Fuga di cervelli: intervista a Paolo Ruffini

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Fuga di cervelli: intervista a Paolo Ruffini

Vi presentiamo un’intervista a Paolo Ruffini, che fa il suo debutto come regista con il film “Fuga di cervelli”, di cui è anche interprete, e che uscirà nelle sale il 21 novembre.

Come è nato e come si è sviluppato questo progetto?

In un primo momento ero stato contattato dalla Colorado film soltanto per recitare nel remake della commedia spagnola “Fuga di cervelli” di cui aveva acquistato i diritti il produttore Maurizio Totti, che nutrendo da sempre un vero innamoramento artistico nei mie confronti (di questo non posso che essergli molto grato) successivamente mi ha offerto anche la grande opportunità di debuttare nella regia. Ho sempre sognato di poter diventare un giorno un regista: una quindicina di anni fa lavoravo come animatore turistico e come tanti provinciali innamorati del cinema arrivati  a Roma avrei voluto frequentare i prestigiosi corsi del Centro Sperimentale di Cinematografia, ma per paura di essere bocciato alle rigide selezioni mi iscrissi ad una scuola privata che si rivelò poi non particolarmente valida. Poco dopo, con i soldi che avevo messo da parte, decisi così di dar vita a una sorta di “fondo cinema” grazie al quale trascorrevo le mie giornate a vedere continuamente film, una vera e propria “full immersion” che iniziava al mattino con le proiezioni del cinema Barberini e proseguiva fino a quelle dell’ultimo spettacolo all’Atlantic, sulla via Tuscolana. Ho “masticato” da allora tanto cinema, ma  una volta accettato l’incarico di dirigere questo film sono stato molto aiutato per gli aspetti tecnici delle riprese da uno speciale “consigliere/angelo custode” come Guido Chiesa, un apprezzato  regista che in questa occasione ha avuto il ruolo di delegato di produzione e che ha costruito con me il piano delle inquadrature, mettendomi a disposizione tutti gli strumenti per affrontare adeguatamente il set. Per quanto riguarda la preparazione degli attori penso di aver usato invece un  metodo innovativo e originale, chiedendo alla produzione  che i ragazzi potessero trascorrere con me due/tre settimane a Milano prima delle riprese: questo periodo vissuto tutti insieme ci ha permesso di studiare il copione ma anche di conoscerci meglio e di legare bene tra noi familiarizzando, “cazzeggiando” e creando giochi di gruppo quando ci ritrovavamo insieme a cena. Durante le riprese poi mi ha fatto molto piacere  notare la sorpresa e lo stupore negli occhi di un esperto uomo di cinema come l’organizzatore di produzione Tonino Tacchia, che conosce e capisce a menadito i meccanismi e le abitudini dei set e che non riusciva a credere che quando liberava un attore alla fine del suo orario di lavoro se lo ritrovava comunque subito dopo ancora sul luogo delle riprese a fare il tifo per gli amici e ad aspettarli per poi andare a cena insieme. Il nostro è un film leggero ma fatto con il cuore, mi ha fatto molto piacere poter creare l’habitat giusto, e alimentare un’energia speciale; un’empatia e un’interazione particolare fra tutti noi che siamo restati uniti per dar vita ad un vero e divertente gioco di squadra: in certi momenti sullo schermo si vede benissimo ad esempio che quando io sono in scena non riesco a trattenere le risate per quello che mi succede intorno. Quando la sceneggiatura è stata pronta l’ho consegnata agli attori perché potessero riscriversela addosso e “digerirla” durante il periodo di preparazione alle riprese per poi muoversi coralmente facendo fronte comune. Una volta sul set sia gli attori che i tecnici si sentivano galvanizzati, pronti  a darsi una mano l’un l’altro e comunque a disposizione del film, e per quello che mi riguarda pur lavorando seriamente e sentendo comunque la responsabilità e il peso di quello che facevo mi sono divertito in modo pazzesco. In questo film ho avuto davvero tanti regali da parte di tutti, e penso che sia arrivato il momento in cui il cinema per ragazzi debba essere realizzato direttamente da ragazzi: se non sei sincero gli altri se ne accorgono subito.

Quali differenze ci sono rispetto al film originale spagnolo?

