Aspirante vedovo: intervista a Massimo Venier

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Aspirante vedovo: intervista a Massimo Venier

Vi presentiamo l’intervista al regista Massimo Venier che ci parla del suo nuovo film “Aspirante Vedovo”, con Luciana Littizzetto e Fabio De Luigi, che arriverà il 10 ottobre.

 

Aspirante Vedovo è un film ispirato al “Vedovo” di Dino Risi. Cosa l’ha convinta ad affrontare questo progetto?
Quando mi è stato offerto di scrivere questo adattamento, parenti e amici mi hanno guardato negli occhi e mi hanno detto solo una cosa: «Ma sei pazzo?». In effetti anche solo avvicinarsi a un simile capolavoro mette i brividi. Un film strepitoso, amato da tutti. Un regista leggendario, al suo meglio, maestro di un cinema che ci riempie ancora di gioia e di orgoglio. Attori inarrivabili, al limite della perfezione e forse anche qualcosa di più. C’era di che spaventarsi, in effetti. Però quella storia formidabile, quei personaggi stupendi… Sono stati come una calamita. L’idea di potere passare dei mesi immerso in cose così belle alla fine è stata irresistibile. È una cosa che ha unito un po’ tutti noi: sapevamo che era un’impresa improba, forse impossibile, ma non vedevamo l’ora di affrontarla.

Crede che si tratti di una vicenda comunque attuale?
Senz’altro. Anzi, più che attuale direi universale. Tutto cambia, ma la natura umana resta sempre quella. Risi, Sonego e gli altri strepitosi autori del Vedovo hanno creato delle figure  che, oltre ad essere irresistibili, sono anche eterne. Si adattano a tutte le epoche. La sfida è stata quella di farli rivivere ai nostri giorni, con un altro linguaggio, altri modi di fare, altri vizi, osservando le differenze tra ieri e oggi. Lì il boom, qui la crisi. Lì l’ingenuità e l’ottimismo di un Paese che iniziava a correre con la smania di tutti di salire sul treno; qui il cinismo e la paura di chi sa che è iniziata la frenata e saranno in tanti a dover scendere.

Che tipo di lavoro è stato fatto in sede di scrittura?
Ho scritto il film insieme ad Ugo Chiti e Michele Pellegrini. La fase più complessa è stata quella iniziale, quando si è trattato di fare le scelte fondamentali sui personaggi, il linguaggio, le atmosfere. Pur rispettando struttura e personaggi del “vedovo”, abbiamo cercato di fare un film completamente diverso. Contemporaneamente, abbiamo cercato di evitare di fare l’istantanea di quello che succede in un dato momento, con la cronaca e i personaggi dell’attualità che sono già consumati prima ancora che il film esca. E’ stato un lavoro attento, scrupoloso, difficilissimo, fatto con grande amore e rispetto. Devo dire che non c’è stata una fase della lavorazione, dall’inizio del soggetto agli ultimi dettagli della postproduzione che non sia stata affrontata così.

Parliamo dei personaggi. Com’è il vostro Alberto Nardi?
Milano, la mia città, negli ultimi  15-20 anni ha creato e fatto diventare dominante una figura umana che sembra ritagliata perfettamente su Alberto Nardi. Velleitario, cialtrone, inconcludente, incapace e soprattutto inconsapevole della sua incapacità. Non lo sfiora minimamente l’idea che per avere successo bisogna essere bravi a fare qualcosa. Si atteggia a uomo dinamico e di successo e per lui quello è più che sufficiente. Uno che considera le regole un ostacolo creato dagli invidiosi. Ne conosco tanti di tipi così. Negli anni Sessanta c’era il boom economico, era tutto un costruire case, gru ovunque, che poi sappiamo hanno devastato parecchie periferie del nostro Paese. A Milano, adesso, sta succedendo la stessa cosa. Mi divertiva l’idea di fare di Alberto uno degli affaristi dell’Expo, che costruisce senza rispettare le regole e senza averne i mezzi e le capacità. Pensavo di aver esagerato, poi la realtà, come sempre, ha superato la fantasia.

Susanna Almiraghi, sua moglie, invece è l’opposto…
Susanna rappresenta la grande industria italiana, che è un po’ come fosse la nostra aristocrazia. Con Ugo e Michele ci siamo messi a studiare il capitalismo italiano, le grandi famiglie… E alla fine ci siamo immaginati una specie di cupola eterna ed immutabile, frequentata sempre dalle stesse pochissime persone. Susanna sarà sempre dentro, Alberto sempre fuori. Abbiamo costruito Susanna fin dall’inizio su Luciana Littizzetto, eravamo tutti convinti che fosse l’unica in grado di poterla interpretare. La sua “piemontesità”, poi, ci ha molto aiutato. Le abbiamo dato un retroterra austero, legato alla terra, le ville in collina, i grandi vini. Ne è venuto fuori un personaggio che nasce dalle intuizioni di Sonego e Risi ma prende poi una sua strada autonoma, nuova, senza però tradirne lo spirito, spero. È un po’ quello che abbiamo fatto su tutto il film e speriamo di esserci riusciti.

