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By Redazione
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Vi è mai capitato di andare al cinema e, una volta arrivati ai titoli di coda, dire: “Bel film…ma non ho capito niente”? Non è un paese per giovani di Giovanni Veronesi, racconta di un tema attualissimo: la fuga dei giovani all’estero a causa di poche prospettive lavorative per il futuro in Italia. O almeno questo è il tema dei primi venti minuti, perché poi s’intrecciano nuove trame, altrettanto interessanti, che però, oltre a non avere in comune niente con la prima, non sono sviluppate a dovere.

L’incipit del film con vari video-selfie dei ragazzi italiani scappati all’estero, peraltro molto piacevole, funge da premessa ad una pellicola che parla d’altro. Perché è vero che Sandro – il giovane Filippo Scicchitano che abbiamo visto in Bianca come il latte, Rossa come il sangue – scappa con Luciano con la speranza di aprire un locale a Cuba, ma poi, giunti a destinazione, il film perde la bussola. Entra in scena Nora, ragazza italiana che vive all’Avana, che per aspetto e comportamento sembra Undici di Stranger Things. Un personaggio eccellente con una storia drammatica alle spalle, ma non si capisce da dove e in che modo ella sia arrivata. Luciano, l’amico cuoco del protagonista, dapprima schivo e riservato, evolve con una rapidità forsennata che lo porta a diventare un pugile della mafia locale; si capisce che il motivo di questa trasformazione ha le radici in un passato lontano, ma non sappiamo quali siano.

La storia più interessante del film è quella di Euro60, il personaggio di Nino Frassica fuggito dall’Italia non perché non avesse lavoro, ma perché aveva insultato la mafia. È un buon ruolo contrapposto a quello del protagonista Sandro, ma ha una parte della durata di un quarto d’ora al massimo, che si perde.

Giovanni Veronesi, che è anche lo sceneggiatore di Non è un paese per giovani, voleva certamente offrire una critica costruttiva, forte delle testimonianze dei giovani raccolte nel suo programma su Radio 2, ma ha finito per fare un lavoro immenso nel quale poi una fitta rete di trame non arriva a compimento. Il cinema italiano, quello vero, ha sempre avuto la peculiarità di non accompagnare lo spettatore ad una spiegazione univoca, preferisce lasciare a lui la libertà di vedere quello che vuole. Ma a tutto c’è un limite.

A cura di Riccardo Galeazzi