La vicenda di base è rimasta, ma poi ci sono stati anche vari cambiamenti interni; il prototipo è stato molto rivisitato, ad esempio è stato introdotto un personaggio totalmente diverso che è il Lebowsky di Guglielmo Scilla ed è stato modificato il Franco interpretato da Frank Matano di cui non si vedevano in scena all’epoca i vari effetti collaterali. Abbiamo tenuto come riferimento costante certi film comici americani giovanil-demenziali tipo “American pie” o “Animal house” che mi hanno sempre divertito come spettatore, ma la nostra storia può contare su una seconda parte che mostra la nemesi dei personaggi che si rivelano per quello che sono davvero, ed è una parte del film che a me piace tantissimo. Spero di aver potuto raccontare attraverso la nostra storia qualcosa di semplice, ma non banale, sul tema dell’amicizia post adolescenziale; ho 34 anni e sento piuttosto vicina la vicenda che descriviamo. Se penso a quel momento particolare in cui vedendo i tuoi amici di sempre ti accorgi che stai crescendo e credi che sia arrivato il momento di prenderne atto dicendolo con franchezza agli altri. A questo proposito ricordo ad esempio  una sequenza particolarmente emozionante, in cui Emilio, il nostro protagonista, dice agli altri con tutta la leggerezza possibile: “noi siamo spazzatura, non ci siamo scelti ma ci siamo trovati, altrimenti saremmo soli. “Fuga di cervelli” è dedicato ai “perdenti”, ai “nerd” che sognano di stare con la bella del primo banco ma pensano di non poterci riuscire mai, a quei ragazzi italiani che si vergognano un po’ della loro sensibilità, si rifugiano nel gruppo per non rivelare di essere fragili ma poi non sanno come gestire questa fragilità e come mostrarsi. Il nostro protagonista, Emilio, è un po’quel tipo di apparente “sfigato”: lo dice bene la canzone di Max Pezzali che accompagna il nostro film (e dà il titolo ad un video molto cliccato su youtube):  è un ragazzo inadeguato rispetto a certi altri più “fighi” e più sicuri di sé, se tu quella sicurezza non ce l’hai ovviamente ti ritrovi alle prese con le tue belle difficoltà, è una tematica che mi piace molto così come mi è piaciuta l’opportunità di poter raccontare l’amicizia giovanile.

Come vi siete preparati al film?

Abbiamo studiato tanto insieme, la fase che ha preceduto le riprese ha rappresentato comunque per tutti un’esperienza di crescita. Ho chiesto ai ragazzi di vedere un po’ di film, li ho “imbottiti” di “South Park” perché tenessero come riferimento-guida quel tipo di umorismo, che contiene certe dinamiche che mi hanno molto condizionato e ispirato. Sia nel celebre cartoon, che nel nostro caso, i protagonisti sono sempre in scena tutti insieme, viene fuori la forza vincente del gruppo. Per far capire meglio agli attori il clima giusto a cui volevo arrivare ho mostrato loro anche una commedia di culto come “Una notte da leoni” e poi “Super Bad” di Greg Mottola e tanti film dei fratelli Marx che mi avevano entusiasmato per le reazioni in scena di quei comici geniali: quando Harpo emetteva con la trombetta un suono simile ad una pernacchia la faccia di Groucho era esilarante, fantastica.

Come sono stati scelti gli interpreti, su quali basi?

Uno degli aspetti più gratificanti del mestiere di regista è la scelta del cast, il nostro è un film sincero recitato da ragazzi con la loro autenticità. Avevo conosciuto Frank Matano, volto di culto de “Le Iene” in tv, durante uno scherzo televisivo che lui aveva organizzato ai miei danni, una delle tante interviste interrotte ai cosiddetti vip (..), siamo diventati subito amici e abbiamo iniziato a frequentarci. Ho notato da subito in lui un talento comico unico, è ad esempio autore  di scherzi telefonici pazzeschi, secondo me è il Jim Carrey italiano, ha una faccia di gomma, una bontà e un candore che gli si vedono negli occhi, ma anche tanta semplicità e genuinità. Ricordo il momento del nostro primo ciak, quando ho dato lo stop alla prima ripresa lui mi ha detto sorpreso: “Paolé, ma quando dici stop vuol dire che dobbiamo fermarci? Frank è stato sempre molto creativo e spontaneo, ad ogni nuova ripetizione di una scena non ne girava mai una identica all’altra. Ero da sempre anche un fan di un altro “idolo” di youtube come Guglielmo Scilla in arte Willwoosh, che avevo incontrato ad un ristorante giapponese riproponendomi di lavorare un giorno con lui. Anche con Guglielmo l’intesa è stata immediata e piacevole, il fatto che sia lui che Matano siano stati entrambi scelti dal web si spiega col fatto che siano in grado di masticare un certo linguaggio giovanile e moderno. È innegabile che chi ha quella formazione possieda una marcia in più e sappia come porre un certo argomento in modo spontaneo: io ho dieci anni di più di loro ma in confronto a loro già mi sento un vecchio. Luca Peracino e Andrea Pisani, alias il duo comico I Panpers provengono invece dal programma tv “Colorado” di cui io sono il conduttore e perciò li conoscevo bene da tempo, mentre per quanto riguarda il ruolo della protagonista femminile abbiamo fatto inizialmente un lavoro di casting molto intenso, orientandoci in un primo tempo sulla scelta di un’altra attrice, che comunque recita nel film in un altro breve ruolo, ma una volta incontrata Olga Kent io e Maurizio Totti abbiamo pensato che fosse l’interprete ideale perché era necessaria una personalità che attraesse la parte maschile non solo da un punto di vista fisico. Una mia amica che lavora per la casa di moda  Costume National mi aveva consigliato una modella ma io le ho fatto notare che le modelle mi affaticano perché si prendono sempre un po’troppo sul serio. Lei però mi ha replicato che me ne avrebbe presentata una capace di prendere in giro con autoironia se stessa e il mondo da cui proveniva: Olga Kent si è rivelata infatti una ragazza molto bella, ma di quella bellezza che te la fa sentire vicina, ha un sorriso avvolgente che non ti allontana da lei, è una persona semplice e carina, volenterosa e generosa, oltre che una lavoratrice instancabile capace di mettersi sempre in discussione. Quando dopo la fine delle riprese del film stavamo cercando la mia partner per l’attuale edizione tv di “Colorado” non abbiamo avuto dubbi nello scegliere lei, con motivi più che fondati.