Come ha lavorato con i suoi due protagonisti?
Entrambi erano chiamati ad un’impresa titanica, cioè dar vita a dei personaggi bellissimi senza tradirli, ma allo stesso tempo dandone un’interpretazione assolutamente personale. Sono stati entrambi bravissimi. Luciana ha dato a Susanna una spietatezza che per me è irresistibile, riesce a farsi odiare e a far ridere contemporaneamente. E in più, in filigrana, ha dato vita a un personaggio molto moderno. Fabio è riuscito a far voler bene a un cialtrone come Nardi, e non era facile. Nel disegnare i personaggi e la loro amoralità non abbiamo fatto molti sconti, ci sembrava giusto così. Fabio ha fatto sì che potessimo raccontare Alberto, per l’arrogante cialtrone che è, e contemporaneamente seguirne le vicende con qualcosa che sfiora l’affetto. Si ride molto di lui, ma lo si accompagna volentieri fino alla fine.

Quali sono le caratteristiche della comicità di Littizzetto e De Luigi che lei ama di più?
Luciana, Fabio ed io veniamo tutti in un modo o nell’altro da quell’esperienza meravigliosa che fu “Mai Dire Gol.” Lì è un po’ come aver fatto gli alpini, è una cosa che non si dimentica. Ci accomuna una formazione, una provenienza e un gusto per l’umorismo simile: nessuno di noi tre ama la commedia becera, la risata facile e fine a se stessa. Se dovessi scegliere per forza una sola caratteristica che li accomuna e che io amo, direi l’intelligenza. Luciana è un’attrice molto diretta, capace di dare dignità comica a qualunque cosa. Può affrontare temi delicatissimi, per altri inavvicinabili (penso, ad esempio, alla religione), riuscendo a fare molto ridere e a dire cose forti, e questo perché dietro le sue parole ci sono un ragionamento e un punto di vista coerente e rigoroso, non parla mai solo per fare una battuta fine a sé stessa e capisce perfettamente quello che sta facendo e come arriverà al pubblico. Fabio è strepitoso nell’uso del corpo, una qualità non consueta negli attori italiani, possiede questa dote speciale che proviene dal teatro e dal migliore cabaret. È in grado di far ridere con la parola, con il corpo, con impercettibili movimenti del volto. Ma la cosa che ammiro di più in lui è l’attenzione che dedica al personaggio, alle sfumature, lo scrupolo e l’intelligenza con cui si dedica al lavoro. E poi è una persona con cui è bello stare insieme, rispettosa del lavoro di tutti, attenta. Dal primo minuto è diventato uno di noi e questo, in un film complesso come è stato il nostro, ci ha aiutato tantissimo.

Come si è trovato col resto del cast?
Per poter fare questo film ho posto un’unica condizione. Gli attori. Non mi bastava lavorare con attori che stimo. Dovevo amarli. Alessandro Besentini del duo Ale&Franz è un comico raffinatissimo che per svelare a tutti le sue grandi doti di attore aveva giusto bisogno di un personaggio meraviglioso come Stucchi. Francesco Brandi (Giancarlo) lo vorrei con me sempre, anche nella vita. Gli perdono perfino di essere un tifoso sfegatato del Napoli, e credo di aver detto tutto. Sono poi molto soddisfatto del trio di potenti – esponenti del clero, della grande industria e delle banche – che interagiscono con la protagonista: Bebo Storti, Roberto Citran e Ninni Bruschetta. Con il loro talento mi hanno aiutato a tentare di raccontare qualcosa che noi italiani conosciamo molto bene: la volgarità del potere. La commedia è paradossale, deforma la realtà e in questo modo aiuta a metterla a fuoco. Clizia Fornasier, infine, interpreta perfettamente la giovane amante svampita del protagonista. Oltre ad essere di una bellezza clamorosa, è intelligente e ha molto talento. Ha capito perfettamente il personaggio e poi l’ha messo in scena dando prova di avere tecnica, controllo e misura. Ci ha stupiti e conquistati tutti.

Che rapporto si è creato con la sua troupe?
È nato un amore a prima vista con il direttore della fotografia Vittorio Omodei Zorini e con tutta la sua squadra tecnica, senza il loro aiuto non saremmo riusciti a portare a termine un film così complesso, c’è stata da parte loro una abnegazione totale e assoluta, si vedeva che attori e tecnici avevano sposato la causa e amavano tanto quello che facevano, il progetto, la storia. È stato un film girato in poco tempo rispetto alla complessità di molte situazioni. Per riuscirci abbiamo dovuto lavorare sodo e preparare tutto nei minimi particolari. Alla fine di ogni giornata, quando tutti andavano a casa esausti, io e un manipolo di disperati come me restavamo lì a programmare le riprese del giorno dopo, a disegnare le inquadrature, a fare giochi di prestigio per guadagnare un’inquadratura in più rispettando il piano di produzione strettissimo. Non finirò mai di ringraziarli.