Sebastiano Mauri: La diversità implica ricchezza, non indebolimento

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Sebastiano Mauri classe 1972 nasce a Milano, ha vissuto e lavorato per anni tra Milano, New York e Buenos Aires. Scrittore, sceneggiatore, regista, pittore, fotografo insomma un Artista con la A maiuscola.

mauri_1Consiglio la lettura di questa bellissima intervista a tutte quelle persone che vivono un disagio perché non si sentono accettate in una società maschilista che impone una omologazione…
“la diversità implica ricchezza, non indebolimento”
…e a tutte quelle persone che NON la pensano come noi
“potrà essere uno strumento per riflettere e mettere in dubbio alcune certezze basate su null’altro che ancestrali pregiudizi”

Questi sono solo due dei tanti pensieri di Sebastiano, ma partiamo per ordine e cominciamo a conoscere, per chi non lo conoscesse, lo scrittore Mauri.

Ho trovato geniale il titolo del suo primo libro Goditi il problema; felice, disperato e travolgente inno alla libertà di godersi la vita, nonostante tutto.

Sebastiano, a scuola ci insegnano a risolvere i problemi, ma nella vita reale secondo te è più interessante goderselo un problema che non ha soluzione o combatterlo?

Combattere un problema senza soluzione è un’impresa vana. Spesso è proprio ciò che facciamo, sprecando un’infinità di energie, frustrandoci per la mancanza di risultati. Invece, accettando un problema che è irrisolvibile, possiamo sorprenderci, scoprendone i risvolti positivi, e volte uscendone rafforzati. Potremmo arrivare a non definirlo neanche più un problema, ma una virtù.

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Goditi il problema è un romanzo fresco, divertente e profondo. Fa sorridere ma anche riflettere. Hai saputo esprimere le nevrosi di molti gay senza cadere nel luogo comune, senza trasformare in macchiette i personaggi. Impresa ardua perché troppo spesso succede il contrario.

Andare oltre gli stereotipi, che sono alla radice dei personaggi macchietta, mi premeva molto. Troppo spesso i personaggi gay sono un espediente per ridere di loro, invece che con loro. Allontanano, invece di avvicinare.

Goditi il problema doveva nascere come sceneggiatura, alla fine è diventato un romanzo, di fatto leggendolo mi sono ritrovato a vedere un film. Quant’è importante saper ricreare un’immagine legata alla parola scritta per Sebastiano Mauri?

L’impostazione visiva di Goditi il problema non credo sia stata una scelta, ma il mio modo naturale di scrivere. All’università ho studiato cinema, e per il cinema si può scrivere solo per immagini. Per mostrare i pensieri dei personaggi si deve per forza ricorrere ad azioni, immagini o situazioni. I lunghi monologhi interiori non si addicono alle moving pictures. Anche il ritmo del romanzo ha un sapore cinematografico, come se un montatore fosse intervenuto per tagliare i tempi morti. Se mai ne farò un film, metà del lavoro è già fatta.

Breve digressione
Dunque ti piacerebbe vedere Goditi il problema al cinema? Se si, vorresti dirigerlo tu oppure a chi affideresti la regia?

Certo che mi piacerebbe, e vorrei farne io la regia. Mi costerebbe molto lasciare le redini del progetto in mano a qualcun altro.

Torniamo ai libri
Il ruolo della letteratura nella lotta contro l’omofobia, oggi, quant’è importante?

È molto importante conoscere personaggi in cui ci si può identificare. Sfaccettati, contraddittori, reali. La letteratura ci permette di andare a fondo, al di là degli stereotipi, di conoscere davvero i personaggi narrati. E la conoscenza è fondamentale per abbattere i pre-giudizi, per definizione dei giudizi che si formano prima di avere preso una reale coscienza dell’oggetto che si sta giudicando. Si dice che il razzismo si curi viaggiando e il fascismo leggendo. L’omofobia, similarmente, si combatte conoscendo.

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A chi consiglieresti Il giorno più felice della mia vita?

Per chi la pensa già come me, può essere un manuale di autodifesa dagli attacchi omofobi.
Per chi non la pensa come me, può essere uno strumento per riflettere e mettere in dubbio alcune certezze basate su null’altro che ancestrali pregiudizi.

“una volta per chiedere la mano alla propria amata bisognava chiedere il permesso al padre della sposa. Oggi, in Italia, se vuoi sposare il tuo compagno/a devi chiedere il permesso a 60 milioni di italiani”.

Per essere una famiglia felice non bastano due persone che si amino?

