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Iacopo Barison nasce nel 1988 a Fossano, nel cuneese, ed esordisce giovanissimo con Stalin + Bianca (Tunué), candidato al Premio Strega 2015, che diventerà un film per la regia di Daniele Ciprì. Da un paio di mesi invece è uscito Le stelle cadranno tutte insieme, il suo secondo romanzo edito da Fandango, già entrato nella top 25 dei best seller di Amazon e attualmente in ristampa. Nel libro si toccano le tematiche inerenti al percorso di crescita, sessualità e del dolore per la perdita di persone care alle quali non si è mai pronti, ma soprattutto la storia si fonda sul concetto di accettare che “non sempre le cose vanno come vuoi”.

Il romanzo comincia con uno scontro generazionale padre e figlio e si capisce subito che il protagonista seppur amato dal genitore non riesce a farsi capire fino in fondo. Dove sta la difficoltà delle nuove generazioni a comunicare con quelle del passato?

Più che uno scontro generazionale, c’è di base una difficoltà di linguaggio a comunicare tra nuove e vecchie generazioni. Il cambiamento dei modelli di comunicazione e la difficoltà di traduzione del linguaggio dei miei coetanei con quello dei genitori ne è un chiaro esempio. Nella storia risulta sempre una non piena comprensione ma non è detto in fondo che per volersi bene bisogna per forza comprendersi. Piuttosto direi che è opportuno accettare serenamente questa cosa prendendone consapevolezza.

Nel libro si parla molto di talento e di raggiungimento dei sogni, che differenza c’è tra autostima eccessiva e legittima ambizione?

Il confine è molto sottile ed è la domanda principale a cui cerca di rispondere il romanzo. L’ambizione serve moltissimo in tutti i lavori artistici, come nel caso dei personaggi del romanzo che aspirano a una carriera nel cinema oppure a campare facendo lo scrittore. In questo frangente il sovrastimarsi non dipende tanto da noi, perché quanto valiamo lo decidono gli altri. Diverso è invece nei lavori “normali” dove l’ambizione deve essere più misurata perché ci sono maggiori garanzie. Avere un’alta autostima è molto importante quando dobbiamo investire su noi stessi, ma allo stesso tempo la storia ci mette di fronte alla situazione in cui questa ambizione non basta e i sogni non si realizzano. Dobbiamo capire che anche se non concretizziamo l’idea di noi che avevamo a 20 anni quando ci immaginavamo adulti va bene lo stesso. È inevitabile che qualcosa vada lasciato da parte indipendentemente dall’altezza della nostre ambizioni.

 

A volte si ha l’impressione dal tuo racconto che emerga un aspetto poco propositivo della generazione dei Millennials…

Alcuni mi dicono che io abbia descritto una generazione perduta e senza sogni, invece io trovo che il romanzo racconti una gioventù molto dinamica. Semplicemente i personaggi non hanno preoccupazioni del futuro, delle specie animali in estinzione, del riscaldamento globale . Per loro/noi, il futuro è dopo 1 minuto, domani, ma comunque sempre a breve termine. C’è una sorta di deresponsabilizzazione ma non è una mancanza di morale. È un particolare connaturato in tutta la generazione attuale, forse più un fenomeno sociale che non un moto egoista che spicca dai protagonisti.

Uno dei temi affrontati è quello della sessualità. Il rapporto con il sesso della generazione di oggi è veramente così libero o ci sono ancora dei tabù?

A mio avviso l’unico vero tabù della civiltà occidentale è la morte. Lo si vede anche nel racconto dove fronteggiarla, soprattutto con le persone che ci circondano, è davvero duro e sentito come qualcosa di inaffrontabile. La storia d’amore che racconto invece è una storia eterosessuale contaminata a un certo punto da una scena di sesso a tre con un altro ragazzo. Il meccanismo che porta a questa scena però ha poco di sessuale in sé, denota più che altro come la fama e il talento cambino la percezione che abbiamo degli altri e quindi le nuove pulsioni che si possono generare. Tra i miei coetanei c’è una grande esposizione al sesso soprattutto grazie a internet ma non lo viviamo in modo così libero. Forse più di noi la generazione che attualmente ha dai 40 anni in su.

 

I protagonisti del romanzo sono i tipici Millennials, molto social, parlano un linguaggio tutto loro e cercano di frequentare i posti giusti per diventare famosi. Tu invece che tipo di millennial sei?

I social li uso principalmente per promuovere il libro ma durante la scrittura ero completamente fuori da questo ambito. Ora che è uscito il romanzo invece sono diventati fondamentali per capire come sta andando e per raccogliere i feedback dei lettori. Trovo che il social usato fine a se stesso sia alienante e risulti alla fine una gabbia. Nella vita quotidiana seguo e rimango aggiornato sulle varie tendenze ma non mi identifico così tanto nel cliché del millennial di oggi.

Cos’è la felicità per te? Bisogna lottare a tutti i costi per raggiungerla?

Più la insegui e meno sei felice, l’ho capito io pensando a me stesso così come i protagonisti nel libro. Non dobbiamo identificarla con  l’idea che ci siamo fatti di noi nella vita. La vera felicità è un equilibrio interiore che ti permette di essere bilanciato sempre, risultando così felice. Quello dell’equilibrio è un concetto difficile da maturare e un percorso duro ma penso si possa raggiungere a 25 anni come a 50. Diventiamo adulti quando capiamo a chi e a cosa dobbiamo affidare il nostro essere felici e la mia conclusione è che la risposta la si trova solamente dentro di noi.


Ph: Fracesca Zanette