Blue Jasmine: recensione

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Durante la sua carriera, Woody Allen ha creato molti personaggi femminili indimenticabili interpretati da alcune delle più grandi attrici del mondo, tra cui Diane Keaton, Charlotte Rampling, Mia Farrow, Scarlett Johansson, Penelope Cruz, ecc. Sia che siano apparsi in commedie leggere, che in film drammatici, questi personaggi sono rimasti impressi nella nostra memoria, e chi senza dubbio troverà il suo posto in quest’Olimpo di donne decisamente versatili, è Jasmine, la protagonista travagliata del nuovo dramma di Woody Allen: “Blue Jasmine”. Interpretata da una straordinaria Cate Blanchett, “Blue Jasmine” narra le conseguenze devastanti di chi distoglie lo sguardo dalla realtà, e di chi nasconde, a se stesso e agli altri, la verità.

E Jasmine sa farlo alla perfezione… a cominciare dal suo nome: in realtà si chiama Jeanette, ma ha scelto “Jasmine” perché più poetico. E piccole fantasie come questa, prese singolarmente sono innocue, ma più le si utilizzano, più sono la dimostrazione del volersi allontanare dalla realtà. Infatti, di fronte al fallimento di tutta la sua vita, compreso il suo matrimonio con un ricco uomo d’affari Hal (Alec Baldwin), Jasmine (Cate Blanchett) elegante e mondana newyorkese, decide di trasferirsi nel modesto appartamento della sorella Ginger (Sally Hawkins) a San Francisco, per cercare di dare un nuovo senso alla sua esistenza, anche se il suo stato psicologico è molto fragile e la sua mente è annebbiata dall’effetto dei cocktail di farmaci antidepressivi che prende. Sebbene sia ancora in grado di mantenere il suo portamento prettamente aristocratico, in verità il suo stato emotivo è precario e totalmente instabile. Inoltre, non sopporta Chili (Bobby Cannavale), il fidanzato di Ginger che considera un “perdente”, proprio come il suo ex marito Augie (Andrew Dice Clay). Ginger, seppur riconoscendo, ma non comprendendo a fondo l’instabilità psicologica della sorella, le suggerisce di intraprendere la carriera di arredatrice d’interni, un impiego che  intuitivamente potrebbe essere alla sua altezza. Nel frattempo, Jasmine accetta malvolentieri un lavoro come receptionist in uno studio dentistico, dove attira le attenzioni indesiderate del suo capo, il dottor Flicker (Michael Stuhlbarg). Reputando giusta la considerazione fatta da sua sorella riguardo la scelta di uomini sbagliati nella sua vita, Ginger inizia a frequentare Al (Louis CK), un tecnico del suono che lei considera un gradino superiore a Chili. Jasmine, invece, inizia a intravedere come una potenziale ancora di salvezza l’incontro con Dwight (Peter Sarsgaard), un diplomatico infatuato dalla sua bellezza, dalla sua raffinatezza e dal suo stile.

Ma il difetto di Jasmine è che vive costantemente del giudizio degli altri per aumentare la sua autostima, rimanendo perciò cieca di fronte a ciò che le accade intorno. Ritratta in modo raffinato da una regale Cate Blanchett, Jasmine ottiene la compassione dello spettatore, perché è la causa inconsapevole della sua stessa rovina.

Così, Woody Allen ritorna in auge con un film intenso, e decisamente riuscito, grazie a due straordinarie interpretazioni femminili, messe a punto da Cate Blanchett (fenomenale in chiave nevrotica e labile) e Sally Hawkins, che riescono a mantenere sempre viva l’attenzione e la tensione della storia, intervallata da flashback che arricchiscono emotivamente la pellicola rendendola, di fatto, dinamica e brillante. Allen ritrae un dramma di psicologie fragili, alternato tra passato e presente attraverso balzi continui nel tempo e lo fa in modo graffiante, incisivo, grazie anche al talento indiscusso degli attori che mettono in scena dei personaggi fortemente caratterizzati, la cui poetica riesce a smussare i toni della tragedia e a donare un certo ritmo  e vitalità alla narrazione. A rendere, poi, così piena e melanconicamente reale, la figura di Jasmine è la bravura di Cate Blanchett spinta ai massimi livelli. Nel film,  infatti, Jasmine/Cate è tesa, ha lo sguardo perso, blatera da sola, ha gli occhi lucidi e a volte trema o peggio, non respira. Ogni dettaglio non fa altro che mettere in mostra il certosino lavoro svolto dall’attrice per interpretare questo ruolo, e ci rivela che il dolce volto di Jasmine, corroso all’interno dal dolore, non è nient’altro che portatore di una massima universale: la verità può essere spiazzante da accettare, soprattutto quando tutta la tua vita è stata una finzione.