Per essere veramente felici, c’è bisogno di uguaglianza. Vivere in uno Stato che non ti discrimina per legge.

Perché la gente ha tanta paura della diversità?

Perché la diversità ci costringe a mettere in discussione noi stessi e le nostre scelte, che preferiamo dare per scontate. Ciò che è importante capire è che la diversità implica ricchezza, non indebolimento.

Puoi spiegare, solo come sai fare tu, la differenza tra “omosessuale” e “omoaffettivo”?

Entrambi i termini si riferiscono allo stesso concetto. Solo che il primo rimanda alla sfera del sesso, cioè quell’elemento che troviamo più difficilmente digeribile quando pensiamo alle coppie same-sex. Il secondo invece, riporta la nostra attenzione alla sfera affettiva, sicuramente meno fastidiosa per chi ha resistenze ad accettare la diversità.

Studi rivelano che adolescenti omoaffettivi ricevono mediamente insulti come gay, omo, frocio, culattone o femminuccia circa 26 volte al giorno, o una volta ogni 14 minuti, “grazie” a questi simpatici appellativi in molti hanno pensato, almeno una volta nella vita, al suicidio.
La Fondazione Americana per la Prevenzione del Suicidio ha rilevato che molti hanno tentato il suicidio durante l’adolescenza ad una velocità da tre a sei volte maggiore di quella dei loro coetanei eterosessuali. Fino ad arrivare al suicidio vero e proprio.
Non ultimo Aleandro morto suicida a fine settembre perché gay, aveva 16 anni. SOLO 16 FOTTUTI anni!

Non dovrebbero far più paura questi dati oppure dobbiamo ancora sentire:
“meglio un figlio tossico che un figlio frocio?”

Questi dati sono terrorizzanti, e purtroppo non sembra siano in fase decrescente. Basta pensare che in un film, ormai, è quasi impossibile che un personaggio positivo, con cui il pubblico si deve insomma identificare, si riferisca a un altro usando un appellativo razzista. Mentre i termini frocio, femminuccia e derivati sono usati come il prezzemolo, senza che nessuno ci faccia neanche caso. E ogni volta che uno di questi termini è pronunciato, si rafforza sia l’insicurezza di chi si sente chiamato in causa, sia il diritto a usarli di chi li utilizza come strumento per svilire gli altri.

Cosa pensi dei preti che si rifiutano di celebrare il funerale di persone con “stile di vita alternativo”? Così definì l’orientamento sessuale di Vanessa Collier (sposata con una donna e madre di due figli) il reverendo Ray Chavez.

Penso che siano i primi a non aver capito l’originario messaggio cristiano, fatto di amore e tolleranza. La discriminazione, così radicata nella Chiesa, sono certo faccia venire la gastrite a Gesù. Se la vedranno con lui.

Cosa rispondi a chi dice che l’omoaffettività è contro natura?

Che l’omoaffettività è stata documentata in più di mille e cinquecento specie animali, mentre l’omofobia è una peculiarità umana. Direi che possiamo affermare in tutta tranquillità che è l’omofobia a essere contro natura.

Forse il vero nemico da battere oggi è la cultura maschilista a cui siamo abituati.

Sono assolutamente d’accordo. Per questo sogno di vedere la lotta per l’accettazione delle persone omoaffettive e la lotta per la parità dei sessi andare di pari passo. Il nemico da combattere è lo stesso: il maschilismo.

Dopo aver abbattuto questa “cultura” non sarebbe il caso di smetterla anche con le etichette?

Le etichette, anche quelle ‘positive’ o politicamente corrette, sono comunque figlie di una società che giudica e distingue. La natura umana non si divide in categorie, si esprime bensì in sfumature. Il giorno che lo capiremo, credo che smetteremo anche di ricorrere alle etichette.

Ci sarebbe ancora molto da dire.
Questo è Sebastiano Mauri leggerlo, per me, è puro piacere. Sebastiano è anche un regista e sceneggiatore, si è laureato alla scuola di cinema della New York University e per i suoi cortometraggi ha vinto il Warner Brothers Award e il Martin Scorsese Post-Production Award.

Quant’è importante il ruolo del cinema nella lotta contro l’omofobia?

Vale lo stesso discorso fatto per la letteratura. Forse, oggi, il cinema ha un ruolo ancora più importante, per il semplice fatto che stiamo diventando una società sempre più visiva, e che le persone leggono sempre meno.

Prima hai accennato che ti piacerebbe poter realizzare il film di Goditi il problema. Quando un lungometraggio?

