Ghetto di Varsavia… Poi è arrivata la polizia israeliana e le riprese si sono di nuovo interrotte per i controlli… A quel punto mi sono chiesta dov’era il film: in quello che stavamo vivendo o in quello che stavamo raccontando? Sicuramente in entrambi.

Un finale a 360 gradi
Il conflitto israelo-palestinese sembra senza fine ed è stato estremamente difficile trovare un finale al film. Nella sceneggiatura iniziale si concludeva con un attentato, ma io volevo qualcosa di meno prevedibile. Nel corso delle riprese ho capito che bisognava lasciare gli adulti da parte e affidarsi ai personaggi più giovani. All’inizio avevo previsto una panoramica di 360° su un palazzo diroccato dove Yacine viene a rifugiarsi: ho deciso di girare la scena, ma con una panoramica di 180°, perché per il finale ho aggiunto la stessa panoramica, all’inverso, con protagonista Joseph al posto di Yacine. È come se ciascuno dei due fosse la metà dell’altro.

L’umanità dell’Altro
Josef e Yacine incarnano la speranza delle nuove generazioni. I giovani che ho conosciuto, da entrambe le parti del muro, non nutrono sentimenti di odio, ma aspirano alla vita normale degli uomini liberi. Volevo fare un film sull’apertura e la speranza. Non credo che il cinema possa cambiare il mondo, ma credo nel suo potere di condivisione, di scambio, di comunicazione. Un film è un dialogo con chiunque voglia parteciparvi. È un mezzo per vivere e comprendere l’umanità dell’altro.

Ecco il trailer.