Giovani ribelli – Kill your darlings: recensione

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Nel 1944, Allen Ginsberg era una nervosa e puritana matricola alla Columbia University. Jack Kerouac era uno slavato universitario che si era re inscritto dopo aver resistito otto giorni nella Marina Militare. William S. Burroughs aveva abbandonato la facoltà di medicina, ex venditore porta a porta di insetticidi, stava diventando un giovane tossicodipendente, sopravvivendo ai margini della scena bohemienne newyorkese, dopo aver seguito un paio di amici, Lucien Carr e David Kammerer, dalla nativa St. Louisa a Manhattan. La storia di come questi tre giovani si siano uniti, e del brutale omicidio che ha consacrato il loro primo sodalizio, è l’oggetto del debutto vivido e appassionato del regista John Krokidas, “Giovani ribelli – Kill your darlings”.

E nella pellicola, assistiamo a varie trasformazioni… La prima? Da mago a scrittore… Così, il giovane Daniel Radcliffe, dalla scuola di magia di Hogwarts, fa un bel salto in avanti e si trasforma in Allen Ginsberg nel film “Giovani ribelli – Kill your darlings”, di John Krokidas. Liberatosi da pozioni, bacchette magiche e dalla cicatrice del tanto amato Harry Potter, l’attore incarna un personaggio forte e trasgressivo, una delle figure centrali della Beat Generation.

Ma non è il solo a fare un cambio di personalità e di scena… Non estraneo ad interpretare personaggi alienati, candidato ben 5 volte all’Emmy per il suo ritratto del conflittuale serial killer Dexter Morgan nella serie tv “Dexter”, Michael C. Hall, qui, interpreta il ruolo dello stalker, e vittima al contempo, David Kammerer.

Di fatto, la pellicola oscilla tra la narrazione della formazione artistica di un trio di geni letterari (Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Williams Burroughs) e la ricostruzione di un delitto: la morte di David Kammerer appunto.

Il film, accostato più volte a “L’attimo fuggente”, in verità non c’entra molto e sebbene la relazione esplosiva tra Kammerer e Lucien Carr rappresenta il punto focale attorno al quale ruota l’intera storia, Allen Ginsberg è l’elemento chiave della vicenda narrata, perché quando incontra Lucien Carr, si mette in testa di fare lo scrittore, di iniziare una rivoluzione culturale, di cambiare la società, e non solo… Sarà lui a scatenare la gelosia morbosa di David Kammerer e a far sì che gli eventi precipitino nella sua brutale uccisione.

John Krokidas, con quest’opera di esordio, cerca di rappresentare un’atmosfera noir anni Quaranta, inglobando un po’ di tutto, dalle droghe, ai drammi familiari e individuali, a Rimbaud, a Yeats, e il suo sguardo spesso e volentieri si sofferma su questo gruppetto di ragazzi allo sbando, che non sembrano mossi da una reale esigenza, ma che sono alla continua ricerca dell’estremo. Con un montaggio funzionale al crescendo drammatico, l’intensità dei personaggi tormentati e gli interni fumosi, usa un’estetica quasi da video-clip con i ralenti e i fermo immagine. Per certi versi, il film ha un gusto manieristico che contamina la spontaneità dell’azione.

Comunque, al di là di questi dettagli, lo spettatore assiste a un Daniel Radcliffe (che interpreta Allen Ginsberg ) esposto, che mostra al mondo la sua nudità fisica e morale, a un Ben Foster (che interpreta William Burroughs) talentuoso, a un Jack Huston (che interpreta Jack Kerouac) energico, a un Michael C. Hall (che interpreta David Kammerer) tormentato, e soprattutto a un Dane DeHaan (che interpreta Lucien Carr) dal fascino maledetto e ambiguo.

E nonostante l’efferato omicidio di cu tratta la pellicola, l’idea di base resta: lasciare il nido e trovare la propria voce, per fare qualcosa di importante nella vita, cambiare il mondo e fare davvero la differenza. E loro, poi, alla fine della storia, l’hanno fatto sul serio.