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By Riccardo Galeazzi
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E anche la 70esima edizione del Festival di Cannes è andata in archivio, dopo una serata conclusiva che ha saputo regalare tante sorprese. La prima, sicuramente, è la Palma d’oro a The Square del regista svedese Ruben Ostlund il quale, al momento della premiazione, ha abbandonato la solita noiosa e rigorosa etichetta lasciandosi andare ad un’esultanza rabbiosa e liberatoria. Il film non è stato pensato per il grande pubblico anzi, è un piccolo pezzo d’arte moderna, così come lo è l’installazione che gli dà il titolo. The Square è appunto il nome dell’opera promossa dal protagonista, un curatore d’arte, allo scopo di sensibilizzare lo spettatore sui temi di altruismo e solidarietà, in contrapposizione con la sempre crescente indifferenza dei nostri giorni.

Il premio Grand Prix è andato a 120 Battemants par minute di Robin Campillo (tra i favoriti assieme a Loveless per ricevere la Palma d’oro). Nei primi anni ’90, un gruppo di giovani parigini porta avanti una campagna d’informazione sulle industrie farmaceutiche e il tema dell’ HIV, di cui la comunità gay o è affetta o è a rischio. Sebbene la regia non sia ai livelli consueti del Festival, il film ha saputo conquistare la giuria grazie ad una profonda visione poetica, uno strumento vincente per creare empatia e lontano dall’agiografia che spesso soffoca il genere lgbt.

Joaquine Phoenix e Diane Kruger, premiati rispettivamente come migliori attore e attrice, battono Colin Farrell e Nicole Kidman, i quali avevano addirittura due film in concorso, in cui, tra l’altro, recitavano insieme. L’attore portoricano si aggiudica il riconoscimento grazie a You were never really here di Lyenne Ramsey, nel quale interpreta uno spietato veterano di guerra che uccide su commissione. Diane Kruger, invece, per Aus Dem Nichts – In the Fade di Fatih Akin. Quest’ultimo titolo è uno di quelli che ci è piaciuto di più: nella Germania odierna, che vive l’immigrazione con paura, è il Nazionalismo a ordire un attentato nel quale muoiono il marito turco e il figlio di sei anni del personaggio della Kruger.

Doveva e poteva fare la storia Sofia Coppola, e così è stato: la regista newyorchese è la seconda donna premiata per la regia nella storia del Festival, 56 anni dopo Yuliya Solntseva. Il suo L’Inganno è tratto dall’omonimo romanzo di Thomas P. Cullinan, di cui era già stato realizzato un adattamento da Don Siegel con La notte brava del soldato Jonathan,  nel 1971. Nel pieno della Guerra di Secessione, un caporale nordista, ferito (Colin Farrell) fugge nel bosco in cui le ragazze di un collegio femminile sono solite passeggiare. Queste lo portano nella loro casa e ben presto si innamorano di lui. Nel cast (a dir poco stellare) Nicole Kidman, Kirsten Dunst e Elle Fanning. Tra i delusi ci sono Michael Haneke (Happy End), che nel 2012 aveva conquistato la Palma d’oro grazie ad Amour, e Yorgos Lanthimos con The Killing of a sacred deer, il quale ha però vinto per la miglior sceneggiatura ex aequo con You were never really here.

E l’Italia? A tenere alto il tricolore ci ha pensato Jasmine Trinca: sedici anni dopo La stanza del figlio di Nanni Moretti (capace di vincere la Palma d’Oro), l’attrice romana trionfa nella categoria parallela Un Certain Regard grazie alla sua interpretazione in Fortunata, film diretto da Sergio Castellitto. Motivo di vanto per il nostro Paese è stato anche il discorso di Monica Bellucci, madrina del Festival, durante la cerimonia di chiusura. «Abbiamo parlato della violenza del cinema, dei famosi scandali di Cannes, ma se pensiamo a quello che accade oggi, niente è più violento della realtà. Il cinema ha il ruolo di specchio nel quale si riflettono luci e ombre della nostra realtà, ma il cinema può anche guarire le nostre ferite. […] E allora il mio ruolo di donna e di madrina mi costringe a ricordarvi due modi di dire: “fate attenzione a non fare piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime”, ma anche “quando una donna si mette in testa di fare qualcosa il diavolo si siede e prende appunti.”»