Che bilancio può fare del periodo delle riprese torinesi?

Torino si è prestata perfettamente per essere filmata  come se fosse Oxford, con il Parco  del Valentino e il Po che noi abbiamo spacciato nel racconto come Tamigi… Mi sono  sentito “coccolato” dalla produzione e dalle maestranze, per me debuttare in un clima di tale armonia e reale amicizia è stato un vero sogno, un’esperienza pazzesca. Sono appassionato di cinema da sempre, ho lavorato con Marco Giusti come coautore del programma Rai “Stracult” per cinque edizioni, molte delle quali anche come conduttore, sono un collezionista “estremo” di videocassette vhs, ne ho circa 16.000. Due anni fa, quando si iniziò a parlare di questo film ed eravamo sul punto di scrivere la sceneggiatura, tutti quelli che incontravo mi spiegavano che la fase più importante di un film era quella, ma poi la stessa cosa me l’hanno detta di nuovo a proposito della preparazione, poi delle riprese, poi del montaggio e così via… quando fai il regista poi devi prepararti ad ascoltare tanti “no” di seguito e a fronteggiare al meglio le emergenze. È un lavoro entusiasmante in cui una persona deve saper sempre trasformare i limiti in opportunità, poi se non c’è la soluzione… si va avanti comunque. Credo proprio che si tratti di un mestiere che mi piacerebbe continuare a fare, visto che ci ho messo anima, cuore, sangue, sguardi e vita. Mi piace anche il fatto che, contrariamente a quanto avviene per le opere di tanti miei colleghi, questo non è un film incentrato su di me, ma una storia che io ho interpretato, però defilandomi. Avevo voglia di raccontare questi ragazzi, questa amicizia e questo amore (è mia anche la voce narrante che si ascolta fuori campo) dichiarando esplicitamente che stavo raccontando una certa storia “ascoltandola” insieme al pubblico, senza avere mai avuto la vanità di volermi inserire al centro da protagonista. La mia è una vicenda che rappresenta anche un saluto a certi ruoli giovanilistici: dieci anni fa interpretavo il ragazzino nei film comici di Natale e oggi  mi sono ritrovato a fare il regista, il che è anche troppo, ma a livello di crescita personale questo per me è un film davvero importante. Ho pensato anche all’umorismo amaro di “Amici miei” e  che dietro quella vena di tristezza, dietro le “zingarate” di quei personaggi dei film di Monicelli c’era la consapevolezza di sentirsi piuttosto soli e a tra i momenti che mi piacciono di più del nostro film c‘è la sequenza con i due  protagonisti che si baciano, con una lunga carrellata su tutti gli altri personaggi che li guardano con uno sguardo di commossa approvazione. Vorrei aggiungere infine che abbiamo girato usando la pellicola, cosa oggi del tutto inusuale, in un formato panoramico “alla Sergio Leone”, come ho sempre sognato fin da quando ero piccino e guardavo i western col grande schermo panoramico: abbiamo usato due macchine da presa contemporaneamente proprio per sfruttare la spontaneità degli attori, sapendo che nessun ciak sarebbe venuto fuori uguale all’altro e il nostro direttore della fotografia ha compiuto un piccolo miracolo riuscendo ad allestire la scena in modo che ogni zona del set fosse sempre illuminata con la luce giusta.