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È un giorno di primavera del 1990, un giorno come tanti altri, fatto di gesti, di strade, di volti. Poi, però, arriva una notizia inaspettata che scombina il quotidiano e lo scaraventa nel buio più totale. È in quel momento in cui tutto è cominciato per Armida Miserere (Valeria Golino), una donna che inizia la sua carriera nell’amministrazione penitenziaria a metà degli anni Ottanta, dove incontra Umberto (Filippo Timi), un educatore impegnato nelle attività di riabilitazione dei carcerati. L’amore tra loro nasce si consolida fino a diventare una passione travolgente. Con l’andare del tempo, diventano una coppia fissa: Armida dirige il carcere di Lodi, mentre Umberto lavora in quello di Opera. Vivono in una casa a metà strada tra le due città, circondati dall’affetto di pochi e cari amici. Provano ad avere un bambino, ma la gravidanza si interrompe e, rimarginate le ferite, continuano a guardare avanti con l’ottimismo degli idealisti. Purtroppo, però, la posizione di educatore porta Umberto ad essere molto vicino ai detenuti esponendolo a pressioni e a continui tentativi di corruzione. Così, inaspettatamente, un giorno poco prima della pasqua del 1990, viene ucciso. Il mondo di Armida cade a pezzi, ma ora ha uno scopo: scoprire chi ha ucciso l’amore della sua vita.

E se i primi anni Novanta vengono segnati dagli attacchi mafiosi allo Stato italiano, Armida, che è diventata uno dei direttori più corretti dell’amministrazione, viene mandata in prima linea a Pianosa: il supercarcere destinato a sorvegliare i mafiosi più pericolosi. È l’unica donna in un’isola abitata da 1.500 uomini, e riesce a farsi rispettare instaurando un rapporto di cameratismo con lo staff tecnico. Applica la legge senza riserve e anche lì riceve intimidazioni, ma non si fa impaurire, e poi, appena il lavoro le offre un po’ di tregua, va a correre con i suoi due adorati cani nella natura incontaminata, ma non riesce a dimenticare Umberto, anche se la solitudine le pesa come un macigno sullo stomaco. Armida ha sete d’amore. Così, cede alle avances di Maurizio, un addetto alla sua sicurezza, e prova a ricominciare una nuova vita affettiva, ma lui ha già una famiglia, allora Armida decide di non distrarsi, di stringersi attorno agli amici di sempre e ai due agenti di scorta che la seguono da anni e di perseguire il suo obiettivo. Il lavoro diventa tutto per lei, e alla fine, anche se riuscirà a scoprire la verità sulla morte di Umberto, sarà sempre più delusa dall’umanità, e attuerà un piano per liberarsi di tutti i suoi pesi.

Ed è così, che il film di Marco Simon Puccioni segue la vita di questa donna intelligente, ironica, e inflessibile. Lo sguardo di Armida, interpretata da Valeria Golino, è vivo, intenso, comunicativo. Nei gesti, si evince il senso della disciplina, misto a un carattere dolce e sognatore. Infatti, Armida ama senza riserve, chiede verità, e non perdona le ipocrisie. Ciò che rende interessante la sua vicenda umana sono le sue contraddizioni: da una parte, è una donna guidata da un forte senso di giustizia, e dall’altra è lacerata da un dolore interiore, mai domo. Si era costruita la reputazione di una donna “tosta”, tant’è che era soprannominata la “fimmina bestia” dai detenuti dell’Ucciardone, perché doveva confrontarsi quotidianamente con forti personalità maschili, ma la sua intera esistenza è stata il continuo tentativo di far emergere il suo lato più romantico e femminile. Infatti, alla fine il pubblico si rende conto che l’atto lucido e crudo che Armida mette in pratica, non è dovuto a questioni professionali, ma all’impossibilità di realizzare i suoi desideri. Armida cerca l’amore ed è una sognatrice. Lo si evince anche dalle prime immagini del film, quando sul comodino accanto al suo letto si vede una copia del libro “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry o durante una conversazione a cena con gli amici, in uno dei momenti più felici della sua vita, quando pensava di diventare mamma. È la sua onestà intellettiva ed emotiva a spingerla verso un finale estremo, che è un gesto d’ira sopita, di fragilità e di amore, ma anche una denuncia verso una società noncurante.

Valeria Golino riesce, così, a tenere in piedi un film con intensità e compostezza, supportata anche da un cast talentuoso (Filippo Timi, Francesco Scianna, Marcello Mazzarella e Chiara Caselli). Tuttavia, l’effetto finale sembra donare alla pellicola un accento più televisivo, che cinematografico, anche se le immagini cupe e fumose, accompagnate dalle belle melodie, mostrano tutta la complessità di una vicenda umana e privata, ponendo l’accento sull’esistenza di una donna volitiva, colta e sensibile, che ha marcato la storia d’Italia. Con profondità, Puccioni ritrae una donna forte e vulnerabile, rivelando la sua dimensione affettiva e personale, lasciando scoprire al pubblico che Armida Miserere cercava e viveva l’amore in modo assoluto. È la morte di Umberto a lasciarle un vuoto incolmabile, e anche se cercherà di riempirlo, alla fine desidererà solo raggiungerlo, perché in una società ingiusta in cui si vuole giustizia, non c’è posto per la consolazione, e non bastano più le lotte continue, l’affetto degli amici, la fedeltà dell’eterna scorta, e forse non serve più neanche la compostezza docile di un silenzio carico di fiducia e promesse, il cui riscatto si ha nella frase conclusiva della fiera e appassionata Armida (“Perché vento sono stata”), e ha solo una strada: va dritto al cuore.