Entro il 2016 dovrei girare il mio primo lungometraggio. La sceneggiatura c’è, il produttore anche, sono in fase progettuale. Con tutte le dita incrociate.

Le incrociamo pure noi.
Secondo te il cinema italiano gode di ottima salute?

Non direi che goda di ottima salute, però negli ultimi anni ci sono stati diversi segni di ripresa. La nascita di nuovi autori, di film che hanno successo anche all’estero e che attirano l’attenzione persino di Hollywood, l’Olimpo cinematografico.

Il grande Alfred Hitchcock in un’intervista (l’intervistatore era un altro grande regista François Truffaut) disse più o meno così:
“Se abbassi il volume della televisione e riesci a capire cosa stai vedendo, hai fatto un capolavoro”.

Da regista e sceneggiatore, quant’è importante la parola?

La parola è molto importante, ma il cinema è prima di tutto un’arte visiva. Quindi sono d’accordo con Hitchcock, quando si fa un film bisogna principalmente pensare per immagini. È una delle prime lezioni a scuola di cinema: evitare il più possibile quelle che gli americani chiamano le talking heads. Il cinema si nutre di azioni, non pensieri.

Oltre alla sceneggiatura hai mai pensato a un testo teatrale?

Non in modo concreto, ma è sicuramente qualcosa che mi piacerebbe affrontare prima o poi. Sono attratto dal lato ‘fisico’ del teatro, il corpo a corpo che si va a creare tra gli attori e il pubblico.

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Ora veniamo a Sebastiano Mauri artista, le sue opere sono state esposte in gallerie e musei di tutto il mondo, dal MACRO di Roma alla Quadriennale di Praga, la Biennale di Istanbul, il Centre Pompidou di Parigi, il Museo de Arte Contemporanea de Rosario in Argentina, la Triennale di Milano e il MART di Rovereto. Recentemente la Galleria Michela Rizzo (Venezia; 2014) e la Ottozoo (Milano; 2014) gli hanno dedicato mostre personali e ad aprile 2015 ha presentato negli spazi di H+ di Milano YOU ARE ME, un’installazione interattiva parte di un più ampio progetto che sviluppa da tempo.

Sei definito, ed io concordo, un artista visivo/visionario. Per anni hai dipinto, fotografato, filmato, scritto, scolpito e disegnato. Non solo, hai realizzato lavori sull’identità, sulla religione e sulle relazioni sociali. Chi rappresenta al meglio Sebastiano Mauri?

Se lo sapessi, forse mi sarei concentrato più su un medium piuttosto che un altro. Mi piacciono le nuove sfide, e per questo tendo a cambiare temi e linguaggi ogni volta che posso. Cosa mi rappresenti al meglio forse devono dirmelo gli altri, alla luce del lavoro svolto.

Nelle tue opere il tema religioso è ricorrente se penso a The God machine, ma anche a God is your God o I believe in God. Qual è il tuo rapporto con la Chiesa e la Chiesa Versus Sebastiano Mauri?

Innanzitutto parlerei del mio rapporto con le Chiese, al plurale, perché affronto il tema della religione e della spiritualità con un’impostazione sincretica. Non mi soffermo mai su un dogma, a discapito di un’altro. Mi interessano i punti in comune tra i vari credo, alla ricerca di ciò che ci unisce, piuttosto di ciò che ci divide.

A tutti piace Papa Francesco, ma leggendo il tuo libro qualche scheletro nell’armadio ce l’ha anche lui.

Bisogna ricordare che prima di essere Papa, Bergoglio è stato l’Arcivescovo di Buenos Aires, e in Argentina il suo percorso è stato tutto fuorché progressista e illuminato. Se sia davvero cambiato o se abbia abbracciato un’ottima politica di marketing per svecchiare un Vaticano ormai percepito come ermetico e non al passo coi tempi, lo scopriremo gradualmente, o forse mai. A volte il racconto è tutto ciò che ci rimane, anche se non aderente alla realtà.

Torniamo all’artista
Un’altra interessantissima mostra, di forte impatto visivo, è stata Shadow of doubt dove a dialogare fra loro, e con lo spettatore, video-ritratti diversi su un viso dipinto a olio su tela. Cosa vorresti che si portasse a casa un visitatore dopo aver assistito ad una tua mostra?

Vorrei che si portasse a casa il dubbio. Padre del dialogo e del progresso. Mi basterebbe che una volta vista la mia mostra si ponessero qualche domanda in più.

Io mi fermerei qua.
Grazie a questa piacevole chiacchierata tutti noi, oltre a porci qualche domanda in più, adesso abbiamo qualche spunto in più su cui riflettere.