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By Riccardo Galeazzi
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Come vi avevamo già annunciato in precedenza, l’estate culmina col botto finale. Dunkirk di Christopher Nolan è un film da vedere. Estate 1940. L’esercito inglese, inviato in Francia per contrastare l’avanzata del Terzo Reich, subisce pesanti perdite e rimane intrappolato sulle coste della cittadina portuale di Dunkerque. Da una parte i tedeschi che avanzano, dall’altra il canale della Manica. Il governo invia navi per il recupero dei soldati, ma il nemico le affonda mentre sono in porto o durante la traversata.  Così i civili inglesi si mobilitano con le proprie imbarcazioni per evacuare la sottile linea di terra che dista poche miglia da casa.

Nolan dimostra la solita maestria di scrittura, miscelando tre distinte linee narrative di diversa durata – una settimana per i soldati a terra, un giorno per i marinai in acqua, un’ora per i piloti in cielo – che raccontano l’affetto dell’uomo per la vita.

Senza che ce ne accorgiamo, Dunkirk propone due storie. La prima è quella sullo schermo, la trama del film, una pagina di storia per certi versi troppo poco conosciuta e di indubbio interesse. Solo questo sarebbe sufficiente per godersi una pellicola a dir poco emozionante, almeno quanto Salvate il soldato Ryan o Pearl Harbor.

Ma c’è una seconda storia, non semplice da cogliere subito, che si rivela ponendo attenzione ad una serie di dettagli. Se ci fate caso, in alcun modo vengono nominati la Germania, i nazisti o Hitler, si parla solo di “nemico”. Un nemico per altro che ci viene celato perché, al di là degli aerei che sappiamo appartenere al Terzo Reich, non si vede mai. I soldati inglesi, invece, sono ben riconoscibili e la macchina da presa, salvo sporadiche inquadrature aeree, non li mostra mai come formichine in fuga. Ogni personaggio ha un volto, un’espressione, un sentimento. Anche se può sembrare strano, è questa la seconda storia: quella dell’uomo che ogni giorno lotta per la vita, che incessantemente crede nella terra che gli si affaccia a poche miglia di distanza, ma che non può raggiungere a causa di un ostacolo apparentemente impossibile da scavalcare. L’uomo raccontato da Nolan è un padre (Mark Rylance) che insegna al figlio a riconoscere la persona nascosta dietro a un soldato irascibile. È un comandante (Kenneth Branagh) che piange quando, dopo un periodo di solitudine, scopre di aver riposto la propria fiducia in qualcosa di certo. È un soldato (Harry Styles) che non vede oltre il suo naso e pensa di aver fallito nel suo scopo, fino a quando incontra un cieco che con una sola battuta lo rimette al suo posto: “Siamo solo sopravvissuti!” – “E dici poco?”

In tutti gli ultimi film di Nolan, da Il Cavaliere oscuro a Interstellar passando per Inception, la speranza è la protagonista indiscussa. Il war movie, affrontato da ogni grande regista/sceneggiatore, è troppo spesso il macabro ritratto della disperazione. Per quanto Dunkirk sia crudo e mostruosamente verosimile, Christopher Nolan riesce a toccare un aspetto da troppo tempo dimenticato: il cinema non è solo la tela di un pittore che non riesce a esprimere rabbia e frustrazione se non attraverso l’arte; è un mezzo per raggiungere l’interiorità del pubblico, il quale, di questi tempi, vive col costante terrore di una guerra imminente che non gli lascerà scampo.