Disconnect: recensione

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Ci sono film che prendono spunto da fatti di cronaca, altri che vengono girati con uno stile quasi documentaristico, proprio per mettere in evidenza la realtà odierna. È il caso di “Disconnect”, il lungometraggio di debutto di Henry-Alex Rubin, girato con grande realismo.

Il film, infatti, nasce da un’attenta osservazione della quotidianità e dalla constatazione di quanto la tecnologia di cui oggi disponiamo possa unirci, ma al contempo dividerci.

Protagonisti della pellicola sono diversi personaggi: ognuno con uno spessore ben preciso. C’è un avvocato infaticabile (Jason Bateman) che vive incollato al suo cellulare, a tal punto da non riuscire a trovare tempo da dedicare alla moglie (Hope Davis) e ai due figli adolescenti (Jonah Bobo e Haley Ramm). C’è una coppia in crisi (Paula Patton e Alexander Skarsgård). C’è una donna che usa internet come via di fuga da un matrimonio quasi finito e come valvola di sfogo con uno sconosciuto (Michael Nyqvist) a cui confidare le sue paure e il suo dolore. C’è un ex-poliziotto vedovo (Frank Grillo), che si scontra ogni giorno con il figlio (Colin Ford) che pratica bullismo in rete ai danni di un compagno di classe. C’è un’ambiziosa giornalista (Andrea Riseborough), che crede di potere fare carriera usando la storia di un ragazzo (Max Thieriot) che si esibisce su siti per soli adulti. Sono sconosciuti, vicini di casa, colleghi, e le loro storie si incrociano in un avvincente intreccio, che racconta la vita di persone comuni alla disperata ricerca di un contatto umano.

Così, “Disconnect” esplora le conseguenze della tecnologia moderna e come questa possa influenzare e modificare le nostre esistenze. È un film incredibilmente attuale e mette evidenza un dato di fatto molto importante: il nostro modo di vivere “digitale” alla fine non è davvero “connesso” con il mondo reale. Infatti, “Disconnect” fotografa in maniera drammatica una realtà molto cupa e ci svela profonde verità. È un film che parla di tutti noi. Parla del bisogno di comunicare che tutti hanno, che lo si faccia tramite un computer, uno smartphone o semplicemente in maniera diretta con la persona che si ha di fronte.

Internet, webcam, clonazioni, frodi, social network, forum, community… “Disconnect” mette a nudo il meglio, ma soprattutto il peggio della rete, perché se nell’era della globalizzazione di massa ci basta un click per trovare le informazione desiderate, è anche vero che ne basta un altro per finire facilmente in trappola.

La tragica ironia è che l’immensa tecnologia di cui disponiamo, in pratica, non fa che allontanarci, in famiglia e fuori. Tutti hanno un iPod, un cellulare sempre acceso e ognuno di noi si crea il suo piccolo mondo virtuale. Ed è proprio questo il punto: viviamo in un mondo dove la possibilità di essere virtualmente vicini si traduce nell’impossibilità di avere un vero contatto umano.

Commoventi e profonde, le storie di ordinaria alienazione nell’epoca digitale, si intersecano con colpi di scena, che rivelano una realtà terrificante del nostro vivere quotidiano e man mano che gli eventi prendono il sopravvento sulle vite dei personaggi, il ritmo diventa sempre più serrato. Così, ci si rende sempre più conto che le armi bianche della società moderna (computer, cellulari, ecc.) sono solo capaci di annientare le identità e di farci dimenticare che il vero mondo è tutt’altro.

Strutturato a mo’ di racconto corale, “Disconnect” ha anche un forte impatto emotivo grazie a un cast corale davvero formidabile. E se da una parte il messaggio della pellicola è chiaro, ovvero che tutti noi commettiamo errori che non possono essere cancellati, ma che possiamo affrontare come meglio possiamo, dall’altra il regista sembra quasi voler imboccare lo spettatore verso la vera via per la salvezza. “Disconnect”, infatti, significa proprio “sconnettetevi”. Così, “Disconnect” resta un film che ha il pregio di far riflettere, grazie anche all’estetica del cinema-verità, dove la cinepresa distante, il tocco reality e i potenti zoom sui personaggi conferiscono un’estrema naturalezza alle storie narrate, come se gli spettatori stessero spiando realmente sprazzi di vita vera.