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Il capolavoro imperfetto di Martin Scorsese. Epopea storica e romanzo di formazione, vertiginosa e cruda analisi sulla nascita di una nazione (il riferimento al capostipite di Griffith del 1915 è palese), sfondo ideale per una storia di vendetta parricida dal respiro shakespeariano e per le capacità narrative iperboliche e mozzafiato del regista italoamericano.
Nella seconda metà del 1800 un giovane orfano irlandese torna nei Five Points (i quartieri più malfamati di New York) per vendicare la morte del padre avvenuta vent’anni prima durante una sanguinosa battaglia tra gang rivali per il controllo del territorio ad opera dello spietato boss locale, William Cutting, fervente e violento sostenitore dei diritti dei cittadini nativi contro gli immigrati stranieri.
Scorsese utilizza una storia di vendetta familiare per raccontare e mostrare la violenta genesi di una città, e in particolare di una nazione, fondata sul sangue e continuamente in lotta contro se stessa. Che sia una guerra combattuta nell’anima per decidere come agire giustamente, che sia una guerra personale per vendicare la morte di un genitore, che sia una guerra per il territorio tra gang e etnie rivali, che sia la guerra civile tra Nord e Sud per l’abolizione della schiavitù, o che sia una guerriglia urbana provocata da un popolo ridotto in miseria e vessato dalle tasse sulla leva, il mondo descritto da Scorsese è un inferno dove l’uomo non è mai in pace, né con se stesso né con gli altri. Sempre alla ricerca della propria identità, sempre alla ricerca di una strada da seguire, sempre alla ricerca di qualcuno contro cui scagliarsi e riversare le proprie sofferenze, accecato dall’odio e da fantomatici valori, patriottici o ideologici che siano.

Scorsese da grande cineasta qual’è non da giudizi, si limita a mostrare le motivazioni che spingono ogni personaggio ad agire in questo mondo sporco, spietato, violento, disilluso, dove non è permesso innamorarsi, dove sopravvivono solo ladri, malfattori, assassini, truffatori, dove alla fine della giornata nasi e orecchie sono i trofei da portare a casa, dove omicidi e scelleratezze più brutali sono all’ordine del giorno, dove l’odio verso il prossimo è obbligatorio e dove l’unico modo per trovare il coraggio di sopravvivere è aggrapparsi ai propri ideali, qualunque essi siano, e alle proprie radici. Scorsese trova un miracoloso equilibrio per quasi tutto il film tra la descrizione dei fatti storici e le vicissitudini dei molteplici e indelebili personaggi che fanno da contorno alla storia principale, la danza d’amore e odio tra Amsterdam Vallon (un giovane e bravissimo Di Caprio in uno dei primi ruoli che ne hanno confermato il successo dopo l’exploit “Titanic” e che di fatto ha inaugurato il sodalizio artistico con Scorsese) e Bill il macellaio, dominatore incontrastato della pellicola, uno dei villain più affascinanti e complessi nella storia del cinema, ormai entrato del mito grazie all’indimenticabile interpretazione di Daniel Day Lewis.
Girato a Cinecittà, e scenografato magistralmente dal nostro Dante Ferretti, “Gangs of New York” non è esente da difetti, come l’aver mescolato troppa carne al fuoco e non averla saputa controllare. Soprattutto nell’ultima mezz’ora i rapporti tra i protagonisti vengono tralasciati a favore di una descrizione fin troppo accurata delle vicende storiche, ma il film possiede lo stesso una tensione narrativa e un impatto visivo che ancora oggi, a dodici anni di distanza, restano inauditi.
Candidato a dieci premi Oscar non ne vinse neanche uno ma è già diventato uno dei grandi classici degli anni 2000, e col tempo probabilmente verrà annoverato tra i più grandi film della storia del cinema. Sicuramente viene già ricordato come un vorticoso e violentissimo affresco corale che colpisce duro e nel profondo, lacerando la pelle dello spettatore come poche pellicole moderne hanno saputo fare.
Soprattutto per gli americani una ferita dolorosa e aperta, una cicatrice che non verrà rimossa facilmente.
These are the hands that built America”. Epocale.