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By Antonino Pezzo
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È come ricevere una pressione sui timpani, nel nero di acque profondissime e insondabili: il cinema muto somiglia precisamente a un’esperienza del genere. Prima che arrivasse il sonoro, guardare le bocche muoversi o il viso confermare le volontà dell’intenzione era immergersi in una specie di limbo con un risultato claustrofobico di piacere, un’esperienza intima che non volevi condividere con altri fuorché che con il tuo io. Le origini del cinema muto si rifanno alla fine del 1880, con i primi cortometraggi dei fratelli Lumière come L’innaffiatore innaffiato, L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat e La partita a carte.

Venivano rappresentate scene di vita quotidiana attraverso linguaggi esclusivamente corporali: mimiche facciali enfatizzate, messaggi inesplicabili ma assolutamente chiari grazie all’immagine, limitati movimenti permessi dal ruolo. Alcuni la descrivono come un periodo facile, la Silent era, ma di facile non aveva nulla. L’obiettivo era arduo, quasi impossibile, cioè arrivare al pubblico e farsi capire in assenza dell’elemento che contraddistingue l’uomo dagli altri viventi: la parola.

La macchina produttrice del cinema muto ha preso sviluppo solo a partire dal 1914, negli Stati Uniti, e precisamente a Hollywood: è qui che il cinema divenne la settima arte. Rodolfo Valentino ha incarnato tutte le aspettative e gli ideali richiesti. Anche se la velocità di scorrimento della pellicola era molto più lenta di oggi, circa 16 o 20 fotogrammi al secondo contro i 24 del sonoro, Valentino si destreggia con un’assoluta disinvoltura nel lavoro, incurante delle conseguenze che il mutismo comporta. In quei sette minuti di proiezione silenziosa (ovvero la durata media dei film dell’epoca) la gestualità è quasi plastica, innaturale, artificiosa, ma assurdamente bella. Il silenzio tombale ti sfiora, corteggiando soprattutto il senso della vista, e non passa dove tu non glielo permetti.

I registi dell’epoca sono visionari, sognatori, ma rimangono con i piedi piantati nella realtà. È un brusio di drammi, un flusso di passioni romantiche che scorre, una sfilza di emozioni che si ripercuotono sul fisico e sulla mente. Così i primi esperimenti hanno luogo e nel 1925 compare sulla scena Ben-Hur, diretto da Fred Niblo. Poi è la volta di La febbre dell’oro (1925) interpretato e diretto dal geniale Charlie Chaplin, il quale fu molto scettico quando giunse il momento di addentrarsi nel sonoro. I quattro cavalieri dell’Apocalisse del 1921 consacra Rodolfo Valentino al successo, ma Il gobbo di Notre Dame, I dieci comandamenti, I pionieri – tutti del 1923 – non passano certo inosservati.

Altra questione è la scelta di produrre film muti nella transizione dal muto al sonoro e nella più confermata era del sonoro. Trattasi, per la maggior parte, di un desiderio professionale azzardato. Sembrerebbe che sia come sguazzare nell’acqua, sapere che sopra di essa vi è aria e dire agli altri che vuoi rimanere sotto. Il piacere di quel silenzio sta tutto nel continuare a viverlo. A qualunque costo. Non esiste scienza che provi che senza suoni la vita non ha colori.