“I Cento Veli” di Massimiliano Comparin

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“Nato a Varese nel 1973. Vive e lavora tra Milano e Varese e I cento veli è il suo romanzo d’esordio”. Si descrive così, con poche parole, Massimiliano Comparin. Il protagonista del suo libro I Cento Veli, Alessandro, ve lo descriviamo noi: un giovane milanese di successo, quello che tutti definirebbero un vincente. Al suo fianco una giovane e bella compagna, Gaia. Un giorno Gaia sparisce e con lei le certezze di Alessandro, che inizierà una drammatica ricerca tra Milano, Trieste e l’Istria. Pagina dopo pagina Alessandro affonda nel passato, vicino ma rimosso, del 1943. Uno ad uno cadranno tutti “i cento veli” di una realtà che preferisce ignorare la storia: la complessa parabola di un mondo – il nostro – sempre più distratto e spietato.

Massimiliano, quando e perché hai deciso di raccontare cos’è successo dopo l’8 settembre 1943?

Una ventina d’anni fa, durante una battuta di pesca un mio carissimo amico croato, mio coetaneo, mi disse che le sue figlie avevano una storia unica al mondo: pur abitando da generazioni sempre nella stessa casa, il loro bisnonno aveva combattuto per l’Italia contro l’Impero austro-ungarico, il loro nonno aveva combattuto per la Jugoslavia contro l’Italia, il loro padre per la Croazia contro la ex Jugoslavia. Per ora. Mi è parso da subito incredibile immaginare come una stessa famiglia, sempre nello stesso luogo, abbia dovuto confrontarsi in questo modo con la storia. Da lì il desiderio di approfondire e di capire come si possa vivere un senso d’identità collettiva ad assetto così variabile. A ogni generazione non solo avveniva un cambio di bandiera, ma anche di cultura, di lingua e addirittura di alfabeto (al latino, si abbinava l’insegnamento del cirillico). Questo ragazzo a metà anni ‘90 ricevette due chiamate alle armi: la prima, da parte del governo jugoslavo per combattere contro il nascente stato croato, e la seconda dal nuovo autoproclamato stato croato contro la vecchia federazione jugoslava ormai in frantumi. Dovette scegliere per chi combattere, ben sapendo che sarebbe stato dichiarato disertore dalla parte avversa (e per giunta condannato a morte, come si usa in guerra). Il suo vicino di casa, oppure il migliore amico, poteva scegliere diversamente, trovandosi poi a combattere contro di lui su un fronte opposto. Qualcosa di simile è accaduto anche a noi italiani, non alla mia generazione e neppure a quella dei nostri padri. Il ricordo è lontano ormai, la data è l’8 settembre ‘43.

Quali e quanti sono i sensi di colpa che assalgono Alessandro?

Alessandro è come tutti noi. Crede di essere come lui si vede, come s’immagina. Poi scopre una realtà diversa. Si guarda allo specchio e trova davanti a sé una persona che non conosceva. Una persona diversa, vista con gli occhi di Gaia, la sua fidanzata, misteriosamente scomparsa. Alessandro impara a conoscerla, pienamente e in profondità, proprio a causa della sua assenza. La comprende, e la vede davvero, solo quando lei non c’è più. Non l’amore, ma il senso di colpa lo spinge ad agire: vuole rimettere a posto le cose, ma non ha la minima idea di cosa stia accadendo, di cosa accadrà e soprattutto di cosa è accaduto.

A proposito di Gaia. È la protagonista di questa storia pur non essendoci. Ad esempio alla fine mi sono detto: “immaginandomi un film tratto da I Cento Veli, Gaia che volto avrebbe avuto?”

Gaia è, in parte, la nostra cattiva coscienza che ogni tanto bussa alla porta. È tutto ciò che mettiamo in secondo piano, ciò che diamo per scontato e che, siccome è lì con noi, ci illudiamo che resti per sempre. Gaia è un bellissimo quadro, appeso a una parete di casa, che non guardiamo più. 

Per chi non lo sapesse, cosa sono le foibe?

Sono profondissimi abissi carsici, antri oscuri, buchi nella terra in cui, è capitato, sono state fatte sparire cose e persone.

È lecito scordarsi del passato?

Studiare il passato significa allungare la nostra vita, non in avanti ma indietro. Significa rivivere innumerevoli vite che non sono le nostre, che possono insegnarci qualcosa, ma non certo predire il futuro. Imparare a conoscere il passato non ci aiuta a capire cosa succederà, ci insegna però una cosa ancora più importante: chi siamo noi come specie, quale strano (e spaventoso) animale è l’essere umano.

C’è un passaggio nel libro che nella sua semplicità  ho trovato illuminante e che mi porta a pensare questo: se hai avuto la necessità di scrivere I Cento Veli, vuol dire che chi ci ha raccontato la Storia ce l’ha raccontata male?

Bella domanda. Ho scritto questo libro perché avrei voluto leggerlo e, siccome non esisteva nulla del genere, mi ci sono messo io. Mentre scrivevo, ho capito molto di me stesso. Mi sono spinto al limite, ho sofferto raccogliendo storie e testimonianze. Solo quando ti spingi al limite puoi capire chi sei veramente.

Nel libro c’è molto odio, può essere una forma complicata d’amore?

Amore e odio sono sentimenti simili. Lessi alcuni anni fa un volume di racconti intitolato D’amore e d’altre forme d’odio. Spesso odiamo chi abbiamo amato profondamente; quando le emozioni diventano ingestibili, odio e amore sfumano l’uno nell’altro. Non puoi odiare chi ti sta indifferente.

A chi consiglieresti la lettura de I Cento Veli?

È un libro che ha più livelli di scrittura e di lettura. Si può restare in superficie oppure decidere di scendere giù, in profondità. Un buon libro è lo specchio dell’anima di chi lo legge, non solo di chi lo scrive.

Invece cosa vorresti lasciare al lettore una volta chiuso il libro e riposto nella sua libreria?

Il dispiacere di essere uscito da una storia e di aver perso degli amici, rimasti dentro le pagine.

A distanza di 10 anni dalla pubblicazione de I Cento Veli, cambieresti qualcosa nella narrazione?

No. Se lo facessi, sarebbe un altro libro.

Invece uno scrittore che ha influenzato maggiormente il tuo modo di scrivere?

Nella mia vita ho letto moltissimo, credo di aver imparato qualcosa da chiunque, nessuno escluso.

Cosa dovrebbe sapere un lettore di un libro per decidere se acquistarlo?

Credo molto nel passaparola: quando un amico mi consiglia un libro e ne parla in maniera entusiasta, difficilmente rimango deluso.

Chi è oggi Massimiliano Comparin?

Una persona più serena e meno inquieta di dieci anni fa.

Negli ultimi anni ha scelto di cambiare la tua vita trasferendoti a Castiglione della Pescaia. Come mai questa scelta?

In realtà vivo tra Roma, la Lombardia e la Toscana. Non riesco a fermarmi in un posto più di 10-15 giorni. Sono nomade, non stanziale. La vita è nel movimento. Le cose ferme, spesso, sono cose morte.

Vista la situazione in cui ci troviamo, specie noi che viviamo in città industrializzate, cosa significa e quanto importante far crescere il proprio figlio a contatto diretto con la natura?

Ogni genitore cerca di dare al proprio figlio ciò avrebbe desiderato lui, a parti invertite. Spero tanto che un giorno mio figlio capirà che un albero non è un complemento d’arredo, ma la condizione base della nostra esistenza. Prima che bere e mangiare, noi respiriamo. La natura, se vogliamo, è come Gaia de I Cento Veli. Diamo per scontato che esista e non ce ne occupiamo, ma quando poi viene a mancare, eccome se ce ne accorgiamo.